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martedì 24 ottobre 2017

Il problema del linguaggio nella fantascienza


Post un po’ anomalo, questo di oggi, legato sì all’aspetto letterario e fantascientifico ma anche con un buon aggancio alla realtà.
Il problema del linguaggio si è sempre presentato nei contatti fra le varie popolazioni del pianeta e non di rado intere popolazioni dovevano essere almeno bilingui per potersi spostare nei territori del regno o dell’impero di turno.
Tanto per fare un esempio nell’impero Romano era certo che ogni cittadino oltre al latino dovesse conoscere almeno il greco e – di frequente – anche il linguaggio del territorio in cui la persona si trovava: pensiamo per esempio al legionario di stanza in Palestina o nella Gallia in cui, per forza di cose, l’apprendimento della lingua del luogo rivestiva enorme importanza.
E se poi dopo una decina d’anni in Gallia il nostro legionario veniva spostato in Nordafrica doveva imparare una quarta lingua…e via di questo passo.
Non è uno scherzo: la decima legione Gemina, nel corso della sua esistenza, passò dalla Gallia alla Britannia, dalla Spagna all’Africa. E ogni volta oltre al latino e al greco e alla lingua appresa nell’ultimo luogo di permanenza, occorreva impararne un’altra.
In un certo senso gli antichi se la cavavano meglio di noi, che a volte cerchiamo di comunicare in inglese maccheronico e ci meravigliamo se vediamo facce sbalordite…
 
non è scrittura aliena, è solo una brutta scrittura umana

Qualche breve ricerca mostrerà che la cosa non era  - e non è tuttora –  da prendere alla leggera: pensiamo alla lingua italiana (che fa uso di una notevole quantità di prefissi, suffissi e desinenze) rispetto alle lingue slave (con uso dei modi, similmente al latino – nota 1) o alle lingue agglutinanti nelle quali la singola parola vale quanto una frase per noi, grazie all’uso di prefissi e suffissi “legati” al soggetto della frase.
Mostro solo quest’esempio di lingua agglutinante, preso da Wikipedia, e relativo alla lingua inuit:

inizio citazione
tusaatsiarunnanngittualuujunga
Non sento molto bene.
Questa parola è composta da una radice tusaa-, sentire, seguita da cinque suffissi:

-tsiaq-
bene
-junnaq-
essere in grado
-nngit-
non
-tualuu-
molto
-junga
1a persona singolare, presente indicativo non specifico
fine citazione

 Mica male eh?
questo invece è Klingon

Per non parlare di altre lingue con più alfabeti: per esempio il giapponese, in cui troviamo l’alfabeto hiragana (tradizionale), il katakana (usato per la trascrizione fonetica) e i caratteri kanjii (di derivazione cinese e che possono assumere più significati).
E se già cose come queste rappresentano un problema – con le lingue umane, intendo – figuriamoci con le lingue aliene!  
Stando con i piedi per terra – e cioè con gli agganci alla realtà – occorre ricordare gli almeno tre tentativi di comunicazione con possibili creature aliene.

1)    Il radiomessaggio di Arecibo, inviato nello spazio nel 1974 per mezzo dell’antenna del radiotelescopio  - appunto – di Arecibo. Come sempre chi è interessato per questo o per gli altri messaggi potrà fare riferimento alle informazioni di pubblico dominio. Quel che è interessante e per certi versi frustrante, è che non tutti coloro ai quali era stato chiesto di “tradurlo” ci sono riusciti! In ogni caso si tratta di poco più che un esercizio di bravura, visto che è stato inviato in direzione dell’ammasso globulare M13, che si trova alla bella distanza di 25.000 anni luce. Un po’ come dire che nell’anno 27.000 (circa, mille anni più o mille meno) qualcuno lo riceverà e se avrà voglia di risponderci la sua risposta arriverà grosso modo nel 52.000 D.C. Non è molto confortante.

