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venerdì 17 novembre 2017

Il problema del linguaggio nella fantascienza - parte quarta


Siamo giunti alla quarta parte di questo tour de force sul problema del linguaggio non terrestre nella fantascienza. Per forza di cose ho toccato – sia pure di sfuggita – argomenti che a prima vista potevano sembrare non collegati e magari questo ha richiesto uno sforzo supplementare da parte dei lettori.
Tranquilli, questa è l’ultima parte, e vedremo in che modo vari autori hanno affrontato il problema.
Dovrò di necessità basarmi su alcuni romanzi e film che ho letto o visto, e di conseguenza non ho la pretesa di essere esaustivo. Anzi, questo articolo non sarà eccessivamente lungo. Spero.
Cominciamo con “Il mondo della foresta” di Ursula Le Guin; titolo originale “The word for world is forest” del 1972.
Il mondo sul quale si svolge l’azione è popolato dai Creechie, che però possono apprendere la lingua umana (mentre gli umani non fanno altrettanto) e possono vocalizzare più o meno come gli umani, mentre il viceversa non vale.
Al di là del fatto che la fantascienza della Le Guin mi pare più di stampo sociologico che scientifico o avventuroso e che il tema fondamentale del romanzo è lo scontro fra culture, rimane il fatto che si ipotizza la creatura aliena come sostanzialmente simile agli umani. Se non per la sua cultura, almeno dal punto di vista fisico.
Nota: non c’è moltissima azione, ma è un buon romanzo, in particolare entra molto a fondo nella cultura e nel modo di sentire dei Creechie.

Nemmeno Arthur Clarke si è sbilanciato più di tanto nel suo “Le guide del tramonto - titolo originale Childhood’s end -  del 1953.
In questo caso i Superni – pacifici ma dall’aspetto demoniaco – parlano le lingue terrestri come niente fosse, mentre a quanto pare i terrestri  - linguisticamente parlando – ci fanno una figura da carciofi.  
Anche questo è un romanzo molto bello, sebbene permeato da una tristezza di fondo che si avverte già dalle prime pagine.
Ma anche i Superni hanno molti punti in comune dal punto di vista fisico con gli esseri umani (voglio dire…a parte le corna, la coda e le ali).
l'aspetto dei Superni, con note a margine

In altri casi si fa riferimento a lingue comuni come per esempio il Marain, lingua franca parlata in tutti i mondi conosciuti, come nel Ciclo della Cultura del compianto Iain Banks,. Per esigenze narrative, tuttavia, sia gli umani che gli alieni possono materialmente parlarlo. Di conseguenza si ipotizza un apparato vocale abbastanza simile per ogni civiltà, e comunque questo è indice di somiglianze notevoli con gli umani, altrimenti casca il palco. 
Ma potremmo anche andare a scomodare i vari alieni di Star Trek o Guerre Stellari: tutti in qualche modo simili a noi e che spesso parlano la nostra lingua, mentre non accade il contrario.
Tant’è che Han Solo capisce alla perfezione quel che dice Jabba the Hutt ma si guarda bene dal rispondergli alla stessa maniera!
Ci sta che nei tempi antichi del cinema (anni ’70), per esigenze di copione e di effetti speciali, non si potesse fare molto di più. Ma adesso?
Ci viene incontro “Arrival”: il film è tratto dal racconto “Storie della tua vita” che proprio recentissimo non è. La teoria è che l’apprendimento di una lingua porti a pensare come i nativi che la parlano.
Nel caso specifico la linguista Banks comincia a ragionare come gli alieni, i quali possono vedere il futuro, che è già fissato. La teoria non è per nulla strampalata, tant’è che il fisico e matematico Brian Greene, nel suo “La trama del cosmo” (da pagina 160 a 163 dell’edizione Einaudi del 2006) mostra come, in via ipotetica ma corretta dal punto di vista teorico, questo potrebbe essere possibile.
Dal punto di vista della trama, invece, mi pare invece poco probabile che la Banks per prima abbia pensato a comunicare per mezzo della scrittura mentre gli altri cervelloni non c’erano arrivati, ma è un bel film lo stesso.
Ma se non altro gli alieni in questo caso sono davvero diversi da noi e non possono comunicare a voce (posto che una voce l’abbiano). Di contro siamo noi a dover imparare la loro scrittura, che loro (come al solito) non si disturbano più di tanto.
Ma è probabile che in realtà l’abisso fra ‘noi’ e ‘loro’ possa essere talmente grande da non poter venire colmato: un bell’esempio ci viene da “Solaris” di S. Lem in cui la comunicazione verbale o in altro modo è impossibile e i tentativi che il pianeta fa di comunicare si rivelano perfino pericolosi per gli umani, venendo tradotti in immagini e visioni che sconvolgono le vite dei protagonisti.
Potrebbe rimanere anche l’incertezza che non si tratti di tentativi di comunicare, quanto di curiosità o intrusioni nelle menti e nei ricordi umani. O magari nulla di tutto questo. Non essendoci punti di contatto possiamo solo ipotizzare senza poterne avere conferma.
Questo dubbio però non sarà mai chiarito. In quel romanzo – di fatto – non si riesce ad arrivare a una qualunque forma di comunicazione per come comunemente la intendiamo.
Le differenze fra un pianeta ricoperto da un oceano senziente e un essere umano sono decisamente troppe, no?
che voleva dire il pianeta Solaris quando dava forma a cose come queste?

