Recensione libro: "Come la vita è cominciata"



Riprendo – come promesso – l’argomento “paleontologia” parlando di “Come la vita è cominciata” di Alexandre Meinesz, edito da Il Castello.

Il libro a una prima occhiata alla scaletta degli argomenti appare ben impostato, e i primi capitoli infatti parlano di
- Quando la vita è cominciata?
- Dove?
- Come?
- Le prime forme di vita sulla Terra
e proseguendo con capitoli sulla contingenza (già incontrata negli scritti di S.J. Gould e che qui viene ampiamente ripresa) come il capitolo intitolato La quarta casualità (le altre tre essendo la genesi dei primi batteri, la formazione di cellule nucleate e infine la formazione di organismi pluricellulari).
La contingenza – sulle orme di quanto esposto a suo tempo da Gould -  tiene conto di tutte le variabili imprevedibili quali ad esempio le variazioni climatiche (viene ricordata la teoria della “Terra palla di neve”, così come le supereruzioni avvenute in quella che è l’attuale India) o la comprovata  caduta di asteroidi di grandi dimensioni, tutti eventi in grado di influire in modo pressoché casuale sul destino di migliaia di specie, rendendo l’adattamento ai vari ambienti inutile.
 
Quest’ultimo punto va chiarito: l’adattamento all’ambiente, per cui delle specie sono favorite rispetto ad altre che all’apparenza possono sembrare destinate all’estinzione, diventa inutile nel momento in cui un evento casuale e non prevedibile “decide” a caso quale specie sopravvive e quale no.
Questa linea di ragionamento si collega direttamente alle varie correnti di pensiero creazioniste, secondo le quali – nella loro versione moderna – questi eventi sono stati in qualche modo previsti o preordinati per far sì che alla fine comparissimo noi, i Sapiens.  
L’argomento viene affrontato, ovviamente in modo non troppo approfondito, anche nel libro, dove la posizione dell’autore non è quella creazionista.
Non essendo in alcun modo possibile (ma questo è un commento mio) stabilire se lo sia o no, penso che un quesito indimostrabile di questo genere abbia ben poca importanza al di fuori di una discussione fra religiosi o filosofi, o anche fra amici davanti a una bella birra con patatine fritte e ketchup.

Com’è naturale in una trattazione in cui i pezzi del mosaico sono ben lontani dall’essere tutti al loro posto abbondano le ipotesi e le spiegazioni alternative, senza tuttavia entrare in dettagli che sarebbero più consoni in una trattazione molto specialistica e non in un contesto divulgativo.
In questo l’autore mi pare centri perfettamente il bersaglio.
 
Il testo è disseminato di aneddoti personali collegati agli argomenti dei vari capitoli, che aiutano il lettore a inquadrare nel modo migliore le argomentazioni proposte.
Da metà libro in poi grande spazio viene riservato al contributo dato da Gould e altri autori  su questa materia, mentre figure del passato come Voltaire (che tutti abbiamo perlomeno sentito nominare), van Leeuwenhoek (inventore del microscopio) e Vermeer (pittore) vengono riproposte con una frequenza allarmante.
Senza nulla togliere a questi personaggi che hanno lasciato il segno ognuno nel suo campo, mi sembra che Meinesz abbia voluto a tutti i costi inserire quelli mi sembrano essere i suoi “idoli” in un libro che poteva farne anche a meno: i legami fra un argomento come la formazione della vita sulla Terra e Vermeer che nel suo quadro del 1668 “L’astronomo” dipinge nientemeno che l’inventore del microscopio (il già citato Van Leeuwenhoek) traendone spunti filosofici da inserire nel testo, mi pare un po’ troppo.
 
