James Tiptree e la scrittura maschile e femminile


Ciao a voi 5cats!

Prima di tutto un annuncio: visto il periodo estivo, la voglia di staccare la spina determinata dal mantenimento della sanità mentale, vi informo che gli aggiornamenti saranno un pochino più radi in questo periodo, in attesa di recuperare (si legge “ammesso che abbia ancora idee”) più avanti.
Se ne avete voglia venitemi pure a trovare!

Argomento di questa puntata:

James Tiptree e la scrittura maschile e femminile

Non venitemi a dire che è un argomento che avrei dovuto lasciar perdere: sotto sotto lo sapete che ci sono delle differenze, ma qui molto semplicemente dico la mia.
Come un grafologo è in grado di dire (con una buona dose di precisione) se uno scritto autografo appartiene a un uomo o a una donna, così il modo di scrivere può essere rivelatore del sesso dello scrivente.
Qui non si tratta di stabilire se scrive meglio l’uomo o la donna – è una questione di nessuna importanza – si tratta piuttosto di capire in che cosa sta la differenza nel modo di scrivere.

Quella che in genere salta all’occhio del lettore (qui va inteso nel senso di lettore/lettrice e non me ne vogliano le puriste della lingua che preferiscono leggere sindaco/sindaca o ministro/ministra…che a me sembrano delle emerite schifezze, checché ne dica l’Accademia della Crusca: il termine indica la funzione della persona di per sé, e non altro…per non parlare di “petaloso”, che all’inizio mi stava simpatico, adesso lo detesto) sta nelle descrizioni di personaggi e luoghi e in quelle degli stati d’animo: in generale le descrizioni maschili si soffermano su quanto si vede a occhio, quelle femminili sulle impressioni (non è sempre vero, ma mi sembra che in generale sia così); per un uomo la narrazione dei dialoghi o della reazione a un fatto parla di per sé, mentre una donna in genere preferisce approfondire - e non poco – sensazioni, emozioni e reazioni.

Per esempio, per me – lettore maschile (almeno credo) – è sufficiente leggere una frase del tipo “rimase immobile di fronte al corpo esanime dell’amico”: questo basta e avanza; per una scrittrice donna potrebbe venire invece naturale scrivere qualcosa che assomiglia a “le mancò il fiato di fronte a quel corpo emaciato e pallido, come se la vita stessa l’avesse abbandonato, lasciando nient’altro che un guscio vuoto ormai irriconoscibile”.    

Entrambi i passaggi li ho inventati al momento, non cercateli in qualche testo; se assomigliano a qualcosa che avete già letto fatemelo sapere!
Non penso che si tratti di sensibilità diverse: la fame, la fatica, lo scoramento, il dolore che prova un uomo sono gli stessi che prova una donna. La gioia, la disillusione, il panico, la solitudine sono sempre gli stessi.
Quel che cambia  - a mio parere – sta fondamentalmente su due livelli.

Uno è culturale: se da bambino piangevi eri una femminuccia; se indulgevi in un gesto d’affetto verso un maschio eri gay (ai miei tempi non si diceva così, era peggio); se ti facevi vedere mentre ti commuovevi non era da uomo. Se chiacchieravi troppo, se descrivevi troppo, se ti sbottonavi troppo, non era da uomo.
Non sto scherzando: era così, e NON per l’educazione ricevuta dai genitori, ma per l’ambiente esterno alla famiglia.
Molto spesso e molto volentieri quanto appreso fra le mura domestiche era l’esatto contrario di quel che si imparava dal resto del mondo. E per motivi che non ho mai compreso, era così per tutti.
Il che ha qualcosa di misterioso, visto che si dice che la famiglia è il fondamento della società.
Ma questo motivo, essendo culturale, può anche venire superato, sia pure individualmente: l’altro motivo mi sembra invece più importante, e credo che si tratti proprio di una differenza fondamentale fra maschio e femmina.

Ho l’impressione che lo scrivere del maschio sia quello di chi dice “quel che prova il personaggio l’abbiamo sperimentato tutti e quindi non serve che approfondisca; nel momento in cui ti ho descritto la reazione di fronte a un fatto tu sei perfettamente in grado di immedesimarti e capire quel che voglio dirti”.
Inutile precisare che questo è il mio punto di vista.
Di contro, mi pare che una scrittrice dica “lo so che capisci quel che intendo, ma avverto la necessità, il bisogno di entrare sempre più a fondo in queste descrizioni e di farti sentire appieno quel che provo: descrivere non è abbastanza, ci vuole di più, altrimenti avverto quel che scrivo come incompleto”.
In altre parole: penso che esista una necessità interiore nel descrivere personaggi, situazioni, emozioni legata strettamente alla natura di chi scrive.

