Recensione libro: "Il senso della vita" di I. Yalom


Non ho la pretesa che gli nCats che leggono questo blog siano del tutto d’accordo con quanto sto per scrivere nelle prossime righe: da quanto mi par di capire, in confronto ai lettori che bazzicano (stavo per dire “pullulano” che magari suona meglio) da queste parti credo di potermi considerare una specie di vegliardo…e magari è proprio così.
Ad ogni modo, è un dato di fatto che nei tuoi anni venti senti di avere il mondo in mano e nulla è impossibile; nei tuoi anni trenta sei ancora al massimo della forza, della bellezza e della prestanza e i tuoi progetti ti sembrano ancora tutti a portata di mano; nei tuoi anni quaranta (e già parlando di “anta” fa un certo effetto, no?) hai ridimensionato qualcosa ma tutto sommato non c’è male.
E poi…e poi cominci ad avvertire quel senso di finitezza che non ti abbandona mai. Certo, passano anche giorni interi senza che ci pensi ma poi…un acciacco qui, un dolorino là e ti rendi conto che non sei poi diverso da tutti quelli che ti hanno preceduto. E che magari non ci sono più.
E per quanto bene o male la salute regga, per quanto un leggero ridimensionamento dei tuoi progetti per quanto necessario non sia questa gran disgrazia, per quanto cerchi di consolarti pensando che l’aspettativa di vita sia aumentata, spesso percepisci perfino fisicamente un sentore di scarsità. Di tempo. 
Sensazione di finitezza, appunto. E disillusione. E il dover scegliere cosa tenere e cosa gettare nel deposito dei progetti irrealizzabili.
 

 
 
Su queste sensazioni e su questa consapevolezza, presto o tardi comune a tutti, si pone il libro di Irvin Yalom “Il senso della vita”.
Ora, posso solo dirvi che – oltre a essere scritto particolarmente bene, e tralasciando le mie personalissime opinioni riguardo la psicanalisi – ho trovato questo testo:
- spietato in modo incredibile, in particolare nei confronti dell’autore stesso, psicoterapeuta;
- di una dolcezza sconfinata
- duro nei giudizi
- terribilmente onesto
- e, spesso, struggente.
E senza venir meno a quella che nella maggior parte dei casi è la pura e semplice descrizione delle situazioni e dei dialoghi.


L’autore in alcuni capitoli (primo, quinto e sesto) pone la narrazione in una dimensione irreale, onirica, a tratti quasi magica (magistrale il dialogo col gatto ungherese!), trasponendo in racconto le sue esperienze e facendo uso di un personaggio fittizio (il dottor Ernest Lash); negli altri casi invece, la narrazione è in prima persona, secondo il vissuto di I. Yalom.
Non ho trovato note che indichino che la privacy delle persone citate sia stata conservata ma, poiché in un solo caso la paziente (di nome Paula) chiede esplicitamente che nulla sia nascosto (nemmeno il nome) credo che la prassi di rendere non riconoscibili le identità dei pazienti sia stata osservata.
Il termine “pazienti” va inteso in senso molto allargato: si va da persone che hanno subito diverse gravi perdite personali in un arco di tempo brevissimo, a malati terminali che cercano un sostegno per affrontare meglio che possono la loro sconvolgente situazione, fino a chi sente di essere un fallimento in tutto quello che fa e in particolare nei rapporti con gli altri.  
Non ha la pretesa – e del resto non potrebbe – di risolvere le questioni esistenziali che tutti siamo o saremo chiamati ad affrontare, e nemmeno di dare consolazione, men che meno in contesti di grande tormento fisico e interiore.
Un terapista fa quel che può…
Dal punto di vista della cura posta nella pubblicazione, devo dire che non ho trovato nemmeno un refuso, e la traduzione è davvero eccellente: non dà mai l’impressione che ci sia qualcosa di poco comprensibile e i modi di dire sono resi alla perfezione in italiano..

Mi rendo conto che questa breve recensione potrà sembrare come minimo insufficiente a rendere l’idea, ma “Il senso della vita” è uno di quei libri che non solo non sai bene in che casella mettere (posto che sia un’operazione lecita per un libro come questo), ma che per il loro scavare nella mente e nella vita delle persone descritte…beh, pare quasi sacrilego confinare in qualche aggettivo (passatemi il termine “sacrilego”, ma non trovo di meglio).
Vi lascio con un paio di estratti che mi sono sembrati particolarmente belli.

Dal primo capitolo:
“Hai presente quel sogno, quello in cui io sto in mezzo alla folla e ti guardo mentre sali sul vagoncino e mi saluti, chiamandomi e chiedendomi come te la sei cavata nella vita?”
“Sì, certo che ricordo il mio sogno, mamma. E’ da lì che ha avuto inizio questo discorso.”
“Il tuo sogno? E’ proprio questo che ti volevo dire. E’ questo il tuo errore, Oyvin, il fatto di pensare che io fossi nel tuo sogno. Quello non era il tuo sogno, Sonny, era il mio.
Anche le madri possono fare dei sogni.”
 
Dal sesto capitolo:
“Ho sentito, io so leggere nella mente.
Sì, ti ho sentito. Ho sentito il tuo ‘Geh Gesunter Heit’ .
E so cosa significa…non sapevi che parlo il tedesco? Mi hai benedetto. Anche se non potevi immaginare che sentissi, mi hai augurato di andarmene in salute. E sono commosso dalla tua benedizione. Molto commosso. So a cosa ti ho sottoposto.
So quanto tu voglia liberare questa donna, non solo per il suo bene, ma anche per il tuo.
E tuttavia dopo il tuo sforzo tremendo, e senza sapere se hai avuto o meno successo nel riparare al torto, persino allora hai ancora avuto la grazia e la gentilezza di augurarmi di andarmene in salute. Questo è forse il dono più generoso che abbia mai ricevuto. Arrivederci, amico mio.”  
 
L'immagine è quella dell'edizione in lingua originale, in quanto le immagini reperite in Rete per l'edizione italiana erano segnalate come potenzialmente pericolose (ma ci assomiglia un po').

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