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domenica 28 gennaio 2018

Recensione film: "Downsizing" - 2018


E’ sempre un problema recensire un film senza spoilerare troppo il che, quando avviene, è una gran seccatura per il malcapitato che voleva andarselo a vedere e sa in anticipo cosa succede.
Come minimo una sequela originale e inedita di maledizioni non te la toglie nessuno.
Farò quel che posso per non rovinarvi la festa.
Downsizing è un film godibilissimo e ottimamente interpretato, che unisce momenti di pura comicità a riflessioni decisamente molto serie e non proprio sopra le righe.  
Se per certi versi può ricordare Elysium nei temi trattati, d’altra parte non si può considerare propriamente un film distopico o molto futuristico, nel senso che a parte l’invenzione della tecnica di miniaturizzazione umana possiamo riconoscere molti tratti dell’attuale società…e non tutti molto lusinghieri!
 
 
La fuga dal mondo “maxi”, la tentazione di veder moltiplicati i propri soldi in proporzione alla miniaturizzazione, il sogno di poter finalmente far parte di quella fetta di umanità che se la passa bene hanno - a far da contraltare – la constatazione che il maldestro di turno – Matt Damon nella parte di Paul Safranek - rimarrà sempre un maldestro.
E per di più anche sfigato, visto che la moglie – dopo avergli dichiarato il suo amore – non si fa miniaturizzare e chiede il divorzio (assolutamente da vedere la scena della firma dell’atto di separazione).
Dove ci si rende conto che anche nel mondo “mini” gli ultimi restano ultimi e che il sogno di un mondo più giusto dipende da scelte che non hanno a che fare con miraggi presentati ad arte, ma con ben altro.
Come realizza Paul quando, pensando che la serie d’eventi che l’ha portato in Norvegia era in qualche modo stato fissato da tempo per fargli far parte di una sorta di Nuova Umanità (lo so, questo passaggio vi è un po’ oscuro, ma se lo spiego mi tocca raccontarvi tutto e sarebbe una cattiveria pura e semplice).
Si intuisce che la sua strada sarà diversa e – in realtà – molto migliore e più terra terra, anche se più difficile.
Esiste un lieto fine?
Sì e no: no perché sarà sempre presente la consapevolezza della fine forse imminente dell’umanità; sì perché Paul riesce finalmente a dare uno scopo alla sua vita e a inquadrare quel che gli è successo in un quadro coerente, che lo porta a vivere in un modo inaspettato ma utile e dignitoso. Soprattutto teso a ridare dignità a chi l’ha persa.
In questo senso Downsizing è un gran bel film, che riesce a toccare tasti anche molto profondi – in particolare sulle relazioni fra le persone – senza moralismi.
I protagonisti principali non sono poi molti, ma sono ottimamente interpretati e caratterizzati, in particolare ho trovato superlative le interpretazioni di Honh Chau nella parte della dissidente vietnamita Gong Jiang e di Christoph Waltz, nella parte di Dusan Mirkovich, faccendiere cinico e smaliziato, che però ha una singolare capacità di capire le persone. Quest’ultimo un po’ troppo gigione, a volte, ma entrambi personaggi da vedere!
Nel cast anche Laura Dern, che sul momento non ho riconosciuto, perché me la ricordo dai tempi del primo Jurassic Park (a parte la piccola parte avuta nell’ultimo Guerre Stellari): se ho ben capito è la tizia che vediamo in vasca da bagno col pieno di parure di diamanti comprati a 85 dollari (anche per questo vi rimando alla visione del film). Un'apparizione di circa trenta secondi, ma tant'è...    
Non credo che resterete delusi.          

sabato 13 gennaio 2018

Marillion: F.E.A.R. (più o meno "Vaffanculo tutti e via!")


Per certi versi qualcuno potrebbe pensare che questa recensione arrivi un pochino in ritardo: in effetti F.E.A.R. (“Fuck Everyone And Run”) è un disco che risale all’ormai lontano 2016 e si potrebbe trovare strano che ne parli nel 2018 dopo che migliaia di appassionati e recensori si sono sbizzarriti sull’argomento (vedi quel che si trova in Rete).
Tuttavia, come sempre, un mio articolo è anche la possibilità di parlare d’altro, sempre in qualche modo con collegamenti al tema principale.
E appunto parlando d’altro ricordo di essere stato uno degli ultimi italiani a vedere Fish in azione con i Marillion.
Era il 30 giugno 1987 e avevo appena scoperto questo gruppo di cui si parlava come dei “nuovi Genesis”.
Essendo io cresciuto a pane, Nutella, nascondino, guardie e ladri, Genesis ed Emerson Lake & Palmer era assolutamente scontato che andassi a vederli, no?
Non ricordo come rimediai i soldi del biglietto (eh già...squattrinato cronico), ma al tempo tremila lire (o giù di lì) erano una cifra!
Il giorno dopo un giornale del luogo (non ricordo se fosse “il Mattino” o “l’Eco”) intitolava un articolo con “I Marillion ai tropici”, titolo giustificato dal fatto che faceva un caldo boia  - a dire il vero il caldo non era tropicale ma equatoriale - e Fish dopo la prima canzone (“Lords of the backstage”) si era tolto quella specie di pelliccia che indossava. Credo che saranno stati almeno 35 gradi nel palasport!
Se non l’avesse fatto mi sa tanto che avremmo assistito al suo collasso in diretta.
Mi aspettavo un pubblico più numeroso delle circa duemila persone presenti, ma vi assicuro che facevano tanto di quel casino che parevano almeno il triplo!
In quel tour alcuni brani prevedevano l’intervento di una voce femminile (in “White russian” e “The last straw”) e in effetti la bella Tessa Niles (dalla incredibile carriera come cantante turnista per grandi gruppi e artisti) fu accolta da alcuni spettatori al grido di “Nuda! Nuda!” (Nota 1).
Sperando che i Marillion e Tessa non vengano mai a saperlo.
A volte è meglio che non vi capiscano, credetemi…