2)    La targa montata a bordo delle sonde Pioneer 10 e 11: qui siamo temporalmente nello stesso periodo, fra il 1973 e il 1974. Al di là delle critiche femministe (solo l’uomo aveva la mano destra alzata in segno di pace, qualunque cosa voglia dire per gli alieni: magari per loro potrebbe essere equivalente di un bel “vaffa…”) e del più o meno velato puritanesimo della NASA (la donna manca di un particolare anatomico che per noi maschietti ha una certa importanza, ma fu deciso di ometterlo), rimane il fatto che difficilmente un omino verde che vive su Xdfgrrtyyy, che orbita intorno alla stella Vbbgggyyyjk, potrebbe capirne il significato. 

3)    Il disco montato sulle sonde Voyager 1 e 2. Siamo ancora negli anni ’70 (nel 1977 per essere precisi) e i compact disc non esistono ancora. Magari è un bene: i saluti in qualche decina di lingue e i suoni della Terra uniti all’ascolto del Concerto Brandeburghese numero 2 (Bach) o della quinta Sinfonia  di Beethoven dubito che parrebbero diversi da una cacofonia di suoni per le eventuali orecchie aliene.
provate a tradurla...ma senza copiare

Ammesso e non concesso che abbiano le orecchie; ammesso e non concesso che vedano il mondo come vediamo noi o che capiscano la notazione binaria, o che vedano i colori come li vediamo noi.
O che – per farla semplice semplice – capiscano come far funzionare il giradischi installato sulle sonde: adesso che tutti siamo abituati ai lettori Cd o alle chiavette USB, voglio vedere chi si ricorda come si usano quei misteriosi aggeggi. Io sono vecchio abbastanza per saperli usare, eheheheh!
Ad ogni modo da quarant’anni ormai non si cerca più un contatto attivo con eventuali civiltà aliene: si preferisce rimanere in ascolto. Del resto l’opinione di vari scienziati come ad esempio Stephen Hawking (e io la condivido) è che se qualcuno si prende il disturbo di fare un giro da queste parti non è certo per dirci “ciao come va?”. (Vedi nota 2.)

Tanto basti per far vedere come la fantascienza spesso e volentieri non sia estranea alla realtà e alla storia che buona parte di noi ha vissuto.
Ma per rimanere nel tema della letteratura fantascientifica mi piace ricordare uno spassoso racconto di Robert Sheckley, che nella traduzione italiana suona come “Mun mun”.
Beh, nel racconto il nostro eroe – che si chiama Jackson - sbarca per primo su di un pianeta e riesce – dopo lungo tempo e molto studio – a comprendere il linguaggio dei nativi e a comunicare con loro al punto di prenderne la cittadinanza (ricordo nel questionario da compilare per ottenerla la storica frase “avete mai elicato mushky forsicalmente?” che non vi sto a spiegare…). (Nota 3.)
Ma…come tutti sanno il linguaggio è in costante divenire, solo che su quel pianeta il linguaggio cambia nel giro di una notte: al mattino Jackson non riesce più a comunicare con i nativi perché nel frattempo l’evoluzione della lingua ha portato alla creazione di un idioma con un solo fonema: Mun mun…che può significare qualunque cosa, secondo il modo in cui viene pronunciato.
A questo punto Jackson se ne va, consapevole che un contatto a quelle condizioni è impossibile.
Un  modo leggero per affrontare un tema importante.
e questi, come parleranno?
 
Sempre in tema leggero ricordo ”Mars attacks!” in cui i marziani hanno un linguaggio composto da sole due parole: ACK! e RACK!.
Quel film però non l’ho visto, magari è anche carino ma…Jack Nicholson non è esattamente il tipo di attore che mi attizza…confesso che non l’ho guardato per quel motivo. Anche se in “Shining” non vedrei altro che Nicholson nei panni del fuori di testa: a mio parere per quel film era la scelta migliore.
Il problema del linguaggio viene affrontato anche da altri autori, con risvolti seri e a volte perfino agghiaccianti: ad esempio Gregory Benford nel suo “Attraverso un mare di soli” (collana Cosmo Oro n. 86 - 1984) immagina l’approdo su un pianeta le cui creature comunicano con un organo che produce onde di frequenza simile a quella del forno a microonde. Il risultato è catastrofico: l’umano che tenta di comunicare con loro viene cotto a puntino da un nugolo di alieni che cercano a loro volta di comunicare con lui…tutti insieme!
Un esempio di come ne uccida più la lingua che la spada.