Forse non tutti conoscete uno scrittore di nome James Tiptree Jr: di lui al suo tempo si scrissero cose come questa (faccio copiaincolla da Wikipedia, ma lo stesso concetto viene riportato nella presentazione dei suoi romanzi) …Robert Silverberg aveva infatti scritto un'introduzione alla raccolta della Sheldon Warm Worlds and Otherwise, sostenendo, sulla base di passi dei racconti, che Tiptree non potesse essere una donna. E nell'introduzione al racconto di Tiptree che Harlan Ellison aveva incluso nella sua celebre antologia Again, Dangerous Visions, lo scrittore aveva dichiarato che "Kate Wilhelm è la donna da battere quest'anno, ma l'uomo da battere è Tiptree…"
Ho letto entrambi i romanzi di James Tiptree (molti di più i racconti, che non ho letto) e non posso che dare ragione alle righe qui sopra, solo che…

James Tiptree era una donna

Si chiamava Alice Sheldon e scelse un nome d’arte maschile, in un’epoca in cui le scrittrici erano viste non proprio in modo positivo, in particolare nella fantascienza. 
 
A non saperlo avrei detto che si trattava di un uomo con delle capacità letterarie straordinarie.
A saperlo…dico che si trattava di una donna con capacità letterarie straordinarie.
Le frasi riportate sopra sono – direi – emblematiche della differenza nello scrivere fra uomo e donna, ma a mio parere non riflettono sensibilità diverse, ma la necessità di esprimerle in modo diverso.
In realtà un argomento come questo credo meriterebbe uno spazio assai maggiore che non quello di uno striminzito post in uno sconosciuto blog, ma al momento non direi altro: se avrete voglia di approfondire la discussione nel blog sarete i benvenuti, per il resto…dico solo che Alice Sheldon ha fatto di più con due soli romanzi che un sacco di altri autori con decine di scritti.
E’ impossibile rimanere impassibili di fronte alle sue parole, e lo dico avendo letto soltanto i suoi due romanzi.
Ti fa a pezzi, ti rimescola e poi rimette insieme quel che è rimasto. E quando te ne accorgi le sei grato per averlo fatto.
Era una grande narratrice.  

La dedica di questo post è “Rapide stelle” di Cecilia Chailly, dall’album “Anima

 

 

 

 

 

 

  

Commenti

  1. Io penso che in linea generale è come dici tu, cioè uomini e donne si esprimono in modo diverso. Le donne analizzano, sviscerano, mentre gli uomini sono più sintetici. E così come scrivono in un certo modo, amano anche leggere lo stesso tipo di prosa. Io tendo a dilungarmi se devo mostrare dei sentimenti, scavo e scavo, e lo stesso mi aspetto in un romanzo. Per questo in generale preferisco anche una scrittura morbida e analitica, mentre di fronte a una sintesi eccessiva storco il naso. Tu dici che "quel che prova il personaggio l’abbiamo sperimentato tutti e quindi non serve che approfondisca". Beh, però non è detto che io lettore in automatico debba immedesimarmi. E poi i lettori sono anche pigri. Ma questa è un'opinione parziale!
    In ogni caso, penso che queste siano tesi generiche... ci sono tante eccezioni, da una parte e dell'altra. Alla fine ognuno di noi ha un suo modo di esprimersi specifico e non è dovuto solo al sesso. Sarebbe comunque interessante lanciare un esperimento in cui si propone uno stesso racconto a uomini e donne e vedere come lo sviluppano.
    Buon riposo :)

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  2. Ciao Maria Teresa, e bentornata!
    In effetti - come dicevo - si tratta di opinioni personali e fra gli estremi ci sono un sacco di sfumature.
    La tua proposta è interessante, ma chi raccoglie gli scritti non deve essere quello che li legge: altre persone li leggono, all'oscuro di chi sia l'autore e poi esprimono il loro parere.
    Personalmente credo che una tendenza generale verso la sintesi (per i maschi) o l'analisi (per le femmine) si noterebbe.
    Il punto debole è che se gli autori sono a conoscenza dei fini di questo "esperimento", possono falsare i risultati più o meno coscientemente. Se non vado errato è quello che in statistica viene chiamato "bias", e non è facile da eliminare.

    ciao!

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