Recensione libro: "Preghiera per Chernobyl"


E’ opinione comune che in un libro, qualunque sia il genere cui appartiene, l’autore ci metta qualcosa di suo, non necessariamente legato alle sue vicende personali, ma magari alle sue esperienze lavorative o a un periodo passato in qualche luogo esotico, o a qualche fatto che in modo particolare lo ha segnato / arricchito / disilluso. Con combinazioni dei casi appena citati.
A volte il libro può essere un modo per mettere nero su bianco le proprie opinioni o le proprie visioni del mondo (e a volte può dare origine a un “Mein kampf” o cose simili).
Il sottoscritto non rappresenta un’eccezione, non fosse altro per il fatto che spesso e volentieri nei miei scritti le intelligenze artificiali o la programmazione di computer fanno la loro bella comparsata: un tipico caso in cui le vicende professionali influenzano la scrittura.
E, per fare degli esempi, John Grisham, laureato in Legge, scrive romanzi a sfondo giudiziario; Greg Bear – fisico e matematico – spande a piene mani i risultati della sua formazione in ogni romanzo; non ultimo il buon Terry Brooks, avvocato, che nel Ciclo di Landover mette come protagonista…un avvocato desideroso di dare una svolta alla sua vita. E via dicendo.     
Niente di nuovo sotto il sole, quindi?
Non proprio: il testo su cui vorrei dire due parole sfugge a questa regola. Un libro che trae la sua origine da un certo fatto accaduto il giorno del mio compleanno del 1986, in un luogo piuttosto lontano dal Bel Paese.
 
Nel suo “Preghiera per Chernobyl” Svetlana Aleksejevic, giornalista e Premio Nobel per la letteratura nel 2015, si fa notare per la sua assenza, o meglio per la sua presenza discreta e mai invadente. Quel che ci mette di suo sono la volontà e la pazienza di contattare e convincere persone a raccontare la loro storia.
L’autrice si fa volontariamente notare solo in qualche breve e raro cenno messo fra parentesi, quando in pochissime parole descrive le azioni delle persone che sta intervistando, e lo fa solo per sottolineare una situazione o uno stato d’animo particolari.
E tuttavia la si avverte sempre presente, nonostante le voci siano quelle di una moltitudine di persone che hanno vissuto esperienze terribili ma le raccontano con dignità e compostezza.

Noi Černobyliani siamo spesso silenziosi. Non gridiamo e non ci lamentiamo. Sopportiamo, come sempre, sopportiamo.

Le storie che si intrecciano in questo documentario messo su carta sono a volte laconiche, a volte ricche di particolari e coinvolgono completamente il lettore, basandosi sulla narrazione dei fatti come vissuti, senza alcun abbellimento e senza alcuna ricerca del parlare forbito.
A parlare sono le mogli dei liquidatori (coloro che erano destinati alla decontaminazione del reattore nucleare e del territorio circostante) e dei soccorritori; coloro che non hanno voluto abbandonare quei luoghi nonostante le operazioni di evacuazione e che ancora vivevano là; i soldati addetti all’evacuazione di Prypjat e degli altri paesi nel pressi del luogo del disastro.
Solo in pochissimi casi le persone intervistate hanno scelto di non farsi citare, e dietro a quasi ogni racconto troviamo un nome e un cognome.
Si potrebbe dire che Svetlana Aleksejevic abbia semplicemente dato voce a una moltitudine di storie che erano state taciute o che si voleva dimenticare, ma questo è già un grande merito: il disastro di Chernobyl fa parte ormai della Storia e tutto sommato è stato dimenticato dai più, offuscato da altri disastri di immane portata, basti pensare allo tsunami in Indonesia nel 2004 o il più recente incidente nucleare a Fukushima.

Di che cosa parla questo libro? Perché l’ho scritto? Questo libro non parla di Černobyl’ in quanto tale, ma del suo mondo. Proprio di ciò che conosciamo meno. O quasi per niente. La storia mancata: ecco come avrei potuto intitolarlo. Il mistero. Černobyl’ è un enigma che dobbiamo ancora decifrare. È forse un compito per il XXI secolo. Una sfida lanciata al nuovo secolo. Riguarda ciò che l’uomo ha appreso, intuito, scoperto a Černobyl’. Su se stesso e sul proprio atteggiamento nei confronti del mondo. La ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti.

Preghiera per Chernobyl” è un libro terribile, agghiacciante e al tempo stesso di una delicatezza sconfinata. Attuale - soprattutto se si richiama alla memoria il già citato disastro di Fukushima – sebbene pubblicato la prima volta nel lontano 1997 e riferito a un fatto accaduto oltre trent’anni fa.
E’ uno di quei libri che quando li hai finiti li metti sullo scaffale quasi con reverenza, come per non disturbare quel che c’è scritto nelle pagine…
A un libro come questo non posso dare come voto che un 10.



Commenti

  1. Questo libro mi è stato regalato un anno e mezzo fa, però non ho ancora trovato il coraggio per leggerlo. C'è qualcosa che mi inquieta, mi fa quasi paura. Però lo farò. :)

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  2. E hai ragione. Ma ne vale la pena: non è sempre vero che i libri migliori siano quelli col lieto fine, e questo libro - diversamente d altri - ti lascia qualcosa...

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