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Recensione film: "La mummia" - 2017

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Ben ritrovati! La recensione di oggi riguarda una pellicola uscita da pochi giorni in Italia e che volevo proprio andare a vedere: le anteprime mi sono sembrate davvero buone e facevano presagire un trama interessante e ricca di colpi di scena. Devo dire che “La mummia” versione 2017 (si tratta infatti del remake di una pellicola del 1932 e comunque con trama molto diversa) è un film che parte bene e arriva maluccio. Intendiamoci: non mancano azione ed effetti speciali di prim’ordine, che non fanno rimpiangere i soldi spesi per il biglietto, ma il film contiene diverse pecche (se non siete andati a vederlo e ne avete intenzione cessate qui la lettura del post).


Anzitutto i personaggi: - Nick Morton (alias Tom Cruise): buona l’entrata in scena, in particolare nei primi dieci minuti, in cui dà il meglio di se stesso nelle scene in cui racconta balle al suo superiore, ma poco adatto al ruolo tragico in cui deve calarsi in seguito. Personalmente, considerata la sua parte, avrei preferito un at…

Dove stanno di casa gli angeli?

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Il paese è piccolo e la gente mormora” è un detto che si può applicare a qualunque realtà. Anche alla corsia di un ospedale: un microcosmo di dove puoi sapere tutto anche senza aprir bocca. Anzi, più stai zitto e più gli altri saranno disposti a chiacchierare. O a monologare, che è la cosa che capita più spesso: quando stai zitto e ascolti succede come nel libro “Momo”, quello di Michael Ende. Momo stava zitta e gli altri, sentendosi ascoltati parlavano a ruota libera, ringraziandola per averli compresi e consigliati. All’inizio è sempre un trauma, lo sapete: la signora che grida di notte, le infermiere che corrono e magari senti cos’ha o cosa non ha il vicino di stanza, l’odore classico dei medicinali, eccetera. Tutte cose che sapete. Che poi, se entri in corsia e trovi quattro guardie che sorvegliano due stanze cominci a chiederti se sei capitato nel posto giusto. Sì, sei capitato nel posto giusto, ma con un paio di ospiti che non ti saresti aspettato di trovare: di uno si dice che sia u…

Perché, vedete...

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…non è che la cosa faccia piacere, anzi. Del resto alcuni assunti sono certamente veri (frase che di suo fa schifo, come si fa a mettere insieme “certamente” e “veri”?) : - primo, che un autore che invia a un editore il suo romanzo è assolutamente convinto di aver fatto del suo meglio e che se c’è qualcosa di migliorabile si migliorerà; - secondo, che nessuna legge, che sia o no scolpita nella pietra, può costringere un editore a pensarla come te; - terzo, che le settimane spese a tradurre (o a cercare di tentare di provare a tradurre) in una lingua che non è la mia nativa non sono servite a niente; e questo non deve sorprendere, visto che una lingua – qualunque essa sia – è di una ricchezza e di una complessità straordinarie e solo gente che le ha studiate a lungo può sperare di avere qualche possibilità di fare un lavoro che sia almeno decente; - quarto, che se ti rispondono dopo che hai inviato un romanzo tradotto da te e non da uno specialista in materia è già tanto (nota 1). E’ anche …

Philip José Farmer, il fabbricante di universi

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A tutti sarà capitato di leggere in giovane età i libri di qualche autore che poi, nel corso degli anni, non viene più abbandonato. Almeno finché vive (il lettore, non l’autore!). Poi, come penso accada sempre, ognuno di noi ha i suoi “periodi letterari”, nei quali ci si affeziona ora all’uno, ora all’altro autore, senza per questo dimenticarsene man mano che il tempo passa. Per quanto mi riguarda c’è stato il periodo in cui ho divorato i libri di Jules Verne; c’è stato il periodo Salgari (curiosamente il Salgari usava spesso il verbo “odimi”, inteso come “ascoltami”, ma io per motivi che non ho mai scoperto - e conoscendo la mia mente contorta forse è meglio che non conosca mai - leggevo sempre “odiami”: mi pareva strano che Salgari scrivesse “odiami”, ma lo prendevo per buono: insomma, chi ero io per dirgli quel che doveva scrivere?), e il periodo “qualunque cosa va bene”. Ad ogni modo tengo a precisare che tutti i volumi degli autori appena citati venivano dalla biblioteca della scuol…

A proposito di rifiuti...

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Qualche post fa - questo - avevo fatto qualche considerazione sul silenzio degli editori e sulla frustrazione che deriva dal non sapere se quel che è stato inviato sia o no stato preso in considerazione. Ebbene, dopo un anno circa di invii a (mi pare) 37 editori, ma forse qualcuno di più, alcune risposte sono arrivate.
Nessuna positiva.



