Perché si scrive? E in particolare: perché di fantascienza?



Sono certo che leggendo il titolo di questo post vi sarete detti “Ma no! Un altro che scrive un articolo su questa roba! Basta, non se ne può più!”” e avete ragione.

Un pochino.

In effetti non esiste praticamente un sito o un forum dedicato alla scrittura che non riporti da qualche parte questa domanda ripetuta più o meno in tutte le salse.

In realtà la domanda vera, dal mio punto di vista è: “Perché si scrive di fantascienza?” e, avendo realizzato anche qualche breve saggio storico, ci potrei mettere dentro anche qualche considerazione sullo scrivere di storia.

Nel 1985 Einaudi pubblicava “L’altrui mestiere” di Primo Levi, il quale analizzava i motivi per cui si scrive. Levi individuava nove motivi principali, senza tacere il fatto che volendo se ne sarebbero potuti trovare altri, spiegando i motivi della sua scelta.

Riporto qui sotto le parole di Primo Levi, che oltre che pacate sono anche molto oneste, integrandole con mie considerazioni (poi passeremo all’aspetto fantascientifico della cosa, promesso).

Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto così, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all'inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive?

1) Perché se ne sente l'impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L'autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico; è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile idealizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.

Sono d’accordo: in fin dei conti il motivo per cui ho iniziato il mio primo breve saggio è stato qualcosa del tipo “Visto che nessuno ha ancora scritto di questi argomenti, allora perché non posso farlo io?”. Che sia una variante del desiderio/impulso/bisogno di essere il primo a fare qualcosa?
+ 1 punto.

2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.

Mah, non saprei, cioè…insomma…come dire…certo la scrittura ha una componente ludica di non poco conto, ma questo mi pare un utile accessorio, più che una necessità. La ciliegina sulla torta. E poi, diciamolo chiaro, a meno che non si appartenga alla ridotta schiera dei fortunati che scrivono pagine su pagine senza sforzo apparente, di solito la scrittura richiede impegno, concentrazione, dedizione. E a volte anche un po’ di sofferenza (anche fisica, se a furia di stare seduto a scrivere poi ti viene il mal di schiena).
E’ sicuramente anche divertimento, anche se non del tipo che ti fa sbellicare dalle risate: è quel divertimento che deriva dal fare qualcosa di creativo che è tuo, solo tuo, nient’altro che tuo.
+ 1 punto.

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l'intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell'allevamento del bestiame e dell'apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l'arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all'arte.

Ecco, qui potremmo anche starci, almeno per quanto riguarda la scrittura su determinati argomenti (quale appunto potrebbe essere un saggio). Qui Levi si riferisce però a una motivazione che definirei più meschina: quella di mettersi sul piedistallo e dare lezioni alla folla ignorante agitando l’indice ammonitore.

L’eccezione è costituita da chi scrive perché non può fare a meno di far conoscere l’argomento che più ama al maggior numero di persone possibile e magari poco importa se il suo seguito sarà rappresentato dai soliti quattro gatti o anche meno.
Direi + 1 punto.

4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall'arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell'opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi "sa" come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C'è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.

Qui nulla da dire: sono d’accordo con Levi.

5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.

Ussignur! Potrei anche far parte della categoria dei matti o dei dilettanti o dei mediocri (ma non intendo farmi psicanalizzare); tuttavia non ho idee rivoluzionarie o geniali da far conoscere al mondo, al massimo qualche visione fuori dal mondo.

6) Per liberarsi da un'angoscia. spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com'è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.

Ho letto da più parti della necessità di usare la scrittura come mezzo di terapia e detta papale papale: non ci credo.
Al massimo può essere utile per fissare su carta le proprie emozioni, i propri pensieri, in modo da fare maggiore chiarezza e vedere le cose da una prospettiva un po’ più distante. E questo può far bene, ma sempre a patto che quelle righe siano rinchiuse nel proprio personale scrigno, chiuso a chiave, in cui nessuno, se non chi ha scritto quelle righe può avere accesso: in caso contrario il gettare sul resto del mondo le proprie pare mentali diventa null’altro che la necessità di farsi compatire.
E quando qualcuno avverte il bisogno di muovere a pietà il prossimo nei propri confronti, beh…temo proprio che ci sia qualcosa che non va. Non ho angosce da cui liberarmi (o perlomeno non scrivo per questo motivo).

7) Per diventare famosi. credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l'angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c'è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.