Quel che a mio parere stona del tutto in un libro altrimenti discreto, sono i richiami (in particolare verso la fine del libro) ai danni che l’uomo sta facendo al pianeta con la raccomandazione di (cito alla lettera dal testo, pag. 267)
- prendere coscienza della storia e del ruolo degli organismi che popolano la Terra
- meravigliarsi di fronte alle molteplici strategie di sopravvivenza e riproduzione degli esseri viventi
- essere sensibili verso la bellezza della vita    
cose che a mio parere appaiono (in particolare la prima e la terza) scontate e quindi inutili in un capitolo finale che invece di trarre conclusioni più o meno definitive sulla base di quanto visto in precedenza, diventa invece un richiamo in stile ecologista che poteva essere evidenziato en passant senza perdere di vista il resto.

Il colpo di grazia lo troviamo invece addirittura nelle prime pagine: l’autore porta argomenti  - che a prima vista sembrano coerenti - questo lo dico da non addetto ai lavori – relativi alla formazione della vita al di fuori della Terra: cioè i primi organismi o comunque i precursori degli organismi attuali sarebbero arrivati dallo spazio!
Ora anche se fosse vero – ed è ancora da dimostrare in quanto siamo ancora nel campo delle ipotesi, sulla base dei ritrovamenti di meteoriti marziane e argomenti simili -  quest’argomentazione non fa altro che scansare il problema spostandolo altrove!
 
Ci sono sezioni intitolate “I batteri possono sopravvivere alle condizioni d’atterraggio di una meteorite?” (pag. 50) e ancora “L’ipotesi dell’arrivo dei batteri all’interno di meteoriti è coerente con le più vecchie tracce di vita sulla Terra?” (pag. 51) e di nuovo “L’ipotesi della vita che viene da ‘altrove’ dovrebbe ormai essere maggiormente considerata” (pag. 68).
Ma se anche fosse dimostrato oltre ogni possibile dubbio che la vita sia d’origine non terrestre, come avrebbe potuto comunque formarsi?
Questo non viene discusso nel libro, partendo da una situazione già in qualche modo consolidata e i lavori di molti autori sulla formazione della vita in casa nostra vengono qui ignorati:
- Oparin, Bernal e Fox (ipotesi fenotipica)
- Muller, Eigen (ipotesi genotipica)
- Bernal e Cairns Smith (teoria minerale della formazione dei primi organismi)
- Woese (teoria della formazione della vita nell’atmosfera primordiale)
- Wachtershauser (generazione della vita nei camini termali subacquei)
ecco, tutti questi contributi e teorie relativi alla formazione della vita sulla Terra non sono minimamente considerati, rendendo il testo - che, tolti i punti deboli visti sopra, sarebbe comunque valido e interessante – mancante di una parte più che fondamentale.
Per i contributi esposti qui sopra vi rimando allo splendido “Introduzione alla paleontologia” di S.Raffi e E.Serpagli, edizioni UTET.    
 
La mia impressione è quindi che l’autore più che presentare una panoramica sull’argomento - che può tranquillamente comprendere l’ipotesi “fuori della Terra” – abbia voluto esporre una sua teoria, peraltro ampiamente ripresa in passato da altri (Arrhenius nel 1907, Hoyle e Wickramasinghe nel 1978, Crick nel 1981) in modo personale.

Per questi motivi – pur abbondando di notizie interessanti e ben spiegate - do poco più della sufficienza al libro: un sei e mezzo, che diventa un 6 1/2 - - (sei e mezzo meno meno) per la quantità a dir poco offensiva di refusi contenuti nel testo: non meno di venti o trenta, ma non dico in quali pagine altrimenti mi tocca rileggere tutto per farvelo sapere…

p.s. per l’articolo precedente: nel materiale iconografico (che su 41 immagini ne riporta ben 5 relative al solo Van Leeuwenhoek mentre diverse altre hanno a mio parere scarsa attinenza con l’argomento trattato) vengono anche mostrate le stromatoliti di Shark Bay (Australia) e dell’isola di Lee Stocking (Bahamas).
 
Come accaduto in precedenza non inserisco immagini in quanto l'unica che ho trovato in Rete era segnalata come potenzialmente dannosa. Abbiate pazienza!
 

 

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