Più tranquillo l’approccio di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” – che suppongo tutti abbiate visto almeno una volta - dove si scopre che la musica ad alto volume al massimo rompe qualche vetrata e gli alieni sono belli bellini e ispirano tanta tenerezza.
E sorvolo sulla moltitudine di lingue inventate per esigenze di copione o di letteratura, molte delle quali inventate da linguisti di professione: pensate solo al Klingon, o al Na’vi di avatariana memoria.
Il problema è che – non avendo la benché minima idea di come possano essere fatti gli alieni (nota 4) – non abbiamo proprio modo di sapere se e come potrebbero comprendere un qualunque nostro messaggio.
Pensate ad esempio a come potremmo comunicare con un alieno a forma di sacco che si sposta su tentacoli e che non ha corde vocali; o con un alieno – che so – peloso, alato e praticamente cieco e che di fatto comunica con ultrasuoni o ancora con una entità che vive sottoterra e comunica con stridii ottenuti per sfregamento di parti del corpo… (nota 5).
Il bello di questa letteratura (non me ne vogliano i puristi, ma secondo me la fantascienza è un genere che ha una sua dignità e ormai anche una sua consolidata tradizione) è che non si pone limiti: pensiamo all’eccellente film “Arrival”, dove il tema del linguaggio viene affrontato in modo brillante e originale (anche il racconto da cui è tratto è molto bello e chiarisce cose che nel film vengono sottintese e che non tutti gli spettatori forse hanno afferrato). Rende molto bene l’importanza della comunicazione con creature aliene (il termine in questo caso va inteso proprio come “del tutto altro da noi”) e delle difficoltà che un approccio linguistico richiede.
Se non ne siete convinti vi consiglio di leggere l’ottimo “Codici e segreti” di Simon Singh nella parte relativa alla decifrazione del Lineare B: lingua umana ma…che fatica la decifrazione! E si tratta di lingua umana, non aliena: di gente fatta come noi, che emetteva gli stessi suoni e che – infine – ragionava come noi!
Come ultima spiaggia ci resta la considerazione di Carl Sagan, espressa nel suo romanzo “Contact”:  la matematica è (magari direi io) essere il linguaggio universale e su questa base potrebbe essere possibile un contatto.
Magari Sagan aveva ragione, ma da buon musicofilo vi ricordo che esiste anche il Loxian, lingua artificiale usata da Enya in alcune sue canzoni. E magari il primo contatto avverrà usando il Loxian…sempre che al saluto incomprensibile di un alieno tentacolato, il malcapitato terrestre di turno non risponda con un “aho…nel dubbio…a’ fess a’soreta!
 

Nota 1: penso che pochi dei lettori di questo articolo abbiano studiato il latino. A suo tempo era obbligatorio in seconda media e facoltativo in terza. Poi è stato abolito dall’insegnamento e attualmente lo si studia soltanto al liceo classico. Al tempo lo disprezzavo, tant’è che in terza media non lo scelsi come materia facoltativa ma, ripensandoci, avrei fatto bene a studiarlo ancora.
Nota 2: qualche annetto prima che Hawking esprimesse la sua opinione su questo argomento anch’io avevo affrontato la questione. Ne è risultato il romanzo “La pianura dei demoni”.
Non è stato il primo e non sarà l’ultimo romanzo sull’argomento, e allo stesso modo anche la filmografia ha detto la sua (ricordate “Indipendence day”?).
Nota 3: il questionario alieno che Jackson doveva compilare per diventare cittadino del pianeta chiedeva se lui avesse mai avuto rapporti intimi con le donne native. Il nostro eroe se la cava rispondendo che – essendo lui alieno – non aveva interesse nella cosa, con grande soddisfazione dei presenti.
Nota 4: lascerei perdere i rettiliani o i verdi o i grigi o tutte le schiatte aliene di cui parlano i fuffologi. Mi sembrano brutte copie di umani o animali ben conosciuti e che funzionano esattamente come noi. Direi che qui ci vuole un po’ più di fantasia. Quando (“quando”,  non “se”) li troveremo credo che ne avremo conferma.
Nota 5: nell’ordine: polipo e simili; pipistrelli; grilli. E si tratta di forme di vita che conosciamo bene.