Per tirarmi su il morale ho fatto qualche ricerca in Rete, scoprendo che molti romanzi che ora sono diventati dei classici nel loro genere sono stati rifiutati con motivazioni ancor peggiori di quelle che mostro qui sotto.
Si va da “Lolita” di Nabokov, al “Diario” di Anna Frank; dal “Moby Dick” di Melville alla “Fattoria degli animali” di Orwell. Tutte cose che potrete trovare in mezzo minuto di ricerca, per cui non entro in dettagli.
A contribuire alla ventata di ottimismo interviene il buon Helgaldo in questo articolo che, nel suo stile telegrafico, scrive: " 121
I rifiuti editoriali ottenuti da Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

Quando nel futuro scaveranno nel passato...

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Come sempre, quando si entra in un nuovo blog e in un particolare sito soggetto ad aggiornamenti più o meno frequenti, non si può fare a meno di notare come ogni gestore (nota 1) si dia le sue proprie regole al riguardo. Così, abbiamo chi aggiorna tutti i giorni, chi cura le rubriche del martedì e del venerdì e chi del lunedì e del mercoledì. D’altra parte c’è anche chi pone delle regole per i blog da prendere o meno in considerazione: ad esempio il sito Writer’s dream (utilissimo e interessante, ma credo che già lo conosciate) tra le altre cose ha una sezione dedicata ai lit-blog (riferito ai blog che trattano di scrittura & affini, ma ci ho messo un po’ per arrivarci) ponendo delle condizioni alla recensione degli stessi; per esempio il blog deve essere aggiornato almeno una volta al mese (se ben ricordo in precedenza era due volte al mese, ma forse si son resi conto che non tutti possono dedicarsi anima e corpo a ogni cosa). Ad ogni modo non è questo l’aspetto più importante: se a…

Sui propri errori e sulle domande che scaturiscono dalla lettura- parte prima?

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Ogni tanto è necessario ammettere i propri errori e riconoscere di aver dato dei giudizi sbagliati… Qualche post fa scrissi di non aver letto nulla di Stephen King, al tempo stesso meravigliandomi di come riuscisse a scrivere libri di lunghezza tendente a infinito a un ritmo spaventoso.
Beh, il fatto è che in effetti ho letto almeno un libro di King!

Per alcuni dei suoi romanzi ha usato lo pseudonimo di Richard Bachman e come minimo un paio dei suoi romanzi scritti sotto questo nome è stato pubblicato sulla collana Urania. In particolare mi riferisco al numero 962 del 22 gennaio 1984 (prezzo Lire 2200, quando i libri costavano poco): si tratta de “L’uomo in fuga”, titolo originale “The running man”, che poi significa la stessa cosa. Caso raro di titolo mantenuto come nell’originale: ho letto che il buon Robert Sawyer una volta rimase a bocca aperta a causa del fatto che il titolo di un suo romanzo (“The terminal experiment” del 1995) in italiano fosse diventato “Killer on-line”, cosa giu…

Recensione libro: "Preghiera per Chernobyl"

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E’ opinione comune che in un libro, qualunque sia il genere cui appartiene, l’autore ci metta qualcosa di suo, non necessariamente legato alle sue vicende personali, ma magari alle sue esperienze lavorative o a un periodo passato in qualche luogo esotico, o a qualche fatto che in modo particolare lo ha segnato / arricchito / disilluso. Con combinazioni dei casi appena citati. A volte il libro può essere un modo per mettere nero su bianco le proprie opinioni o le proprie visioni del mondo (e a volte può dare origine a un “Mein kampf” o cose simili). Il sottoscritto non rappresenta un’eccezione, non fosse altro per il fatto che spesso e volentieri nei miei scritti le intelligenze artificiali o la programmazione di computer fanno la loro bella comparsata: un tipico caso in cui le vicende professionali influenzano la scrittura. E, per fare degli esempi, John Grisham, laureato in Legge, scrive romanzi a sfondo giudiziario; Greg Bear – fisico e matematico – spande a piene mani i risultati del…

#imieiprimipensieri

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Di solito non lo faccio, ma questa volta sto al gioco con l’invito dei venti minuti di scrittura di getto: vediamo cosa ne viene…


Bene, cominciamo: per tenere note del tempo trascorso ho messo sul lettore cd un brano che dura venti minuti e mezzo (spero che i trenta secondi in più non mi costino la squalifica). Come di solito un brano ambient o new age. Sapete bene come mi setna a disagio se scrivo con qualcuno che mi parla nelle orecchie, fosse anche il testo di una canzone. Confesso che scrivere in questo modo non mi è molto congeniale: di solito non scrivo di getto per poi riapssare tutto (sono sicuro che qui troverete errori di battitura in abbondanza). E mi piace ponderare ogni frase per farla assomigliare il più possibile alprodotto finale in modo da non diventare matto con modifiche o interventi vari. Ma questo ve l’ho già detto. Diciamo che per poter mentenere le promesse in un post estemporaneo come questo dovrei passare di palo in frasca piuttosto che scrivere di un argomento b…