Recensione libro: Still Alice


Sono sicuro che molti di voi avranno visto il film, che ha fruttato l’Oscar a Julianne Moore, attrice che i suoi film li ha scelti abbastanza bene (fra quelli che ho visto in televisione o al cinema ricordo “Chloe”, “Hunger games”, “Il mondo perduto”, “I figli degli uomini”, “La mano sulla culla”) e con una filmografia di tutto rispetto. La sua gavetta l’ha fatta senza tanti clamori ottenendo infine il massimo riconoscimento nell’ambito del suo mestiere.
Qui parlerò brevemente del libro da cui il film è stato tratto.
L’autrice, Lisa Genova, è neuropsichiatra ma questo credo lo sappiate già e non mi dilungo sulla sua biografia, facilmente reperibile in Rete.


Vorrei soffermarmi piuttosto sullo stile di scrittura, che appare – almeno in questo libro - molto scarno ed essenziale, privo di grandi interventi introspettivi o elucubrazioni da parte dei personaggi e basato in pratica sui dialoghi e sulle azioni degli stessi. Difficile dire quanto sia mostrato e quanto raccontato: direi una via di mezzo. Abbastanza da centrare l’obiettivo ma senza strafare.
Penso che questo modo di scrivere sia conseguenza della naturale inclinazione di una persona che per mestiere racconta casi clinici nello stile asciutto e preciso del medico o del ricercatore, senza grandi giri di parole ma andando dritto a nocciolo della questione.
E per quanto possa sembrare paradossale, proprio questo modo di raccontare Alice e la sua discesa verso l’oblio rende la narrazione più efficace e rende il lettore maggiormente coinvolto.
A tratti, scorrendo le righe, ci si sente spaesati quanto la protagonista se non addirittura angosciati e – ripeto – senza nulla concedere ai grandi voli di fantasia o alla scrittura ricercata, ma solo mostrando i fatti.

Interessante il modo in cui la malattia viene affrontata dal punto di vista puramente medico e che illustra bene quali siano al presente le possibilità di cura (al momento praticamente nulle) e lo stato dell’arte della ricerca (la mia impressione è che si stia brancolando nel buio).
 

Dal punto di vista dello stile credo che Lisa Genova possa migliorare molto il suo modo di scrivere “al risparmio” nonostante l’efficacia di questa sua prova letteraria: qualche introspezione in più sui personaggi o qualche notizia extra sui metodi di cura non avrebbero guastato, pur evitando di produrre un manuale sul morbo di Alzheimer, malattia che credo tutti fatichiamo anche solo nominare per il suo terribile sottinteso di caduta inarrestabile nel nulla.
Il messaggio finale del libro non è tanto di speranza, almeno non nel senso che dall’Alzheimer si possa guarire o migliorare in modo significativo, ma piuttosto di continuare a sperare nelle persone che ci sono vicine al momento del bisogno. In effetti per Alice non c’è salvezza, com’era prevedibile.

Due o tre cose sui personaggi: me ne sono rimasti in mente tre (beh, non che nel libro ce ne siano moltissimi in verità).
Comincio con Alice: la sua progressiva distruzione mentale viene resa con efficacia e senza tanti giri di parole, in particolare quando realizza che pur essendo fisicamente viva in realtà sarà per lei come non esserlo affatto. Tutti i suoi ricordi, le sua abilità, i traguardi raggiunti in una vita di lavoro appassionato alla fine diverranno meno di niente: la prospettiva di una futura e totale inconsapevolezza e del reset continuo della memoria sono più che sufficienti – anche solo a pensarci – per provocare l’angoscia più profonda. Pur senza esagerare nei termini la sua percezione di trovarsi sempre più prigioniera in una situazione senza alcuna via d’uscita è sempre presente…fino al punto in cui si scorda anche di questo. Si aggrappa ai ricordi – alla fine tutto quello che abbiamo – e sente che li sta perdendo senza appello. Dico “sente” perché la consapevolezza arriva a tratti per poi sparire nuovamente.   

Figura che da molto negativa diventa invece molto positiva è la figlia Lydia: dapprima insofferente nei confronti della madre, riesce a far evolvere questo suo tratto caratteriale al punto da diventarne il punto di riferimento. Personaggio molto interessante e a mio parere resa perfino meglio della protagonista: qui abbiamo una evidente evoluzione, contrapposta all’involuzione che sta subendo Alice.

Gli altri due figli di Alice – Anna e Tom - sono in pratica dei comprimari, ma senza essere davvero influenti nella storia. Direi che il loro unico merito è di delineare meglio il retroterra personale e culturale della madre, o poco più. Dal mio punto di vista se l’autrice non li avesse inseriti credo che poco sarebbe cambiato.

Al contrario non mi è piaciuto molto il modo in cui la Genova ha reso la figura di John, il marito di Alice: sempre presente e coinvolto, ma più gregario che protagonista; inoltre non pare troppo sveglio anzi, a tratti mi è sembrato addirittura imbranato – passatemi il termine – visto che di fronte ai primi segnali inequivocabili della malattia si comporta come se non ne fosse consapevole. Si salva in zona Cesarini quando realizza che tutte le stranezze della moglie avevano una spiegazione logica. Per la serie “meglio tardi che mai”!
Rimane il sospetto che si sia rifiutato di riconoscere i segni perché sgomento di fronte a una simile prospettiva.
Non è che John neghi il suo appoggio incondizionato e che non si dia da fare, è il modo in cui agisce e parla che mi è sembrato a volte più da figura necessaria nel contesto sociale raccontato e legata al ruolo, piuttosto che da personaggio ben delineato e dotato di una sua “realtà” letteraria. Anche il suo modo di amare la moglie pare più raccontato che davvero vissuto. A volte appare distaccato dal contesto in cui si trova ad agire. In questo senso dicevo più sopra che un minimo di approfondimento dei personaggi non avrebbe guastato.

Mancano molto anche le descrizioni dei luoghi, e spesso chi legge è costretto a immaginarseli come preferisce. Non che io consideri questo un tratto del tutto negativo, visto che anch’io, per mia inclinazione, tendo a dare poche pennellate per rendere l’idea lasciando libero il lettore di immaginarsi il resto; è che a volte mancano del tutto!

L’autrice in una nota scrive che in origine era previsto un diverso finale: credo che un fatto contenuto nel romanzo possa dare qualche indicazione su qual era la sua intenzione originale (il bigliettino che Alice lascia a se stessa per un uso futuro su come suicidarsi) ma non potrei giurare che il finale in origine fosse proprio quello, è solo una mia impressione.

La copertina (edizione Piemme) mi è sembrata abbastanza convenzionale – in effetti riprende la locandina del film - ma con un tocco in più che definirei “piccola genialata”: il nome di Alice viene reso con la “A” scomposta in quadratini simil-pixel, quasi a indicare la sua mente che va in pezzi, mentre andando verso destra – verso le lettere finali del nome – i caratteri vanno a sfumare, a sottolineare un progressivo perdersi nel nulla.

Un buon libro quindi, anche se con alcuni aspetti poco curati da parte dell’autrice, ma che consiglierei anche se avete visto il film (io magari guarderò il film anche se ho letto il libro).   

Voto finale: 7

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