Assolutamente d’accordo: se qualcuno alza la mano affermando che non è vero, costui è mendace e portatore di menzogna eterna e sarà punito con sogni popolati da incubi e succubi. Chi fra gli scrittori non ha mai accarezzato questo sogno?
+ 1 punto

8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi apre giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.

Corollario del precedente, non fosse altro che per liberarsi dalla maledetta sveglia delle sette del mattino per andare a lavorare in un posto che magari non ci piace o con gente per la quale non proviamo alcuna stima o semplicemente per non dover fare i conti per arrivare a fine mese.

Se dovessi finire in qualche trasmissione televisiva e l’intervistatore di turno mi rivolgesse una domanda del tipo “Qual è la cosa migliore che le ha procurato la scrittura?” credo che risponderei senza esitare: “L’essermi liberato dalla schiavitù del lavoro”.

Il che per la maggioranza di noi miseri mortali è senz’altro vero!

Chi di noi non avrebbe voluto essere al posto di J.K. Rowling o di Stephen King (solo per dire i primi due che mi vengono in mente)? E dai, non dite bugie!
+ 1 punto senza nemmeno pensarci.

9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per "tener viva la firma". Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.

Mai, mai e poi mai scrivere per abitudine. Sottoscrivo in pieno l’affermazione di Levi. Scrivere per abitudine è di una tristezza sconfinata. Piuttosto guardo la televisione (al limite anche il Festival di Sanremo, pur di non scrivere per abitudine)!

Tirando le somme i punti ‘più’ sono 5. Primo Levi c’ha azzeccato parecchio, e non poteva essere diversamente.

Ma perché scrivere di fantascienza (tenendo conto di quanto scritto sopra)?

Si tratta di un genere che - almeno in Italia – non tira molto. In questa terra di santi, poeti e navigatori abbiamo – per fortuna – anche alcuni astronauti ma l’Italia, a quel che dicono, non è un Paese Di Lettori.

Sicuramente non di fantascienza.

E poi non bisogna dimenticare che pochissimi fra gli autori di fantascienza – anche famosi – possono vivere solo della loro scrittura: molti oltre a scrivere continuano a esercitare la loro professione. Per esempio David Brin, che continua a fare l’astronomo; o Gregory Benford, che continua la sua attività presso l’University of California.

E di Isaac Asimov ce n’è stato uno solo. E anche di Robert Sawyer.

Di sicuro il genere rappresenta un veicolo privilegiato per innumerevoli esperimenti mentali: l’immaginare come potrà essere la Terra in futuro (ma a volte non c’ha azzeccato troppo: in fin dei conti in ‘Blade runner’ ci sono i videotelefoni per le strade, ma nella realtà nessuno li ha mai usati nelle cabine telefoniche. In compenso ‘Blade runner’ non aveva previsto i telefoni cellulari, tant’è che le cabine telefoniche stanno ormai scomparendo. Cioè è accaduto l’esatto contrario).

O ancora: tentare estrapolazioni a carattere scientifico. Inutile ricordare Jules Verne e suoi protagonisti di viaggi sottomarini o verso la Luna. Assolutamente un precursore (da ragazzo ho divorato più di qualcuno dei suoi libri)!

Come non ricordare John Brunner, autore di devastanti capolavori come ‘Il gregge alza la testa’ e ‘Tutti a Zanzibar’, nei quali l’immagine di una Terra sovrappopolata e socialmente in disgregazione assume tinte a dir poco angoscianti? Qui l’estrapolazione sugli argomenti sociali e demografici è spinta agli estremi, con un realismo sconvolgente. Capolavori nel loro genere.

E consideriamo un grande come P.J. Farmer, che ha esplorato l’intero universo delle relazioni umane e la ricerca dell’assoluto nel ciclo del ‘Mondo del Fiume’; che ha affrontato il tema dell’esistenza dell’aldilà e della religione in ‘Primo contatto’ e nel ciclo di Padre Carmody. Libri in cui la fantascienza diventa un mezzo - direi privilegiato - per l’esplorazione sia dei grandi temi esistenziali nei quali ci dibattiamo ogni giorno, sia per l’analisi approfondita dell’interiorità umana.

Non mancano gli spunti spassosi. Vi cito ora alcuni romanzi che mi hanno fatto sbellicare dalle risate: chi ha detto che la fantascienza deve essere solo seria?

- Donne del quinto pianeta, di Richard Wilson: qui gli alieni arrivano sotto forma di ragazze straordinariamente belle (praticamente delle supergnokke megagalattiche con tutte le cose giuste al posto giusto) e tutto il pianeta (maschile, of course!) è ben contento di farne la conoscenza e a credere a tutto quello che le nuove arrivate dicono. Gli unici a non crederci sono i Texani, perché gli uomini dello stato della Stella Solitaria sono dei duri e non ci cascano!

