Scrittura: la logorrea dello scrittore


Un cordiale saluto ai miei fedeli four cats!

il mio tipico lettore ripreso in piena azione!


Questo post  di Anima di Carta mi dà l’occasione per parlare di un argomento che avevo in mente da tempo:

Gli Scrittori Che Scrivono Troppo

Ovvero: quante volte avete letto romanzi che avrebbero beneficiato di un numero di pagine decisamente minore delle cinque o seicento e passa che vi siete sorbiti, magari a malincuore?
E quante volte avete saltato pagine intere per arrivare al nocciolo della questione?
E quante volte avete pensato che molte pagine erano un riempitivo e che non ve ne importava niente delle ultime cinquanta che avevate letto?
Bene. Ci siano capiti.
Per esporre l’argomento potrei essere costretto a citare testi e autori – per cui è possibile che il post contenga anticipazioni su qualche libro che vorreste leggere -  ma farò del mio meglio per non rovinarvi troppo il finale, anzi, mi impegno a non svelare nulla di trame e finali!
Anzitutto devo ammettere di essere recidivo e quindi estremamente colpevole: ho acquistato libri di autori che so essere logorroici oltre misura, e so anche che durante la lettura salterò ‘n’ pagine – dove ‘n’ è un numero compreso fra una decina e un centinaio almeno, ma anche di più – ma so che nonostante questo il libro mi piacerà, anche se avrei preferito qualcosa di meno pesante. In termini di chilogrammi di carta oltre che di sopportazione.
Magari anche a voi è successa la stessa cosa, e non ne siete rimasti soddisfatti.

Vabbè dai, cominciamo col primo: Frank Schatzing.
Giuro che parlare di Schatzing mi mette soggezione: lo conoscete tutti questo autore di best seller dalla trama originale, con parecchia azione e cura maniacale nelle descrizioni. E anche con parecchi momenti di stanca.
Lo invidio, davvero (best seller e momenti di stanca a parte). Vorrei avere il suo mestiere  e le sue capacità.
FS trova sempre spunti originali per le sue storie e si impone – come dicevo sopra – una grande puntigliosità nelle descrizioni non solo dei personaggi, ma anche delle scene d’azione, che rende incredibilmente vivide e coinvolgenti. A volte fin troppo, nel senso che una scena che dovrebbe durare trenta secondi lui la fa durare dieci pagine.
Secondo me una scena che dura trenta secondi dovrebbe venire letta in trenta secondi, magari un minuto, ma non di più!
Una particolarità dei suoi scritti è che bene o male la sua città nativa – Colonia - è un ritrovo fisso, una costante in cui si svolge almeno una parte del racconto; e se non c’è Colonia, c’è sempre qualche tedesco a far da protagonista. Insomma “troviamoci all’Osteria da Franz a farci un goccio”.
Il tratto più interessante di FS è ad ogni modo il lavoro di documentazione: se non avete letto alcuno dei suoi libri preparatevi, perché la ricerca storiografica o scientifica, o semplicemente la ricerca sui fatti d’attualità è semplicemente mostruosa, spaventosa, micidiale, incredibile, fantasmagorica, mirabolante, ed è proprio per questo che i suoi romanzi sono terribilmente plausibili, anche quelli di fantascienza (come “Limit” o “Il quinto giorno”).
Quello che però a volte mi ha scocciato è rendermi conto che lo stesso libro con cento o duecento pagine in meno avrebbe guadagnato in chiarezza, ritmo, efficacia. Insomma, sarebbe stato un libro davvero migliore. E senza togliere nulla al piacere della lettura.
A volte, con Schatzing, riesce difficile riprendere il discorso iniziato venti pagine prima.
Ora, non so se i suoi contratti siano - come dire – a corpo o a misura, cioè se vende il libro e basta – lungo o corto che sia – o se si tenga conto del numero di pagine, ma è un dato di fatto che quando s’imbarca in certe descrizioni o peggio, in certi dialoghi logorroici, mi vien da pensare “ma perché la tira così in lungo, visto che questo nulla aggiunge alla trama o ai personaggi?”  
Glielo perdono perché è terribilmente bravo, ma i soldi per i suoi libri li avrei spesi lo stesso anche se fossero stati più corti.
E questo è il primo.