Il buon Carl Sagan c’aveva provato pure lui con “Contact”, ma ha dovuto arrendersi: se da una parte il primo contatto avviene per mezzo della matematica è pur vero che sono gli alieni a parlare in lingua umana e non il contrario. E ad ogni modo non scopriamo come son fatti veramente.
Credo che anche lui fosse convinto che uno scambio di battute in stile Guerre Stellari non sia possibile per le enormi differenze reciproche.

Ma dove il geniaccio di turno fa miracoli (e il film deve venire visto per la spettacolarità e non per la forza della trama o per la credibilità) è “Indipendence day”. Non ho mai capito come si possa introdurre un virus in un sistema informativo alieno senza conoscerne la struttura fisica, né il linguaggio, né il modo in cui funziona. E’ un’assurdità (lo dico da programmatore).
Qui più che di comprensione del linguaggio parlerei davvero di umane percezioni extra sensoriali. Ma tant’è: i cattivi fanno una brutta fine e tanto basta per il successo del film.
Ah, gli alieni hanno una testa, due occhi e grossomodo degli arti simili ai nostri. Parlano, perfino, ma per comunicare con noi usano i poteri telepatici facendo parlare lo scienziato (quello che fin dall’inizio pare sbarellato).
Ma se avevano tutti questi poteri, perché non li hanno usati per soggiogare l’umanità, invece di far sfoggio di cotanta tecnologia e vulnerabilità ai virus informatici terrestri? Polli!
l'alieno di Independence Day: magari assomiglia un po' a noi, ma è meglio non averci a che fare!
 
Ma nella fantascienza perfino i robot alieni parlano la nostra lingua! Mi viene in mente il racconto “Addio al padrone”, da cui sono stati tratti i due film “Ultimatum alla Terra”. Il secondo è più spettacolare ma il primo lo preferisco, nonostante gli effetti speciali da tempo dei dinosauri.
Quando lessi quel racconto non mi aspettavo il colpo di scena finale, che avviene proprio con l’ultimissima frase, che trovai agghiacciante. Ma geniale come poche.

Tirate le somme mi sembra che più o meno tutti gli autori di fantascienza che si sono confrontati col problema siano giunti alla stessa conclusione: o in qualche modo ci assomigliamo o la comunicazione sarà davvero problematica.
E, ehm…con grandissima vergogna…devo ammettere che ci sono cascato pure io, per cui chiedo perdono a Sagan e Asimov e Le Guin e a tutti gli altri: in “Diario di Sabet” infatti gli alieni usano simulacri umani per comunicare, in quanto la loro lingua non è per noi riproducibile. Sono davvero molto diversi!
Tanto che Sabet, nel suo diario, scrive questo (perdonatemi se cito me stesso, ma tanto facendolo non violo alcun diritto d’autore, eheheheh):