- La monetina di Woodrow Wilson, di Jack Finney: grazie a poteri sconosciuti il protagonista, separato dalla moglie, va a finire in un universo parallelo in cui la sua ex ha sposato il suo migliore amico. In un succedersi di trovate geniali ed esilaranti, riuscirà a cambiare la storia, rendendosi conto di amarla ancora.

- Il ritorno di Aquila, di Somtow Sucharitkul: qui vi faccio copia-incolla della quarta di copertina apparsa sul numero 1105 di Urania, che dice tutto: “Sono passati parecchi anni da quando Aquila il Magnifico, il primo pellerossa che sia mai diventato senatore romano (in Aquiliade, Urania 1021), è scomparso in cielo a bordo di un disco volante. Ora, in questo universo parallelo dove l'impero di Roma si estende sul Mondo Nuovo oltre l'Atlantico, rimane l'ultimo figlio di Aquila, Equus Insanus, che trova alquanto noiosa la vita di Roma ed è ben deciso a seguire le orme del padre in ogni genere di folle avventura. E quando la costruzione della prima strada ferrata nel Mondo Nuovo subisce inspiegabili incidenti, due cose sono subito sicure: la mente malefica del Maiale Verde è di nuovo all'opera per scardinare la trama stessa dell'intero universo, e solo Aquila può combatterla.
Divertentissimo.

E vi ricordo Mack Reynolds, autore di romanzi dissacranti e umoristici, ma sempre nell’ottica di un’estrapolazione sull’evoluzione sociale.

Quali sono quindi i punti in comune in coloro che scrivono romanzi di genere fantascientifico?

Penso che per scrivere di fantascienza sia necessario essere attratti dalle grandi distanze, nel tempo e nello spazio; penso che chi scrive fantascienza si senta in qualche modo ‘ingabbiato’ in questo mondo e che non abbia altro che la sua immaginazione per uscirne.

E poi, cos’è uno scrittore se non uno che racconta storie?

Ecco, direi che un altro ingrediente indispensabile per fare fantascienza sia la voglia di raccontare storie, il che può essere valido per qualsiasi scrittore, qualunque sia il genere di cui scrive.

Ma attenzione, occorre fare un distinguo fra il genere sci-fi e altri (avventure, storie d’amore, romanzo storico): le storie del fantascrittore appartengono più al regno delle visioni che a quello della storia raccontata.

Nemmeno veterani smaliziati come Dan Brown o James Rollins, (tanto per citare due grandi del romanzo avventuroso, ricco di azione e con alle spalle un ottimo lavoro di documentazione…e dei quali ho letto goduriosamente diversi romanzi) riescono a eguagliare le visioni di mondi, culture, personaggi, situazioni presentate dalla sci-fi.

Detto in soldoni: c’è una bella differenza fra personaggi straordinari in situazioni straordinarie e personaggi straordinari in situazioni straordinarie il tutto farcito da luoghi straordinari in un futuro (o passato) straordinario e magari a contatto con culture aliene straordinarie!

Qui direi che davvero siamo nel regno del visionario, dei sogni tradotti in scrittura (e se non ci credete provate a leggere il ciclo dei Fabbricanti di Universi, di Farmer e ve ne renderete conto). 

Uno scrittore di fantascienza ha nella sua mente immagini, mondi, situazioni – insomma autentiche visioni - che non vedranno la luce se non in questo modo: scrivendone e rendendole in questo modo reali, per quanto questa ‘realtà’ si traduca nel farle rivivere in altre menti solo per il tempo necessario alla lettura del testo.

Visionari che non siamo altro (da non prendere come un insulto).

Tentativi di liberarsi di un mondo che ci sta stretto? Evasione allo stato puro? Avventure impossibili in cui ci sentiamo i protagonisti o spettatori?

Direi di sì e lo estendo anche ai registi di film del genere : in fin dei conti non mi sono perso un solo film della saga di ‘Guerre stellari’!

Alla prossima!

