Scrittura e scrittori: Wayne Walter Dyer


Mi fa un po’ specie trattare l’argomento “Wayne Dyer” nel mio blog: un po’ perché si tratta di un uomo e scrittore che nonostante tutto – e sebbene alla fine non fossi d’accordo con molte sue idee – aveva sempre una nota di speranza e ottimismo nei suoi scritti; in parte perché a suo tempo ha avuto una certa importanza anche per me.
Wayne Dyer, psicologo e scrittore, è morto a Maui (Hawaii) il 29 agosto 2015; alcune fonti in rete indicano un infarto come causa della morte, altre affermano che la famiglia non ha voluto specificarne la causa.



Non intendo soffermarmi sulla sua biografia: anzitutto perché notizie in rete se ne trovano, e se qualcuno mastica un po’ d’inglese non avrà problemi a capire e poi perché nei suoi libri lui ha parlato diffusamente delle difficoltà vissute nell’infanzia e della sua vita difficile – ma sempre indirizzata al miglioramento – che ha portato avanti con impegno incrollabile.

La notizia della sua morte mi ha in certo modo rattristato. Certo, occorre mettere in conto che notizie simili possono capitare, ma Dyer era una specie di - consentitemi il termine – eterno divenire, il ritorno di un personaggio che anche se ormai da me poco o per niente seguito rappresentava l’esempio di uno che continua coerentemente a pubblicare libri intenzionati a migliorare la vita delle persone. Sapete, quei personaggi che da decenni ogni tanto fanno capolino nella vostra vita e che considerate quasi di casa.
Potreste obiettare che con quei libri ci ha fatto i soldi – ed è vero – ma ritengo si tratti di uno di quei casi in cui il talento e la fermezza dei propositi hanno dato il loro frutto. Ma nemmeno di questo voglio parlare. E comunque se uno ha del talento e lo mette a frutto onestamente, va tutto a suo merito.

Scoprii i suoi libri circa nei primi anni ’80 – o giù di lì – e li trovai subito utili, oltre che interessanti . Nello specifico si trattava di “Le vostre zone erronee”, “Prendi la vita nelle tue mani” e “Te stesso al cento per cento”.
Mi piacque fin da subito questo psicologo che non saliva in cattedra a sparar sermoni e a intimorirti con le solite scemenze freudiane, anzi, il tono colloquiale e il suo essere terra terra mi furono d’aiuto in un periodo in cui cercavo qualcuno che mi chiarisse un po' le idee.
A dirla tutta, Dyer non ha mai - per quel che ne so – tirato in ballo i grandi della psicologia – mi riferisco a Jung, Freud e compagnia bella – e, guardate, questo è stato davvero importante. Non ha usato i mezzucci tipici di “chi sa” per farsi portavoce di verità assolute o  - peggio – per manovrare le gente.
I suoi scritti non dicono “lo hanno detto loro e lo dico io e quindi è vero”, dicono “se vuoi puoi stare meglio: io ti consiglio questi sistemi”. Era uno che ti parlava, non uno che ti istruiva agitando l’indice ammonitore. C’è una bella differenza!
Leggere uno dei suoi libri era come fare una chiacchierata in buona compagnia davanti a un bicchiere di vino, soprattutto in compagnia di qualcuno che non ti diceva “sei così, sei cosà”, ma che diceva “so come ti senti e se vuoi provo a darti una mano”.
Non so se qualcuno di voi ha avuto a che fare con psicologi o simili, ma a quanto mi dicono non si comportano in questo modo.
Questo era il modo di relazionarsi di Dyer.

A questo punto vorrei aprire una breve parentesi: liberissimi di credere quel che volete su questo argomento ma, per quel che mi riguarda, Freud era un contaballe (avete letto bene). Lo penso tuttora e per favore non cercate di farmi cambiare idea, nemmeno se avete una laurea in psicologia. Ho letto tre dei suoi libri: “L’interpretazione dei sogni”, “Totem e tabù” e il libro che scrisse sul sogno di un suo paziente (quello dei lupi sull’albero: una scemenza, leggetelo e ve ne renderete conto. Il nulla basato sul nulla). Al tempo in cui lessi quei testi avevo poco più di vent’anni e le sue teorie mi parevano fondate su fondamenta di fuffa. Tuttavia, ritenendo che schiere di psicologi e psicoterapeuti ne sapessero più di me e che anni di studio sull’argomento dovessero pur significare qualcosa, le presi per buone, sia pure tutt’altro che convinto.
Dovette arrivare il 2011 perché fosse pubblicato “Crepuscolo di un idolo” di Michel Onfray che, attingendo a piene mani a lettere e documenti in precedenza non consultabili, mi confermò che la mia iniziale impressione era esatta.
Il libro di Onfray è una lettura che consiglio anche ai discepoli della psicanalisi: se non altro chiarisce le idee su molte cose. Se non siete discepoli della psicanalisi, consiglio lo stesso di leggerlo, se potete e se ne avete voglia. Da parte mia l’ho trovato illuminante. E soprattutto molto più onesto rispetto agli scritti del Padre della Psicanalisi (a scanso di equivoci: le maiuscole vanno intese ironicamente).
Sul libro di Onfray non vi dico niente: può essere che ci scriva qualcosa – anche se non credo – ma la cosa migliore credo sia leggerlo.
Fine della parentesi. 