Il secondo che prendo in considerazione è il mitico Terry Brooks, del quale ho letto più o meno tutto, compreso il suo libro sulla scrittura “A volte la magia funziona”, che non dice praticamente nulla sulla scrittura in senso stretto, ma è bello e godibile lo stesso.
Ragazzi, se non è bravura questa: un libro sulla scrittura che non dice nulla sulla scrittura!
Ho letto tutti, davvero tutti, i libri su Shannara, tutta la serie di Landover e uno dei libri del Cavaliere del Verbo (lo so, non è ammissibile che gli altri due non li abbia letti, ma chiedo venia, anche se non farò ammenda).
Anche lui - in ogni libro, nessuno escluso – cade nella trappola del fabbricante coatto di pagine, dispensando elucubrazioni che nulla aggiungono e nulla tolgono alla trama, ma soprattutto alla caratterizzazione del personaggio, che a volte diventa un lagnone pieno di pare mentali.
Nel suo caso, però, salto meno pagine rispetto a Schatzing (e qualcosa di positivo c’è, visto che avendo meno pagine da buttar via penso che mi ha fatto spendere meglio i miei soldi).

Il terzo è nientepopodimeno che Stephen King.
Ora, devo confessare di non aver mai letto un solo libro di King, lo giuro, per cui quel che scrivo ora prendetelo come viene, perché la vera domanda che mi pongo è, al di là dei suoi meriti o demeriti letterari:

Ma come caspita fa a sfornare un libro di milletrecento pagine ogni anno?”.

Non mi posso pronunciare sul numero di pagine ridondanti/inutili/eccessive che può o non può avere uno dei suoi libri, ma quando ne vedo uno in libreria penso a un artigiano che stampa i romanzi col ciclostile: un giro di manovella, una pagina; un altro giro di manovella, un’altra pagina, un altro giro…e così via.
Mi piace l’idea di King che gira la manovella milletrecento volte e PUF! …ecco fatto il libro!
Perché, se tutte le pagine che pubblica sono pregnanti, significative, necessarie, allora saremmo di fronte a un vero mostro della letteratura!
Aspetto qualche commento su questo argomento (la logorrea scrittoria di King, vera o presunta che sia) da qualcuno dei fedeli four cats che ha letto qualcosa di questo autore.

Uno che invece non esagera troppo in tal senso è Dan Brown (proprio lui, quello del “Codice da Vinci” e “Angeli e demoni” , eccetera).
Ha l’astuzia di fermarsi appena prima di diventare logorroico e riesce a mantenere sempre alto il ritmo della narrazione nonostante a volte si dilunghi in descrizioni – non sempre esatte, come fatto notare da qualcuno – che mostrano come anche lui sia molto attento alla documentazione e al realismo del romanzo.
Ha mestiere – e non è che King o Brooks o Schatzing non l’abbiano, sia chiaro che sto parlando di mostri sacri della scrittura di massa contemporanea – e furbizia abbastanza da sapere quando smettere e passare ad altro.
Nei suoi romanzi il ritmo incalzante è tutto, e Brown è maestro in questo.