giovedì 12 ottobre 2017

La fantascienza, gli illustratori e la Legge


Post, quello odierno, semiserio o se si vuole parzialmente amaro o, in alternativa, come agrodolce, secondo come vi gira al momento.
La discussione del disegno di Legge Fiano, che ora deve passare al vaglio del Senato, offre lo spunto per alcune – e forse non del tutto infondate – considerazioni.
Il testo proposto è il seguente:
«Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici»
Attenzione a questo passaggio: “…la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità…” perché rischia di chiamare in causa scrittori, illustratori e anche editori...e i libri stessi!
E la domanda che ora si pone – alla luce di quanto sopra - è:
 
“Alcuni scrittori di fantascienza (e gli illustratori delle copertine) sono destinati alla galera?”

Non si dica mai! Levate di scudi e manifestazioni in tutto il mondo per la decisione di mantenere la fantascienza monda da tali pensieri! La fantascienza deve rimanere estranea a queste basse insinuazioni! Guai a colui che osasse anche solo parlare d’infiltrazioni ideologicamente riprovevoli!
Ma ci sono – indovinate un po’ -  alcune sorprese:

- cominciamo con “Il signore della svastica” di Norman Spinrad. La premessa è una genialata: Adolf Hitler non diventa Fuhrer del Reich, emigra in America e scrive romanzi di fantascienza…naturalmente pregni dell’ideologia che in quel periodo, nella realtà,  andava maturando e propagando.
Il risultato immaginato da Spinrad è ben riuscito (per eventuali dettagli fate riferimento a Wikipedia, che ci ha dedicato un articolo) e a seguito del romanzo, un saggio (anch’esso ipotetico) di un critico (inesistente) sulle abilità scrittorie del mancato Fuhrer. In definitiva un libro nel libro.
Originalissimo e azzeccato.

- dove l’ucronia la fa da padrone è “La svastica sul sole” di Philip Dick. Non l’ho letto, ma quel libro a suo tempo vinse il Premio Hugo per il miglior romanzo nel 1963. Manco a dirlo il Terzo Reich trionfa e la storia prende una piega un pochettino diversa da quella che conosciamo.    
Di Dick ho letto solo i tre romanzi proposti nel Millemondi Urania del 1975 e contenente “Cronache del dopobomba”, “La città sostituita” e “L’uomo dei giochi a premio”. Non che fossero così malaccio, anche se non posso dire che la sua scrittura mi abbia preso, ma la sua visione del mondo, priva di ottimismo e speranze e tutto sommato anche di una parvenza di lieto fine (almeno in quei tre romanzi) mi fece passare la voglia di frequentarlo oltre.
In effetti non ho letto altro di Dick e, con buona pace dei dickisti, dubito che leggerò altro, nonostante la sua fama.
Che ne dite, sulla base di questo eliminiamo il Premio Hugo (ma anche il Premio Nebula, e il Premio Urania e il Premio Locus e il Premio Sidewise per la Storia Alternativa, e…)?

- e a suo tempo nemmeno Robert Heinlein la passò liscia, col suo “Starship Troopers” che, sebbene non l’invocasse esplicitamente, fu tacciato di propaganda più o meno di destra.
Per quel che mi riguarda a suo tempo l’ho visto come un buon  - anche se tutt’altro che eccelso – libro d’azione…o forse ero troppo rintronato per accorgermi del messaggio ideologico?
Già perché a questo punto dovremmo mettere al bando anche i libri di Jerry Pournelle, specializzato in fantascienza militare (l’autore – un buon autore - purtroppo è scomparso pochi giorni fa). Dovremmo dire che usava i suoi romanzi per fare propaganda?
 
