Scrittura, ricerca e documentazione


Un cordiale “benritrovati” ai superfedelissimi 5cats che bazzicano da questa parte dell’impalpabile confine del web!
Ho scelto per tema un argomento che spesso si dà per scontato, ma non lo è. Non troppo, almeno, visto che a volte anche autori di una certa levatura fanno cilecca, salvo poi dire che si trattava di esigenze narrative (ma questo ve lo spiego più avanti, come vedrete).
Mettendo quindi il titolo in mezzo alla pagina come di consueto, posso annunciare che oggi parleremo di

La documentazione e la ricerca nella scrittura

Il tema del post non è davvero nuovo: ne ho accennato nell’articolo relativo alla Logorrea dello Scrittore e anche nell’articolo ospitato dalla sempre gentilissima Anima di Carta e relativo alla fantascienza.
Giuro che poi non ne parlo più, ma forse qui troverete qualche informazione utile.
Come al solito si tratterà di una chiacchierata un po’ basata su esperienze personali e un po’ sul generico, e sempre senza avere la pretesa di riuscire a dire tutto sull’argomento.
Vista la lunghezza del post avevo all’inizio pensato di dividerlo in due parti ma poi ci ho ripensato: sarebbe solo un sotterfugio per costringere qualcuno a ripassare (un po’ come quando il telefilm finisce sul più bello e ti tocca sorbirti il resto alla puntata successiva, o come nelle TV private, quando ti mettono la pubblicità dieci secondi prima della fine del film e ti tocca aspettare per sapere come va a finire).
Per cui…abbiate pazienza di arrivare fino in fondo: troverete alcune cose già dette, ma anche qualche dritta che magari potrebbe servirvi.

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Comincio col dire che spesso e volentieri la ricerca e la documentazione NON sono indispensabili, o comunque non del tutto: se un romanzo è ambientato nella mia città, che conosco a menadito, è abbastanza improbabile che mi metta a cercare notizie particolari, sempre in relazione alla profondità che le descrizioni o le notizie sono destinate ad avere nel contesto del racconto.
Per esempio, ho ambientato buona parte del “Diario di Sabet” a Padova, mia città natale, che posso dire di conoscere molto bene, il che mi ha risparmiato un po’ di pensieri per quel che riguarda inesattezze e notizie da inserire. Ho eseguito ugualmente diverse visite sui luoghi oggetto delle azioni che vi si svolgono per tenere bene a mente  - per esempio – la posizione delle colonne dei portici (indispensabili per la scena della sparatoria), le iscrizioni sulla fontana che si trova in Piazza delle Erbe (stesso motivo), le vie nei paraggi, eccetera.
Tra l’altro alcune descrizioni presenti nel romanzo fanno riferimento alla mia precedente sede di lavoro, per la serie “non si butta via niente”!
Ho immaginato una viabilità cittadina un pochino diversa dall’attuale, ma trattandosi del prossimo futuro…potrei averci azzeccato. Ma ne parleremo nel 2028: non ci manca poi tanto.
 