Incidentalmente mi collego con questo anche al post di Helgaldo sui libri “distillati”: ho pensato anch’io la stessa cosa che ha pensato lui, e cioè che se un libro distillato rende quanto l’originale tanto valeva fare l’originale senza tanti fronzoli.
Ricordo che negli anni ’70 (no, per favore, non ditemi quanto sono vecchio che tanto lo so, graaaaaazie!) andavano alla grande “I libri condensati” di Selezione dal Reader’s Digest (proprio loro, quelli che ti trovavano anche al Polo Sud pur di inviarti materiale da acquistare o pubblicità o regali o offerte speciali. Potevi sfuggire alla CIA o al KGB o anche al Fisco o alla fidanzata che avevi mollato, ma a Selezione non si sfuggiva mai).
Qualcuno a suo tempo l’ho letto e posso dire che al libro non mancava niente, andava benone e non mi è mai parso che il racconto fosse incompleto; quella del libro distillato/condensato non è quindi una novità, tutt’altro. E a suoi tempi funzionava anche abbastanza bene.
Questo del libro distillato è perciò a tutti gli effetti un remake degli anni ‘70/ ’80 che dimostra non solo il riciclo di libri che hanno potenzialmente esaurito le possibilità di vendita, ma che si riciclano perfino libri che all’inizio contenevano anche una buona quantità di fumo, oltre all’arrosto.

E io?
Appartengo alla scuola secondo la quale ogni scena e ogni dialogo devono essere funzionali al racconto; far capire la situazione, i personaggi, la dinamica degli eventi. Le descrizioni secondo me devono essere il  minimo indispensabile per far capire al lettore dove si trova e cosa accade, ma il resto lo lascio alla sua fantasia. Altrimenti lo scritto diventa una specie di manuale, non un romanzo, no?
Il mio massimo come numero di pagine pubblicate è stato di trecentoventisei (“La pianura dei demoni”), ma Stephen King credo sarebbe stato capace di arrivare almeno a cinquecento, con lo stesso materiale.
Del resto, se non mi piacciono molto gli autori logorroici, perché dovrei esserlo io?

p.s.: per non sparare sulla Croce Rossa non ho inserito nella lista “I promessi sposi”, che considero il prototipo della logorrea: se togliamo le storie parallele, le descrizioni inutili, subplot, i sub-subplot e le divagazioni…del romanzo rimane ben poco.
Dev’essere per questo che alle superiori non mi è mai piaciuto. Beh, nemmeno adesso.

Ops! Credo di aver sparato sulla Croce Rossa…  J


Colonna sonora del post: “The secret language of angels” di Lisa Gerrard.

Commenti

  1. La penso come te, detesto i romanzi logorroici. In realtà non conosco nessuno degli esempi che hai citato, a parte il saggio di scrittura che Terry Brooks e Dan Brown. Però... però penso che alcune storie in realtà gioverebbero di un po' scene aggiuntive o dettagli in più. Voglio dire, è difficile generalizzare, secondo me. A volte anche i romanzi troppo asciutti lasciano male. Magari non si corre il rischio di annoiarsi però si tende a rimanere indifferenti, poco coinvolti.
    Comunque, anche io ricordo bene i condensati anni '70. Ti dirò, molti classici li ho letti prima di tutto nella versione condensata e non mi era dispiaciuto affatto... Mi domando se quelli di oggi siano fatti altrettanto bene. Chissà.
    Ah, grazie della citazione :)

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    1. Ho deficitato un po' nella comunicazione: non intendevo dire che il libro può mancare di elementi importanti o fondamentali per la comprensione, anzi; ma è l'eccesso opposto che trovo poco adatto (a me e a te, almeno!).
      Voglio dire che se bastano dieci righe per rendere l'idea di un ambiente o di una persona, farci una pagina mi pare tenere in poca considerazione il fatto che chi legge di fantasia ne ha.
      Che poi, diciamolo chiaro, quanto di una descrizione logorroica ci resta in mente una volta che ci siamo fatti la nostra idea?

      p.s.: prego! :-)

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    2. No, no avevo capito cosa intendevi! Io infatti difendevo in parte quando uno scrittore si dilunga un po' di più. Diciamo che a volte non mi dispiace qualche dettaglio aggiuntivo, se contribuisce a portarmi ancora un po' dentro la storia. Però c'è caso e caso, indubbiamente.

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