 
Anzitutto, come già detto, la loro lingua si basa molto sui segni e sui gesti, oltre che sull’emissione di suoni. Questi ultimi sono assai difficili da riprodurre per gli umani che hanno un modo di produrre i suoni molto diverso. Sì, insomma, è tutta un’altra cosa. Ci si può avvicinare quanto si vuole nella pronuncia, ma non è possibile passare per un nativo, poco ma sicuro.
Il fatto che la lingua sia in buona parte gestuale comporta che un Visitatore, per poter pienamente comprendere il senso di quanto detto, ha bisogno di vedere l’interlocutore, cosa che di norma rende i loro dialoghi abbastanza interessanti ma che può interrompere ogni altra attività anche per lungo tempo.
Per esempio, non viene usata l’umana logica che trova una parola per descrivere l’opposto di un’altra: un oggetto piccolo di solito è detto “non grande”, e l’oggetto grande è detto “non piccolo”, di solito rispetto a qualcos’altro. Ma non sempre. Quanto grande o piccolo viene indicato da un gesto che a seconda della velocità con cui è eseguito ne dà l’idea. In alternativa può essere usato un suono che a seconda dell’intensità con cui viene emesso indica “quanto”, mentre un altro indica “il contrario”, sempre con lo stesso accorgimento di rendere l’idea con l’intensità del suono.
Queste particolarità consentono il dialogo al buio o fra persone che non si vedono, ma la preferenza è sempre per l’aiuto gestuale. Di solito fatto con il paio di arti superiori, che sono meno robusti del paio inferiore ma molto più mobili, perché hanno tre articolazioni e sei dita. Mi pare un gran casino.
Allo stesso modo un “no” entusiastico è un “no” accompagnato dal gesto che indica enfasi. Ma può anche significare – con una variante – anche “il suo completo opposto” o addirittura “negazione completa di ciò che dico/dici” o anche proibizione.
Insomma, non è una cosa facile, (ed è consolante sapere che anche loro trovano le medesime difficoltà - anzi forse peggiori – con le lingue degli umani, che sono migliaia, mentre loro ne hanno solo una, beati loro!).

Per inciso, la lingua dei Visitatori viene detta “Laklakz”, ma si fa per dire: lo scrivo così, ma in realtà ho sentito un paio di schiocchi simili a quelli che si fanno con la lingua, seguiti da una specie di ronzio simile a quello di un’ape o di una zanzara. Il tutto con un suono di basso in sottofondo e il tutto fatto nel giro di un secondo. Ma come avrà fatto a riprodurre quei suoni? Per essere chiari: ‘Laklakz’ non rende assolutamente l’idea di quel che ho sentito, ma meglio non saprei dire.
Per cui: i Laklakz hanno almeno due paia di arti superiori (di cui uno più robusto – l’inferiore – che serve per i lavori pesanti o per portare i carichi, credo) e almeno uno inferiore (posto che camminino come noi, su questo devo chiedere), possiedono occhi (quanti, non saprei al momento dire, ma penso almeno un paio, che poi siano fatti come i nostri e che siano proprio due, è tutto da dimostrare), possiedono qualcosa di simile alla bocca per produrre suoni e per nutrirsi, almeno credo (ma anche qualcos’altro che bocca non è).
Adesso capisco quanto ha detto Ulisse: se davvero hanno tre paia d’arti potrebbe essere che gli umani pensino a loro come a una specie di insetti. E noi sappiamo quanto poche siano le persone che amano quel tipo di artropodi. Perfino gli entomologi hanno la loro collezione di insetti bellamente infilzati o messi in formaldeide. Mica se li tengono vivi. E se questo lo fanno gli studiosi, figuriamoci la gente normale.
E da qualche parte nel mondo se li mangiano pure caramellati. So per certo che oltreoceano ci sono state perfino delle gare nelle quali vince il pazzo che si mangia il maggior numero di insetti vivi.
Magari i loro insetti hanno due paia d’arti e per lui adesso è come essere in compagnia di una cimice del pianeta XYZ.
Meglio che smetta con questi pensieri, o rischio di farmi schifo da sola...
 
 
Come altri, dunque, ho adottato lo stratagemma di renderli in qualche modo simili per consentire la comunicazione, poiché, nella forma in cui li ho immaginati, sarebbe stato impossibile.
Se saremo noi a trovare gli alieni non avremmo molto di cui preoccuparci, a parte forse qualche reazione allergica, perché saremmo noi i più progrediti (e come già detto non penso che troveremo chissà quale civiltà).
Ma se ci trovassero loro, credo che sarebbero guai e il problema del linguaggio sarebbe poco influente.
Magari di questo parleremo in un articolo futuro.
 
Colonna sonora del post: “Only time will tell” di Mike Oldfield, dall’album “Songs of distant Earth

 

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