Se però avessi ambientato il romanzo a Roma di sicuro mi sarei trovato nella necessità di ambientare le scene nei luoghi in cui sono effettivamente stato, oppure di recarmi di persona sui luoghi o – ancora – di chiedere a qualcuno.
Come extrema ratio anche Google Street potrebbe essere un utile strumento per lo scopo, almeno per qualche descrizione.
Di sicuro per parlare di New York (non ci sono mai stato, ma non è un problema, visto che le grandi città mi interessano davvero poco e se organizzassi un viaggio dubito che la sceglierei come meta: dovendo scegliere – che so – fra New York e Islanda state pur certi che scelgo l’Islanda) non potrei improvvisare o inventarmi qualcosa: dovrei assolutamente documentarmi, e se possibile in modo rigoroso.
Certo, aiuta sapere che le Street sono orientate in un modo e le Avenue in un altro, ma il primo turista che è passato per quella città potrebbe tranquillamente dirmi di cambiare mestiere (e se è davvero mosso a compassione potrebbe limitarsi a dirmi di lasciar perdere le città americane e darmi all’ippica). 
Quindi, in mancanza di esperienze dirette, penso che New York non farà parte delle mie ambientazioni.
Se per esempio dico che Mario, per sfuggire ai suoi inseguitori corre in via Dei Serpenti, a destra di Viale Cavour (a Roma, provenendo dalla stazione Termini) e dopo venti metri gira in un vicolo…di sicuro dico una sciocchezza, perché non è vero; ma se dico che dopo qualche centinaio di metri di corsa affannosa per via Dei Serpenti – sempre inseguito dai sicari del Nuovo Ordine Mondiale dei Cuochi e Telegrafisti - gira a destra in Vicolo dei Serpenti oppure che si ritrova in una grande via in cui si trova la Banca d’Italia (via Nazionale, se la memoria non mi fa difetto) , questo va benone.
Ehm…spero di aver ricordato bene le vie di Roma…altrimenti dovrò darmi all’ippica.
Non ho consultato Google Maps, ma solo la mia memoria, che funziona come quella di un Vic20 o di un Commodore64 (se vi ricordate com’erano).

Intermezzo
Volendo si possono chiedere informazioni agli indigeni del luogo, ma non è sempre consigliabile: ricordo che un po’ di anni fa (beh, insomma, era il 1984, mica ieri) mi trovavo a Siena proprio in Piazza del Campo, in compagnia di mio cognato (che è pisano e questo ha la sua importanza). A un certo momento ci si avvicina una turista che senza  por tempo in mezzo (e senza nemmeno dire buongiorno”) ci chiede: “Ma perché il Palio è così importante per voi?” al che mio cognato risponde: “E he ne so io? Io so’ miha de Siena!”. 
Questo per dire che non sempre è utile chiedere informazioni per strada.
Ah, se avessi avuto pronta la macchina fotografica avrei immortalato l’espressione della turista!
Fine intermezzo

In altri casi la ricerca è davvero assolutamente inutile. Per rimanere in ambito fantascientifico (scusatemi, ma non me la cavo troppo bene con altri generi) cito due grandi del genere: Iain Banks per quella più recente e Isaac Asimov, per quella più datata.
Per questi autori, di solito la narrazione si svolge in luoghi e in tempi talmente lontani dal nostro, che non ha davvero senso cercare riscontri reali.
 
 
 
E se anche il sempiterno Asimov era un grandissimo saggista, con i piedi bene ancorati a terra e sempre aggiornato allo stato dell’arte per quel che riguarda le conoscenze del suo tempo, basta leggere i libri della saga della Fondazione o “Neanche gli dèi per rendersi conto che i suoi maggiori e più riusciti romanzi sono all’insegna della fantasia senza limiti (non del tutto però: quando sono ambientati dalle nostre parti, intese come “sistema solare in cui ci troviamo” Asimov mostra di avere pochi rivali in quanto a precisione!).
Banks invece ha ambientato la maggior parte della sua produzione in luoghi e tempi inimmaginabili, descrivendoli al punto da sembrare perfino reali, ma al tempo stesso sganciandosi del tutto dai limiti di quel che esiste qui e ora. Addirittura, nel finale di “Volgi lo sguardo al vento” uno dei personaggi viene riportato in vita dopo duecento milioni d’anni!
 
 
 
