Un (ex?) grande: Angelo Branduardi


Comincio questo post ricordandovi che sono stato un grandissimo fan del buon Angelo, e che non mi sono perso un tour, almeno da "Pane e rose" fino al concerto in Piazza del Santo a Padova. E questo la dice lunga, eh!

Però...però...i suoi ultimi album mi fanno pensare che ormai il Nostro abbia ben poco da dire.

Vorrei fermarmi in particolare sulla sua ultima fatica live "Camminando camminando...in tre".

In effetti dei live del Nostro, il migliore  - e sempre a mio parere - rimane lo splendido "Concerto"; il resto non è proprio all'altezza di un grande strumentista e compositore come Branduardi.

Prendiamo il primo "Camminando, camminando": è ok per quanto riguarda i brani dagli ultimi dischi e anche per alcune chicche come ad esempio "Vanità di vanità" o "Il violinista di Dooney", ma c'era proprio bisogno di ripresentare "La luna" o "Il dono del cervo" con tutti gli album intercorsi fra questo e il primo live?


Prendiamo "Senza spina" (voto personale: né carne né pesce): sarebbe stato un magnifico album live...senza i tre brani in studio. Poteva benissimo inserirli nel successivo "Così è se mi pare", che da album mediocre avrebbe potuto diventare un buon album.

Ma vorrei ora soffermarmi sull'ultima fatica (si fa per dire...), come anticipato poco fa: sono convinto che sotto l'usata e abusata formula del 'meno c'è e più c'è' si nasconda una stanchezza di chi deve fare dischi per campare ma non sappia come fare per tirarsene fuori.

A parte il fatto che le versioni di classici come "La luna", "Il dono del cervo" (e dai!), "Sotto il tiglio" sono decisamente scadenti rispetto a quelle presentate nei live precedenti (e non c'era alcun bisogno di rovinarle, insomma!), sono inutili anche le riproposizioni dei brani tratti da "Branduardi canta Yeats", che il Nostro aveva già brillantemente suonato nel live precedente (e che erano assolutamente di migliore qualità).

Trovo imbarazzante anche la versione di "Gli alberi sono alti": una canzone di per sé splendida, ma che qui assume tinte che trovo addirittura angoscianti, con quei due accordi ripetuti ossessivamente. Vabbè, la storia è triste e come disse Brad Pitt nel film con Harrison Ford "le storie irlandesi non sono mai a buon fine", ma qui si esagera!

E se qualcuno di voi ha avuto modo di sentire l'incantevole versione proposta dal grande Alan Stivell non potrà fare a meno di considerare il confronto semplicemente impietoso!

Mi riferisco alla bellissima "The trees they grow high" dall'album "A' l'Olympia".

Se da una parte è notevole il ripescaggio di autentiche perle come "Primo aprile 1965", "La favola degli aironi", "Profumo d'arancio", dall'altra la riproposizione di brani vecchi con titoli nuovi è semplicemente devastante!

Per esempio "Rosa di Galilea" altro non è che "Il ciliegio"; e "Mary Hamilton" in italiano si traduce con "Ninna nanna".

Il disco non scorre via leggero, anzi: alla fine sono quattro accordi di chitarre e di pianoforte (non pretendo un concerto come ai bei vecchi tempi, ma un po' d'impegno, no?) e percussioni che potrebbe fare chiunque con un paio di anni d'esperienza sulle spalle. Ma in particolare mi ha colpito l'esecuzione, che mi ha dato l'impressione  - da parte dei musicisti - dell'assolvimento di un obbligo più che della gioia di suonare.

Ma Angelo, davvero non c'era di meglio? Non è che "meno c'è e più c'è" sia da tradurre con "sono stanco e accontentatevi"?

Non sarebbe meglio fare un disco in meno ma di qualità eccelsa, com'era una volta?

p.s.: mentre scrivo sto ascoltando "Tir Na Nog"  di Alan Stivell.

 

Voto: 6/10 (ma solo perché si tratta di Angelo Branduardi).

 

Commenti

Post popolari in questo blog

Recensione libro: “Le guarigioni del cervello” di Norman Doidge

Recensione film: "Mine"

Recensione film: "La mummia" - 2017