- in tempi più recenti abbiamo “Complotto contro l’America” di Philip Roth in cui abbiamo nientepopodimeno che Charles Lindbergh come possibile fautore dell’alleanza fra Germania e Stati Uniti e, stando in casa nostra, entro le Alpi e il Mediterraneo…
- la trilogia di “Occidente” di Mario Farneti, del quale ho letto “Attacco all’Occidente”: libro per certi versi del tutto incredibile – sebbene si tratti di fantascienza – ma gradevole e scritto in modo scorrevole. Nessun mistero sulla quasi onnipotenza dell’Italia fascista in questo mondo ipotetico e avventuroso. Dove l’“eia eia alalà” risuona più volte nel testo.
- tralascio “Fatherland” di Robert Harris; non ho letto nemmeno quello, ma un buon sunto in Rete si trova.
Perché, ohibò! Nemmeno il sottoscritto si salva, essendo il mio “Diario di Sabet” ambientato in un’Italia post-fascista e oltretutto pubblicato in e-book anni prima della proposta Fiano!
Ma se tutto va bene fra un po’ dovrebbe essere disponibile anche il cartaceo, così non potrò essere accusato di diffusione di ideologie tramite mezzi elettronici!

E naturalmente questi sono solo alcuni degli esempi che si possono portare sull’argomento, poiché l’autore non è il personaggio e il romanzo non va inteso come uno specchio delle opinioni dell’autore: ci sono naturalmente argomenti verso i quali un autore si sente portato a discutere di più e altri di meno.  
Un romanzo che discuta dell’ideologia fascista o nazista, o che in qualche modo ne parli, o che immagini una Storia alternativa che ne tenga conto, potrebbe venire considerato propaganda? E poiché adesso abbiamo a disposizione anche gli e-book, si potrebbe affermare che si tratta di propaganda effettuata tramite strumenti informatici o telematici?
E gli editori che pubblicano quei libri? Dovranno essere messi all’indice, le loro attività chiuse e il loro nome dimenticato?
Ma il guaio, più che agli scrittori, capiterebbe agli illustratori destinati, loro malgrado, a creare copertine che devono essere inerenti il contenuto del romanzo, ma possibilmente senza farlo capire:

 Oh oh! In questo caso l'illustratore rischia da sei mesi a due anni?
 
e questo?
 
Ora, se consideriamo la letteratura nei suoi vari generi come storie che offrono spunti per la discussione (a senso unico, visto che l’autore non può sentire i commenti dei lettori, né dialogare con essi) dei temi che interessano la varia umanità presente sul pianeta, è lecito dire “di questo si parla e di questo no”? Se dovesse accadere – in barba al contenuto dei romanzi – dovremmo pensare di essere di fronte a un - come dire? - eccesso di zelo del legislatore nei confronti del pensiero dei cittadini, qualunque sia il modo in cui viene espresso.  
Il punto fondamentale - a mio parere – è avere una certa dose di discernimento: la letteratura qualunque sia il suo genere – ad eccezione della saggistica che per sua natura diffonde i fatti al meglio delle conoscenze del momento - è una esplorazione di tutte le possibilità, di tutto quello che potrebbe essere, compreso quel che può non piacere 
Una situazione immaginaria potrà o no diventare reale (a dire il vero più no che sì), ma per quel che ne so non è mai accaduto che un romanzo influenzasse le folle al punto da far trionfare un qualunque tipo di ideologia. Ci vuole ben altro.
Del resto, anche se non in senso stretto, e tirandola un po’ per i capelli, anche un libro di Storia potrebbe rientrare di diritto nella categoria dei libri sovversivi: basterebbe che qualcuno leggesse i fatti risalenti al dato periodo storico rimanendone affascinato al punto da far propri certi pensieri…e desiderando poi di renderli universali. E quindi, spinta questa situazione agli estremi (ma proprio agli estremi), anche i libri scolastici dovrebbero essere modificati e la Storia riscritta, in modo che certi punti di vista diventino alieni al modo di pensare della gente. Cosa che mi pare sia già stata presa in considerazione nella fantascienza.