 
Dubito che per quel tempo New York esisterà ancora o che qualcuno sappia che era esistita. Credo sia molto probabile che a Siena non si correrà il Palio, per cui fra duecento milioni d’anni non chiedete informazioni agli indigeni.
In compenso ci sono autori che ambientano le scene anche in città ben conosciute…ma senza scendere in dettagli!
Può essere un buona scappatoia: in fin dei conti se scrivo che dopo essere uscito di casa sono andato a farmi una bevuta alla Birreria Del Guercio, beh…uno se la immagina come preferisce (che la birreria esista o meno). Non posso dire che si tratti del sistema che preferisco, ma può funzionare.
Considerazioni analoghe possiamo farle per il fantasy o per romanzi ambientati in un paesino o città che potremmo definire “standard” e che non richiedono grandi spiegazioni: del resto per una scena romantica al punto giusto basterebbe dire che i due innamorati guardano il Colosseo dalla finestra dell’albergo (credo che di alberghi ce ne siano nei paraggi, basta non inserire altri dettagli: vuoi che non ci sia un albergo con vista Colosseo?).
Per paesino standard intendo il classico agglomerato in riva al mare o in montagna con il solito bar, le solite quattro case, il solito dottore che sa tutto di tutti e la solita perpetua che chiacchiera senza mai fermarsi.
Il paesino con le strette e ripide vie a picco sul mare o, per contro, la sonnacchiosa provincia in campagna sono luoghi talmente “ovvi” che comunque se ne parli tutti immaginano più o meno la stessa cosa.
Si tratta di cliché che poco aggiungono o tolgono alla narrazione che, in questo caso, rappresenta il piatto principale, sia pure a scapito della precisione. Ma va da sé che in un caso simile potrebbe importare poco che il posto si chiami Campomulo o Bronzola o Rosolina (il primo sull’Altopiano di Asiago, il secondo a quindici chilometri a nord di Padova, il terzo affacciato sull’Adriatico).
Tra l’altro Campomulo è una località presso l’Ortigara in cui si trova soltanto un rifugio: a non saperlo e a non controllare sull’atlante si direbbe che si tratti di un paese vero e proprio.
Questo per dire che a volte si possono scrivere cose inesatte e nessuno se ne accorge.
Dite la verità: non vi era neanche passato per la mente di controllare dove si trova Campomulo!
Ricordo di aver letto da qualche parte che Dan Brown in “Inferno” (l’ho letto e mi è piaciuto e se non vado errato ci stanno facendo anche il film) ha commesso alcune inesattezze per quel che riguarda alcune scene ambientate a Venezia, ma che si trattava di esigenze dovute alla narrazione, come anticipavo più sopra.
Non so se sia vero o no, ma per il resto Brown mostra di aver preso molto sul serio il mestiere di scrittore: le sue descrizioni e note storiche sono davvero le ciliegine sulla torta di un buon romanzo. Ne fa sfoggio in praticamente tutti i suoi libri, ma in “Inferno” direi che sfiora la perfezione. Ho l’impressione che ne vada orgoglioso, e credo che ne avrebbe ben motivo. 
Ma se andiamo un po’ oltre le descrizioni trite e ritrite o se è il caso di sbilanciarsi un po’ di più, allora è necessario perdere del tempo per essere verosimili; questo anche senza documentazione.
Per fare un esempio: lo sanno tutti che la Luna gira intorno alla Terra in 28 giorni (più o meno: non siate pignoli!). Beh, non posso scrivere che il giorno prima la notte è tersa e senza luna e Ildebranda ammira il cielo stellato sospirando al pensiero del suo amato mentre il giorno dopo la nostra eroina cammina nottetempo nel bosco alla luce della luna piena!
Oltre alla documentazione dobbiamo cercare di usare un pochino di buon senso. Non scherzo: ho visto perfino film in cui capita esattamente questo!