Ad ogni modo, col tempo le idee di Dyer cambiarono: da psicologo che indicava metodi pratici per farti sentire e vivere meglio, a cultore e strenuo difensore di meditazione, filosofie orientali e poteri della mente.
Chiarisco subito che non credo a queste cose – voi se ci credete siete liberissimi di farlo, non succede nulla, solo vi chiedo di non tentare di convertirmi, che tanto non ci riuscireste – e che a mio modo di vedere le cose se qualcuno afferma che qualcosa esiste oggettivamente deve mostrarlo o perlomeno dimostrarlo con un minimo di serietà e solide argomentazioni. Se qualcuno mi dice “io a queste cose ci credo” mi va bene: è una sua personale opinione, non una dimostrazione e ognuno può credere a quel che preferisce.
La deriva di Dyer verso queste discipline era da una parte un significativo progresso – meditazione e tensione verso un obiettivo e ricerca di spiritualità non sono certamente cose negative o disprezzabili, anzi, dall’altra però ebbi la brutta impressione di un uomo che si aggrappava a qualunque cosa pur di trovare un senso alla propria vita, al punto che in uno dei suoi ultimi libri – “Il mio sacro destino”, che tra l’altro ho molto apprezzato per il tentativo di trovare un significato a quel che ci succede nella vita partendo dalle sue esperienze – giunse ad affermare di aver sconfitto la leucemia di cui soffriva attraverso l’azione di un guaritore a distanza.
Mi fece tristezza prendere atto di un simile cambiamento. Nessun dubbio che lui fosse convinto di quel che scriveva, ma esiste un abisso fra la scelta di relazionarsi per mezzo di una  professione – per quanto in modalità terra terra, come detto prima – e l’affidarsi a convinzioni senza alcuna radice diversa da quella della tradizione o della personale inclinazione.
Un completo capovolgimento di paradigma, che appunto mi ha fatto pensare a una persona che – anche se in perfetta buona fede – si aggrappava a questo pur di trovare un senso alle cose e alla propria esistenza.
Penso questo anche perché Dyer ha vissuto esperienze e separazioni che lui per primo ha definito “dolorose”; non è passato indenne nemmeno a un’infanzia in orfanotrofio, e neanche a lavorare come un matto, mantenere una famiglia e studiare per arrivare a una laurea, tutto in contemporanea.
La ricerca della spiritualità nei suoi scritti è sempre presente e vissuta, senza dubbio, ma dubito che la spiritualità - intesa come crescita interiore e ricerca dell’Assoluto - possa avere relazioni con I-Ching (che è un libro utilizzato a scopo divinatorio) o presunti poteri astrali, come diverse volte evidenziato nei suoi scritti.
Voglio che sia chiaro che non dico questo per sminuirlo o in qualche modo denigrare l’uomo e le sue opere, solo mi fa tristezza un cambiamento che nel mio piccolo ho percepito come sbandamento, dubbio, ricerca di un salvagente.
Ma è solo una mia opinione.
 
E – tornando a quanto accennato all’inizio – la mia idea è che sia stato ucciso da quella leucemia – o dalle sue complicazioni - che pensava di aver sconfitto per mezzo di un’azione mentale a distanza.   
Dyer va considerato anche come scrittore, ovviamente, e a mio parere era un grande scrittore.
Lo era perché scriveva bene, con uno stile colloquiale e scorrevole e non ti faceva mai sentire inadeguato, né un ignorante in materia.
Perché ha sempre mantenuto standard molto alti in tutta la sua produzione e non è mai venuto meno a quelli che erano i suoi propositi e le sue convinzioni.
Perché non ha mai indorato la pillola e, traendo spunto dalle difficoltà che lui stesso per primo aveva sperimentato, ha sempre portato parole di conforto e coraggio a chiunque lo leggeva.
Perché, e forse più importante, è uno dei pochi scrittori di cui posso dire che letteralmente parlava con il lettore.
Per questi motivi penso che Dyer – al di là delle critiche che gli ho mosso nelle righe precedenti e che ritengo valide – meriti l’appellativo di “grande scrittore”. 
 
 
La colonna sonora di questo post è “Pensive Aphrodite” di Clive Wright e Harold Budd. Rende bene l’idea e sebbene possa sembrare triste – ma non lo è, non troppo ad ogni modo - è un brano che trovo di una bellezza straordinaria: basta saperlo ascoltare bene. Lo trovate anche su YouTube (abbiate pazienza però, dura 32 minuti e mezzo) e credo che Dyer l’avrebbe apprezzato.
Anzi, per quel che ho imparato a conoscerlo attraverso i suoi scritti, ne sono certo.

Commenti

  1. Ciao, sono capitata per caso nel tuo blog e condivido pienamente cio' che hai scritto. Anche io conobbi i libri di Dyer negli anni 80 e precisamente i suoi primi tre libri: "Le vostre zone erronee,"Prendi la vita nelle tue mani e "te stesso al 100%", e anche io ne trassi vantaggio in un periodo decisamente buio della mia vita. Poi lui cambio' completamente buttandosi nelle teorie sulla meditazione, taoismo etc etc e da allora non l'ho piu' seguito. Grazie di questo interessante articolo

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  2. Ciao Flamen, benvenuta a Storie e Fantasia!
    Grazie per l'apprezzamento, spero che troverai altri articoli interessanti.

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