La Storia è andata come è andata, fascismo compreso. Punto. Non si torna indietro e se a qualcuno la cosa non piace, pazienza. Se ne farà una ragione.
Alla luce di tutto ciò, a quando la lista dei libri di fantascienza dichiarati fuorilegge (potrebbe essere uno spunto per un romanzo, forse)?
Propongo un emendamento al disegno di Legge, nel quale si dichiara che le opere di fantasia e specificamente di fantascienza non possono rientrare nella categoria, e men che meno retroattivamente: sì, lo so che la Legge non può essere retroattiva, e da ora in poi eviterò di prendere in considerazione un eventuale seguito del Diario di Sabet (non che ne abbia intenzione) ma non si può mai dire…
Ah, e ovviamente occorre considerare anche gli illustratori delle copertine: propongo un indulto generale per attività sovversive inconsapevoli e col beneficio della buona fede, nonché della necessità di portare a casa la pagnotta, perché anche gli illustratori dei libri di fantascienza tengono famiglia…
 

sabato 7 ottobre 2017

Recensione minimalista di "Blade Runner 2049" e "Wooden horse" di Suzanne Vega


Con riguardo a questo film, il regista Villeneuve (del quale ho apprezzato molto i precedenti “Sicario” e “Arrival”), ha chiesto di non fare spoiler e non dire troppo sullo svolgimento della trama.
Ok.
Non vi annoierò con considerazioni sugli effetti speciali allo stato dell’arte, né sulle prestazioni degli attori e nemmeno sulla pubblicità - neanche tanto occulta – di Peugeot, Coca Cola, Sony o simili (che ad ogni modo non disturbano e sono del tutto coerenti con l’ambientazione).
Ok anche questo.
Nemmeno dico di fare un confronto col Blade Runner originale, perché sarebbe scorretto sotto ogni riguardo, visto l’abisso temporale che li separa. Un capolavoro anche il primo, se considerato immerso nel contesto tecnologico di trent’anni fa.
Ok, ci sta.

 
Mi limito a dire che Blade Runner 2049 è un film
visivamente straordinario;
visionario come pochi;
di una disperazione assoluta e
di una speranza assoluta;
con personaggi – in particolare l’intelligenza artificiale Joi – che non si dimenticano facilmente;
che fa riflettere sul significato della nostra esistenza;
con una colonna sonora minimalista ma perfettamente indovinata.
A mio parere non solo imperdibile, ma in assoluto uno dei migliori film di fantascienza mai realizzati.
Da appassionato del genere direi che (a parte un paio di sviste) Blade Runner 2049 rasenta la perfezione.
Non aspettate di vederlo alla televisione o in DVD/Blu Ray: è un film che va visto al cinema, diversamente non si riuscirebbe ad apprezzarlo come merita.
Non dico di più: credo che rovinerei le aspettative su due ore e mezza di autentica dimensione onirica. 
E' un film che ti porta fuori dal mondo ma che al tempo stesso fa sì che ti ci possa riconoscere.   
Come colonna sonora del post scelgo la canzone “Wooden Horse” di Suzanne Vega: testo e musica di quel brano– che risale al 1987 – sono perfetti per il film.
Se andrete a vedere il film – magari dopo aver tradotto il testo in italiano - capirete perché.

I came out of the darkness
Holding one thing
A small white wooden horse
I'd been holding inside

And when I'm dead
If you could tell them this
That what was wood became alive
What was wood became alive

And in the night the walls disappeared
In the day they returned
'I want to be a rider like my father'
Were the only words I could say

And when I'm dead
If you could tell them this
That what was wood became alive
What was wood became alive

Alive
And I fell under
A moving piece of sun
Freedom

I came out of the darkness
Holding one thing
I know I have this power
I'm afraid I may be killed

And when I'm dead
If you could tell them this
That what was wood became alive
What was wood became alive

And when I'm dead
If you could tell them this
That what was wood became alive
What was wood became alive

 

lunedì 2 ottobre 2017

Recensione libro: "Per primo hanno ucciso mio padre"