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Di tutt’altro genere le necessità della ricerca storiografica.
Voglio dire subito che il mestiere di storico secondo me assomiglia a qualcosa del genere: un tizio che parte in aereo con una valigia, un pc e un trolley e se ne va all’estero a consultare documenti e archivi, possibilmente con l’aiuto di un buon interprete.
Magari arrancando in due metri di neve nel bel mezzo della Siberia per incontrare Ivan Ivanovich Vassilienko (nome inventato al momento e forse nemmeno troppo russo) e fargli qualche domanda prima del trapasso (Ivan Ivanovich ha la bella età di 99 anni e si ricorda perfino di avere avuto Stalin come compagno di classe).
Il vero storico ci mette mesi o anche anni d’impegno e poi - una volta tornato a casa con tutte le notizie necessarie – comincia a scrivere il suo saggio.
Purtroppo questo modo di lavorare richiede disponibilità economiche e di tempo davvero importanti (espressione approssimata molto per difetto), e se uno ha un lavoro a tempo pieno questo potrebbe essere un ostacolo insuperabile.
Anzi, lo è. Posso dirlo per esperienza.
In effetti, molti di coloro che scrivono storia secondo questi criteri sono persone che lo fanno per lavoro o che per la loro professione possono recarsi sul posto, anche per intervistare persone che possono dare notizie di prima mano. Le interviste fatte di persona sono uno strumento straordinario per le ricostruzioni storiche, ma o si tratta di storia locale o quasi, il che consente spostamenti e impegni di tempo ragionevoli se la storiografia non è il vostro lavoro, o è meglio lasciar perdere, specie se si tratta di raccontare storie accadute dall’altra parte del mondo.
Attualmente c’è la Rete, che può dare un valido aiuto, nel senso che moltissima documentazione, fino a pochi anni fa consultabile solo recandosi all’estero o facendosi spedire delle fotocopie, è stata resa disponibile online. Certo, non c’è tutto e sicuramente moltissimi documenti non potranno essere resi disponibili, ma per quanto riguarda la storia recente è possibile avere accesso a una buona quantità d’informazioni.
Per esempio, nella mia ricerca sulla Battaglia del Mar di Bismarck ho consultato le fonti dell’U.S. Air Force; richiesto documentazione all’Australian War Memorial, e – tramite le associazioni di reduci – ho rintracciato due di essi al tempo in vita (ho appreso che purtroppo uno dei due è morto recentemente, ma a 94 anni non si può davvero chiedere di più).
In questi casi è buona regola chiedere per iscritto il permesso di utilizzazione dei documenti, specificando l’uso che se ne vuole fare – e in particolare se è per uso personale (ovvero per divulgazione ad uso scolastico) o per scrivere un libro da pubblicare, quindi per lucro – e quali parti interessano. Se ricevete un diniego, non utilizzate il materiale pensando che tanto nessuno se ne accorgerà.
Prima o poi qualcuno se ne accorge. Sicuro. Matematico. Come direbbe qualcuno “…as sure as eggs is eggs…” (citazione da “Supper’s ready” dei Genesis, da progrockettaro qual sono).
Devo dire che non mi è mai capitato di ricevere dinieghi espliciti: solo in un paio di casi non ho semplicemente ricevuto risposta alla mia richiesta.
Se questo capita non si deve ritenere che si tratti di silenzio-assenso: il permesso deve sempre essere esplicito. Di conseguenza – quand’è stato il caso – non ho utilizzato alcuna informazione.
Ricordate: niente silenzio-assenso. Se c’è l’autorizzazione, questa deve essere esplicita.
 
 
Lo so, ho ripetuto e sottolineato due volte la stessa cosa, ma è importante. Vi evita un sacco di fastidi.
 
