La solitudine dello scrittore


Da più parti – nella fattispecie blog sparsi qua e là nella virtuale rete internettiana – si sottolinea un fatto che potrebbe sembrare lapalissiano (non è una parolaccia, significa solo “talmente evidente da non richiedere spiegazione”; caso mai chiedete al signor De La Palisse, di cui si dice che un’ora prima di morire era ancora vivo) ,ma non lo è.
Il fatto è citato è questo:

Scrivere è un’attività solitaria

Per essere più precisi: è un’affermazione evidente per chi scrive, ma non per chi non scrive, e questo semplicemente perché nessuno può capire – per quante parole ci mettiate per spiegarlo -  cosa vedete nella vostra mente quando mettete su carta i vostri pensieri.
O, meglio, quando scriviamo (portate pazienza: sarò anche un pochino presuntuoso ma penso di potermi qualificare anche come scrittore).

E’ un po’ come quando si cerca di raccontare un sogno che abbiamo fatto: in nessun caso riusciremo a rendere pienamente e veramente quel che abbiamo visto e sentito nei nostri viaggi notturni.

E scrivere è qualcosa che si avvicina molto al sogno: vediamo, immaginiamo, sentiamo e proviamo sentimenti ed emozioni che mai riusciremo a rendere appieno ai nostri lettori, sia che si tratti di un successo a livello planetario sia che si tratti dei miei fedelissimi 4cats.
E’ un’attività terribilmente solitaria ma che paradossalmente ha assoluto bisogno della solitudine. Non è possibile farne a meno: pensate solo a cosa provate quando siete lanciatissimi nella stesura di un manoscritto e d’improvviso entra qualcuno nella stanza a dirvi che (a piacere) la cena è pronta o che ha telefonato vostro cognato o che (e questo è molto peggio) forse si è rotta la lavastoviglie o (e questo indica che eravate veramente presi dalla scrittura) che è l’una del mattino e vi avevano dato per disperso con l’abusata frase “E allora vieni a letto o no?”. Nell’ultimo caso vi accorgete di avere veramente sonno e vi chiedete che diamine avete scritto nell’ultima ora e mezza.
La reazione che verrebbe spontanea – o perlomeno viene a me – sarebbe dire qualcosa del tipo: “Non entrare nei miei sogni!” e sarebbe del tutto corretto: nessuno, in alcun modo, può avere accesso ai nostri sogni – che si tratti di attività onirica o scrittura – allo stesso modo in cui noi li vediamo e sentiamo.

Per questo motivo non indulgo molto nelle descrizioni, lasciando che i pochi tratti disegnati a penna (si legge “a tastiera”) diventino dei dipinti che si costruiscono nella mente di chi legge; tanto anche se scrivessi pagine e pagine di descrizioni nessuno riuscirebbe a vedere qual che ho visto io e tutti vedrebbero la stessa descrizione in tanti modi diversi quante sono le persone che leggono.
Ognuno sogna a modo suo…con lo stesso materiale a disposizione. C’è qualcosa di magico in tutto questo, o forse no, ma mi piace pensarlo.
Scrivere deve essere un’attività solitaria, e non solo perché nessuno può davvero condividere quel che ho in mente, ma perché non posso permettere a nessuno di “inquinare”  - passatemi il termine, che non va inteso in senso spregiativo – i sogni che voglio mettere su carta.

Può capitare di trovare dei buoni romanzi scritti a quattro mani – per quanto riguarda la fantascienza ricordo Larry Niven e Jerry Pournelle – ma si tratta di casi fortunati, e ad ogni modo due diversi modi di sentire non renderanno bene quanto uno: si tratterà sempre di un compromesso che seppure soddisfacente secondo i canoni formali della scrittura, sarà carente sotto l’aspetto del coinvolgimento.
Capitemi: non sto dicendo che non si possa fare, sto dicendo che se ho un mondo da raccontare dentro la mia testa, solo io posso tentare – senza necessariamente riuscire – di farlo capire a menti non solo diverse dalla mia, ma anche lontane nel tempo e nello spazio.
Non è possibile pretendere che quel che ho pensato o provato durante la stesura di un romanzo sia condiviso - e in particolare pienamente compreso – da una mente, che già di suo è di una complessità micidiale, rinchiusa in un’altra scatola cranica che risiede a trecento o tremila chilometri di distanza e che ha un retroterra culturale e di esperienza del tutto diverso dal mio: in questo senso affermo che non riusciremo a rendere in pieno il senso e le sensazioni che troviamo racchiusi nei nostri scritti.   

Ed è per questo che – come ho risposto in un post di Simona, che gestisce il blog Scritti a Penna – la cosa più bella che mi hanno detto di un mio romanzo è “mi è piaciuto”: difficile pretendere di più, e se succede significa che qualcuno in qualche modo è entrato – sia pure inevitabilmente in modo imperfetto – nei miei sogni, quelli che ho messo su carta, e li ha in qualche modo compresi.
E, giusto per la cronaca, Simona è una delle 2 (due!) persone che hanno detto questo dei miei romanzi.

Questo potrebbe significare che:
- solo due persone hanno letto quel che ho scritto, oppure
- che solo due persone hanno provato quel che ho provato io scrivendo, oppure
- che ho trovato due persone particolarmente pietose nei miei confronti.

Tutte possibilità agghiaccianti per uno scrittore (in particolare la terza)!
Ma…si dice che ci sono anche piccole soddisfazioni nella vita, no?

Ai miei fedeli 4cats dedico l’onirica “Bylar”, cantata da Lisa Gerrard: la trovate su YouTube e se vorrete ascoltarla credo che vi piacerà.

 

 

 

 

 

Commenti

  1. Il paragone scrittura-sogno è particolarmente adeguato, io la vedo allo stesso modo. Hai parlato del riemergere quando si entra in contatto con la realtà di tutti i giorni, anche io ho spesso provato le stesse sensazioni.
    In questo periodo più che essere disturbata dal mondo circostante, però ho l'impressione che sia internet a interrompere troppo spesso questo "sognare".
    Ed è vero che è difficile da far capire a chi non scrive. Per esempio io trovo insensata la domanda "com'è nato questo romanzo?". Che ti devo dire? Sarebbe appunto come spiegare perché ho fatto un certo sogno!

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  2. In effetti che altro scriviamo, se non quel che vediamo nella nostra mente...e che alla fine è assimilabile ad un sogno?
    Per quanto riguarda Internet, il mio Primo Comandamento dello Scrittore recita testualmente: "Mai a poi mai terrai i collegamenti online attivi durante la scrittura" (forse non è proprio il primo, ma il Primo Fra Gli altri).
    Bisogna resistere alla tentazione di collegarsi col resto del mondo quando si scrive: per questo prima di cominciare - e mai durante - controllo la posta o i blog interessanti, eccetera.
    Diversamente ci sarebbe un elemento di distrazione mooolto difficile da eliminare!

    Ciao!

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  3. Grazie per la citazione, Gabriele. Aggiungo soltanto che non tutte le distrazioni vengono per nuocere, anzi, qualche volta possono fornire ispirazioni inaspettate :)

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  4. Ciao Gabriele! Sono d'accordo con te, niente intrusioni mentre scrivo, anzi, niente intrusioni fino a quando non ho terminato la revisione. Dopo sono sicura di avere fatto uscire la storia a mio modo, e sono pronta per le opinioni e le critiche.

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  5. Gabriele, passa da me quando puoi... c'è una nomination per te!

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