Sugli avvenimenti accaduti in Cambogia a metà degli anni ’70 si è detto e scritto molto – o almeno lo si è fatto a metà degli anni ’70 – e a distanza di quarant’anni non credo siano molti quelli che ricordano il significato di “Khmer rossi” o della guerra fra questi e il Vietnam o chi era Pol Pot.
Io stesso ricordo poco del periodo e lo scontro fra i due stati è per me poco più di una nozione acquisita in modo molto impersonale, sulla memoria dei telegiornali dell’epoca.
Era da poco passato il tempo in cui il Vietnam aveva vinto la sua guerra contro gli Stati Uniti e le immagini dell’abbandono dell’ambasciata statunitense e dei boat people vietnamiti erano ancora vive nella memoria.
Magari i più stagionati fra voi ricordano le immagini dei tigì, i filmati dei vietnamiti che scappavano su ogni tipo d’imbarcazione disponibile per sfuggire alla vendetta dei vietcong e dei soldati di Hanoi.
Oltre agli scritti, anche il cinema si è occupato di quella tragedia e per quel che posso dire solo il magnifico “Urla del silenzio”, del 1984, ha raggiunto il grande pubblico, ricevendo meritatamente molti riconoscimenti. Tra l’altro la presentazione del film con quel titolo, sia pure evocativa di uno stato di disperazione, non rende l’idea come il titolo originale: “The killing fields”, che in realtà dice molto di più.   
Per alcuni il film è ricordato più per la colonna sonora a cura di Mike Oldfield che per altro.
Il libro di cui parlerò stasera è un po’ datato – la prima stampa risale infatti al 2000, quando l’autrice aveva 30 anni – ma è destinato a tornare al centro dell’attenzione, in particolare per il fatto che Angelina Jolie ne ha fatto un film, al momento presente su Netflix e non so se e quando potrebbe uscire nelle sale dei cinema.
Il titolo del film e del libro coincidono: “Per primo hanno ucciso mio padre”.   


L’autrice Loung Ung ha vissuto in prima persona quel periodo e la narrazione parte da quando aveva cinque anni d’età.
Ora, non sto farvi il riassunto del libro, perché lo trovate sul sito di Piemme Editore. Mi soffermo invece sul libro in sé.
Per quanto sia autobiografico e immerso in una realtà per noi quasi inimmaginabile, devo dire che il testo è poco coinvolgente: i periodi sono brevi e in un certo qual modo “distaccati”, quasi si trattasse di un documentario o di un saggio, più che di vita vissuta. Questo taglio “documentaristico” è probabilmente l’unico neo di un testo che per sua natura dovrebbe coinvolgere maggiormente il lettore. Anche la descrizione degli stati d’animo appare quasi vista in terza persona.
Certo la traduzione può avere avuto il suo peso e magari lo stile dell’autrice è proprio questo, ma anche quando si tratta di esprimere certe situazioni o emozioni, alla lettura – sempre per quel che mi riguarda – ho avuto spesso l’impressione di vedere le cose dall’alto, come se l’autrice stessa si fosse imposta di vivere quelle situazioni in modo distaccato. Ritengo anche che certe situazioni siano state un po’ edulcorate o almeno parzialmente rimosse.
Com’è naturale abbondano i ricordi e i racconti della vita prima dell’avvento dei khmer rossi, anche se ho avuto l’impressione di ricordi in buona parte rielaborati e arricchiti negli anni seguenti, vista la tenera età di Loung Ung all’inizio del racconto.
Del resto dubito che molti fra noi abbiano ricordi così particolareggiati della loro vita a cinque anni, ma penso dipenda dalle esperienze vissute: un bambino che vive il suo solito tran tran non credo abbia molte cose particolari da ricordare rispetto a un coetaneo che si trova a vivere una realtà difficilissima o che – come l’autrice - si trova in una situazione in cui anche soltanto il ridere o chiamare “signore” qualcuno può essere motivo di morte immediata.

Il clima e le vessazioni imposte dall’ideologia dei khmer rossi sono aderenti alla realtà come riportata dagli storici e, nonostante le mie osservazioni di poco fa, lungo tutta la narrazione si avverte fortissima la sensazione di non sgarrare mai di un millimetro, a rischio di terribili punizioni o anche di un’esecuzione immediata. La tensione è sempre palpabile per tutta la narrazione.
Le figure genitoriali e dei fratelli e sorelle dell’autrice sono rese molto bene, al punto da provare autentica ammirazione per la tenacia, i sotterfugi, le scelte coraggiose di tutti loro.
Un po’ sbrigativo il finale, come se Loung Ung non avesse più molto da dire, come se tutto quel che le interessava far sapere fosse già stato detto. Il che penso sia vero.   

In ogni caso un libro duro - a volte è come un pugno sullo stomaco - ma un libro da non perdere, e che secondo me si merita un bel 8,5.