 

 

 

   

 

 

Commenti

  1. 1 Ognuno dovrebbe seguire le inclinazioni o i talenti che sente di avere e sono questi a dare l'impulso. Se ti piace correre, avrai voglia di farlo ogni volta che ce n'è l'occasione.
    2 Intendo il divertimento come piacere: il piacere di leggere e scrivere che va oltre il semplice svago. La fatica di scrivere bene fa parte del piacere perché un buon risultato, ottenuto con impegno e dedizione, soddisfa come poche altre cose nella vita.
    3, 4 e 5 In questo caso la scrittura è uno dei possibili mezzi di comunicazione, vuole veicolare un messaggio, un metodo o un insegnamento e non raccontare una storia. Da scrittrice di narrativa non è il mio scopo principale, ma ogni cosa che scriviamo è influenzata dalle nostre opinioni, idee e conoscenze personali.
    6 La scrittura, secondo me, è terapeutica in forma di diario privato, non di libro per un pubblico di estranei. Scrivere esterna pensieri e sentimenti, permette di osservarli da un diverso punto di vista, di ragionarci e di affrontarli, cosa utile, ripeto, in forma privata. Scrivere per liberarsi di un peso ha senso, ma darlo in pasto ad altri non serve, a meno che non si voglia condividere la propria esperienza come testimonianza di un disagio, per aiutare o confortare chi vive la stessa angoscia. In questo caso, però, non ha finalità terapeutica per l'autore bensì per il lettore.
    7 e 8 Ci sono vie per il successo più semplici e più redditizie della scrittura. Resta il fatto che si pubblica un libro perché venga letto ed essere apprezzati dal pubblico è una grande soddisfazione, più ampio è il pubblico e maggiore è la soddisfazione. L'ego di ogni artista ha bisogno di essere appagato. Più che liberarsi dal lavoro, fare della propria passione il proprio lavoro è il sogno di chiunque, dal musicista allo sportivo, dall'attore al cuoco. Svegliarsi alle 6 del mattino per andare al mare è ben diverso che partire alla stessa ora per l'ufficio :)
    9 Non so se lo diventerà in futuro, ma per adesso è assolutamente un piacere.

    Ho messo in lista di lettura alcuni dei titoli che hai citato, ma la fantascienza è solo uno degli argomenti che mi affascinano. Ray Bradbury è uno dei miei scrittori preferiti, non solo per le sue visioni, ma soprattutto per il modo in cui la ha rese su carta e, da lì, nella mia testa. Quello che dici sull'immaginazione di uno scrittore di fantascienza vale anche per il fantasy, le fiabe e i buoni horror: visioni che creano strappi nella nostra realtà per andare oltre. Mi piace leggere le cronache delle prime esplorazioni (terrestri, non spaziali) e ci trovo lo stesso spirito che spinge lo scrittore verso luoghi ancora sconosciuti con il vantaggio che, per lo scrittore, non esistono limiti e confini.

    Scusa per la lunghezza del commento :)

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    1. Scherzi? Se il commento è lungo significa che chi l'ha letto ha trovato spunti di discussione interessanti: diversamente non commenterebbe neppure! Quindi va bene così.

      Siamo d'accordo - direi- su diverse cose, quel che forse non si era capito riguardo al punto 8 era proprio questo: lavorare per qualcosa che ti dà soddisfazione e - possibilmente - una fonte di reddito.
      Non sono poi molti i fortunati che possono dire di trovarsi in questa situazione: per esempio qualcuno che sogna per tutta la vita di essere (l'astronauta, il paleontologo o che altro, vedi tu) fa di tutto per riuscirci e ci riesce.
      Mentre per la maggior parte dei miseri mortali il lavoro si riduce a un mezzo per rimediare la pagnotta e poco più.
      In questo senso andava inteso il mio intervento (e meno male che l'hai ripreso consentendo il chiarimento).
      Sul punto 6 la tua osservazione "...condividere la propria esperienza come testimonianza di un disagio, per aiutare o confortare chi vive la stessa angoscia. In questo caso, però, non ha finalità terapeutica per l'autore bensì per il lettore." è senz'altro corretta, ma solo nell'ottica di rendere in qualche modo un servizio, non per farsi compatire, e questo ci riporta...ai punti 4 e 5 (grande Levi, c'aveva visto giusto)!
      Poi, ognuno ha suo personale modo di rapportarsi col genere fantascientifico: per esempio ho apprezzato moltissimo gli autori e i testi che ho menzionato, ma non riuscirei mai a scrivere su certi argomenti (o almeno finora non mi è mai successo).
      Una volta terminato un romanzo mi rendo conto ogni volta che la storia che ho raccontato è una storia molto personale, intima, del singolo e del suo sentire. E dire che mi piace leggere di tutt'altre cose: astronavi, mondi, culture. Mah...

      La tua osservazione sulle esplorazioni mi dà modo di recensire almeno un paio di libri sull'argomento che ho trovato magnifici, per cui rimani sintonizzata: potresti trovare qualche altro spunto!

      Ciao!

      Elimina

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