Sul fatto che venissero considerati i nuovi Genesis si potrebbe anche discutere, nel frattempo devo notare che la scaletta riportata su  questo sito   non è esatta: “Pseudo silk kimono”” non fu suonata (Steve Rothery partì subito con i primi accordi di “Keyleigh”), mentre “Forgotten sons” era l’ultima canzone del set e non un bis: l’unico bis concesso fu la fantastica “Fugazi” che, se non sapete cosa vuol dire non importa, visto che una breve ricerca coi potentissimi mezzi a vostra disposizione chiarirà ogni cosa.
Certamente i Marillion sono a ragione considerati fra i maggiori esponenti del neoprog, ma ci sono differenze importanti fra le loro composizioni e quelle dei Genesis (ehm…considerando la produzione di questi ultimi fino al 1978…).
I Marillion sono centrati sostanzialmente sulla voce, salvi i notevoli inserti strumentali affidati principalmente al chitarrista, mentre i Genesis spesso e molto volentieri davano spazio ad assoli di tastiera e chitarra splendidi e ormai passati alla storia. (Nota 2)
Perfino meglio dei Genesis, i Marillion riescono a creare atmosfere rarefatte e sognanti grazie anche a un eccellente tastierista come Mark Kelly, purtroppo - a mio parere – non sufficientemente valorizzato, ma senza di lui veramente i Marillion perderebbero un elemento fondamentale nella loro musica.
Direi che i Marillion rappresentano un equilibrio quasi perfetto fra i cinque musicisti: sebbene Ian Mosley non sia considerato fra i migliori batteristi, si tratta senz’altro di un musicista capace e con molta tecnica, in grado di trovare il giusto drumming anche in brani articolati e molto difficili. Altra menzione d’onore a Pete Trewavas (e mica per caso è anche il bassista dei Transatlantic!).  
Qualcuno continua a fare paragoni fra Fish (al secolo Derek William Dick) e H (Steve Hogarth). Per quanto la diatriba continui da anni, entrambi sono grandissimi cantanti e grandissimi autori di testi, capaci di incantare soprattutto sul palco: se potete e se ne avete voglia provate ad ascoltare “Sugar mice” o “Neverland”. (Nota 3 
Dispiace che Fish non abbia trovato un maggiore successo come solista: pur avendo un buon seguito a mio parere avrebbe meritato di più.

E ora veniamo al titolo del post: F.E.A.R. (per recensioni più forbite della mia e per i testi usate pure lo strumento che state usando per leggere questo post) non è un disco facile.
Non lo è non solo per i testi ma anche per le musiche, come sempre ricercatissime e perfettamente bilanciate. Non troverete le performances di “Forgotten sons” o “The king of the sunset town” – adoro queste due canzoni - ma in tutto l’album la musica stessa, anche senza conoscere i testi, trasmette un misto di dolore, speranza e incertezza, a dimostrare che se si sa suonare si riesce comunque a farsi capire.
I testi e le musiche sono perfettamente amalgamati grazie ai musicisti navigati e a quel poeta che è Steve Hogarth, mentre la formula è tipicamente quella del progressive, visto che qui abbiamo addirittura tre suite che occupano quasi tutto l’album.
Fanno un po’ specie un paio di interventi vocali quasi recitati, più che cantati, ma del resto il tema del disco è tale da consentire uscite del genere.
F.E.A.R. richiede più di un ascolto per essere digerito e apprezzato come un grande ragionamento sui tempi che arrivano e che arriveranno (mica tanto luminosi ,eh!), sulla situazione umana e sul senso di straniamento che sempre più si avverte in giro.
Di sicuro i problemi del mondo non si risolvono con un disco o una canzone, e del resto non credo che Peter Gabriel pensasse che la sua canzone “Games without frontiers” del 1980potesse convincere qualcuno a non farsi la guerra, o che Crosby, Stills Nash & Young con la loro “Ohio” (qui siamo addirittura nel 1970)pensassero di far desistere il presidente Nixon dai suoi propositi.
Allo stesso modo F.E.A.R. dubito si possa considerare molto più che la riflessione di cinque musicisti su come va il mondo: ognuno usa gli strumenti che ha a disposizione e i Marillion hanno le sette note.
Non sarà il massimo, ma potrebbe essere un inizio…o una continuazione.
  
Nota 1: E’ VERO! Lo giuro! E ad ogni modo confermo che l’ovazione era più che meritata…
Nota 2: l’introduzione di “Watcher of the skies”, l’assolo di Steve Hackett in “Firth of fifth”, quello di Tony Banks in “The cinema show e  Apocalypse in 7/8” vi dicono niente? Se non vi dicono niente c’è una sola cura: ascoltarli.
Nota 3: “Neverland” dal vivo è qualcosa di indicibile: ti strappa letteralmente l’anima! Da ascoltare col volume a manetta.