 
Nel caso di citazioni da testi dovete inserire la citazione fra virgolette con indicazione della fonte (che sia nelle note o in chiaro importa poco, purché ci sia).
Per esempio, se scrivete l’informazione di per sé (esempio: “…a Padova c’è il Prato della Valle”)  o si tratta di nozione che fa parte del patrimonio comune di conoscenze, nel qual caso non è necessaria alcuna indicazione, o inserite nota oppure un rimando alla bibliografia (qui ricadiamo nel primo caso, visto che anche nel deserto della Namibia ci sarà pure qualcuno che sa che a Padova c’è il Prato…forse). 
Se però scrivete “…nel mezzo del cammin di nostra vita…” o qualcosa di simile non potete farlo, a meno che la frase sia qualcosa di questo tipo: “…come dice D. Alighieri nella sua ‘Commedia’…” e qui inserite la citazione fra virgolette.
In alternativa, nota a piè di pagina o rimando alle note con fonte, autore, pagina e se possibile edizione del testo; altrimenti  - nonostante le vostre buone intenzioni – qualcuno potrebbe dirvi che avete copiato.
Ora, l’esempio che ho portato è estremo, vista la popolarità del signor Alighieri, ma serviva a rendere l’idea.
In sintesi: ben pochi problemi per l’uso delle informazioni di per se stesse; un po’ di più di attenzione per citazione letterale.
Spesso, se si tratta di fonti governative o fondazioni dedicate a perpetuare la memoria di reduci o internati o siti commemorativi, come ce ne sono tante (in particolare nei paesi anglofoni), capita di ricevere degli allegati per email con documenti e informazioni messe a disposizione gratuitamente, perfino senza averle richieste, fatta sempre salva la richiesta di riconoscere la fonte (cosa sempre gradita a chi fornisce il materiale e dimostrazione di rispetto ed educazione da parte di chi scrive il saggio o l’articolo). Se la cosa non è richiesta è sempre opportuno ricordare chi ci ha dato una mano.
Alcune fonti – come quella della già citata U.S. Air Force – sono liberamente utilizzabili, essendo documentazione considerata in pubblico dominio. Ma è sempre opportuno chiedere, a scanso di equivoci. E ribadisco che quando inviate l’email con la richiesta di autorizzazione, questa deve essere fatta esplicitamente “with acknowledgement of sources” (so che avete studiato inglese e quindi sapete che vuol dire).
Da parte di chi invia documentazione a volte arriva la richiesta di ricevere una copia del saggio nel caso venisse pubblicato: motivo in più per fare un lavoro perlomeno decoroso.
Naturalmente una volta fatto e pubblicato occorre mantenere la promessa!
E’ così che ben quattro copie dei miei lavori sono giunte perfino in Australia (una a Perth, le altre nel New South Wales: a Leura, Waverley e Peakhurst. Non serve che controlliate su Google Maps: queste località esistono davvero).
A volte capita di dover fare un certo lavoro di traduzione, il che potrebbe non essere un problema particolare per i documenti in lingua inglese, ma se qualcuno si ostina a scriverti in tedesco…per me son guai (Bundesarchiv docet: ho scritto in inglese, mi hanno risposto in tedesco, acc…malediz…!!!!@#&…grrrr)!
Per fortuna quasi tutti - quale che sia la parte del mondo in cui abitano - preferisce usare proprio l’inglese. Anche gli olandesi, per fortuna, e credo che l’olandese sia perfino più difficile del tedesco.
Quando ho avuto a che fare col giapponese ho chiesto a una signora che conosco (nativa di Hokkaido) di darmi una mano con alcune traduzioni, cosa che ha fatto con grande gentilezza.
Posso dire – come ho accennato nella pagina dedicata alle mie pubblicazioni – di aver sempre trovato grande disponibilità nell’appoggio a iniziative di questo genere, e le comunicazioni e le interviste sono state fatte tutte per email, senza mai incontrarci di persona.
Quando si tratta di notizie che potrebbero essere imprecise, come personale criterio ho adottato questo: almeno due fonti non collegate tra loro (e a volte è difficile dire se una ha preso le informazioni dall’altra) devono darmi le stesse informazioni sullo stesso argomento. Se succede, allora considero attendibile la notizia; se si tratta di esperienze di prima mano naturalmente il problema non si pone, fatta sempre salva la memoria di chi fornisce le informazioni.
Da parte vostra – se scriverete un saggio - adotterete il criterio che vi parrà più opportuno.
C’è poi da considerare che le informazioni, comunque siano ottenute, sono il risultato di tempo, lavoro, sforzi e fatiche di un gran numero di persone, disperse nei decenni e nello spazio; persone che si sono fidate di voi e di quanto avete scritto per email, senza nemmeno conoscervi.
A volte si tratta di persone passate attraverso esperienze ben poco piacevoli: quindi penso che sia davvero il minimo ricordare alla fine dello scritto tutti coloro - comprese le organizzazioni o le associazioni - che hanno reso possibile la stesura del libro. Oltre, naturalmente, alla bibliografia consultata, che deve essere il più completa e precisa possibile.
 
…e se qualcuno che vi è vicino vi ha dato incoraggiamento anche quando pensavate di non farcela…ricordatevi anche di lui / lei.
E’ importante anche questo.
Colonna sonora del post: “Where the road meets the sky” di Michael Gettel, dall’album “Skywatching”. In particolare l’ultimo minuto del brano.

 

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