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sabato 24 febbraio 2018

Porte scorrevoli



L’uomo di per sé non è nulla. E’ solo una possibilità infinita. Ma è il responsabile infinito di questa possibilità.
(Albert Camus)

E’ di pochi giorni fa un articolo di Mattia Loroni (questo il link) che mette l’accento su come le scelte fatte in determinate circostanze, e che a prima vista potrebbero sembrare di poco conto, possono avere conseguenze perfino di portata mondiale.
Si tratta di un argomento che volevo affrontare da un po’ di tempo ma che, per le sue implicazioni, mi era fin dal principio sembrato davvero una sfida, e non penso che in un articolo di un blog sia possibile dire più di queste quattro acche. Quelle che troverete scritte qui, intendo.
Come credo tutti voi, mi sono chiesto a volte cosa sarebbe potuto accadere se, magari facendo una passeggiata, avessi svoltato a destra anziché a sinistra.
Magari svoltando a destra sarei potuto finire sotto le ruote di un veicolo (addio a “Storie e Fantasia” e forse non era una cosa così grave) mentre svoltando a sinistra avrei potuto trovare per terra il biglietto vincente della lotteria perso pochi secondi prima da un ignaro (ex) fortunello.
O sarebbe accaduto il contrario. Com’è ovvio, il problema è che non possiamo riavvolgere il nastro cambiando le condizioni e vedere che succede. (Nota 1)
A volte ho pensato che se avessi studiato ragioneria appena terminata la scuola media sarebbe stato meglio sotto ogni aspetto.
Ma è vero? Potrebbe essere vero? Avrebbe potuto in qualche modo essere vero?
Magari andando a scuola canticchiando fra me e me e, pensando alla compagna di classe biondona e stangona (per inciso: non provo particolare attrazione per le stangone) che mi aveva fatto gli occhi dolci il giorno prima, avrei attraversato la strada senza guardare e SPLAT! BUM! CRASH! PATAPUM!
Fine della storia. La mia linea temporale ora non avrebbe intersezioni con la vostra. Nemmeno in internet.

Dai a ogni giornata la possibilità di essere la più bella della tua vita.
(Mark Twain)

Atropo avrebbe fatto il suo lavoro per benino. Atropo sapete bene chi è. Forse qualcuno di noi è andato vicino a conoscerla di persona.
Adesso la gente non guarda la strada per via del cellulare, ma questo è un altro discorso…fatte salve le imprecazioni che lancio giornalmente ai microcefali che guidano senza sapere dove si trovano col loro fuoristrada strafottuto e che nel cinquanta per cento dei casi sono rintronati col cellulare. L’altra metà invece è psicolabile di suo.
Invece ho fatto cinque anni di scuole serali, ho conosciuto persone che altrimenti non avrei mai incontrato e fatto esperienze che altrimenti non avrei mai fatto, non sarei a lavorare dove lavoro e via così.
O forse è questione di decidere se partire un minuto prima o un minuto dopo.

Ad esempio, nel febbraio 2000 se ricordo bene, ero in autostrada per recarmi dal cliente e rimasi in coda (si scrive “coda” ma si legge “fermo”) dalle 7 alle 15 e passa per un megaincidente nel quale furono coinvolti un centinaio di veicoli con diverse vittime. Epporcavacca, proprio poco dopo aver superato il casello di Grisignano, per cui non potevo più uscire dalla quella trappola!
Per combinazione avevo il telefonino quasi scarico, quindi lo spensi per avere la possibilità di fare qualche chiamata in caso di emergenza. Inutile dire che, essendo diventato irreperibile, nell’ambiente di lavoro fecero le ipotesi peggiori sulla mia sorte, cosa che fu chiarita circa alle 16. Ma vallo tu a spiegare che avevi il telefonino spento per conservare la batteria!
Tutto questo disastro accadde a poche centinaia di metri più avanti da dove mi trovavo. Questione di forse mezzo minuto, anche meno. (Nota 2).
Qualcuno ha provato ad esplorare queste possibilità, come ad esempio nel film “Sliding doors”, film piacevole ma molto imperfetto sotto questo punto di vista, perché in realtà il futuro de3lla protagonista potenzialmente poteva prendere infinite strade e non solo due, ma del resto non è che in un film si riesca a fare molto di più. Ha però il grande merito di far riflettere sulle scelte che facciamo o addirittura su quel che ci accade senza neppure cercarlo e che ci può cambiare completamente la vita.

– Alice: Per quanto tempo è per sempre?
Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

La vita cambia a volte nel volgere di un solo secondo.
Il tempo di riuscire a frenare o no. Un secondo…ma quasi sempre molto meno.
Il tempo di decidere se uccidere Adolf Hitler o no. Un secondo? Ci sta.
Banale? Si direbbe di sì. Ce lo dimentichiamo? Sempre. Ma proprio sempre.
Su quest’argomento non si sono soffermati a ragionare solo registi, artisti e scrittori: anche la scienza ci ha messo del suo, almeno con un paio di argomenti, non proprio semplici da seguire, ma interessanti:
- l'effetto farfalla   è uno di questo esempi e, a pensarci bene e considerando quanto abbiamo visto poco sopra, questo è valido sempre, in ogni momento della nostra vita.
Qualsiasi cosa facciamo, anche in apparenza la più insignificante, comporta delle conseguenze che, siano a lungo o a breve termine, non è proprio possibile prevedere. E Tandey non poteva in alcun modo immaginare che sarebbe accaduto poi.
- la teoria dei molti mondi (vi rimando a questo) che però ha un piiiiicoooooliiiissiiimo difetto: è proprio indimostrabile (Nota 3).
Il che dal punto di vista scientifico la rende semplice spazzatura o - al contrario – una gran bella cosa…a seconda del punto di vista. Diciamo che è un bel modo per fare della sana speculazione, ma non mi azzarderei a chiamarla scienza, almeno non nel senso canonico. Al momento è una teoria, nella prima accezione del termine.
Ricordo che nel mio primo romanzo “Risveglio”, del 2005, toccai di sfuggita il tema “Sliding Doors”: una delle creature protagoniste vede in cielo l’astronave che arriva. Si ferma ad osservarla e proprio questo la salva dalle grinfie di un predatore.
La fantasia è l’impossibile reso probabile. La fantascienza è l’improbabile reso possibile.
(Rod Serling)

A volte il solo fatto di esserci o non esserci cambia le cose. Era questo che volevo dire.

Torniamo adesso all’articolo di Mattia Loroni: se Henry Tandey avesse ucciso Adolf Hitler, il mondo avrebbe conosciuto tempi migliori?
Non possiamo saperlo (secondo me, se non era Hitler era un altro, ma sarebbe accaduto più o meno lo stesso), e se può essere di consolazione, pensiamo che avrebbe potuto essere molto ma molto peggio. Il che non significa che quel che è accaduto dal 1939 al 1945 sia stata una fortuna, diciamo che per certi versi ci è andata anche di culo.
Tandey ha fatto del suo meglio per continuare a non farsi schifo ogni volta che si fosse in seguito guardato allo specchio per aver ucciso un soldato nemico ferito. Non può essere biasimato per questo.

Non ci è dato di scegliere la cornice del nostro destino, ma ciò che vi mettiamo dentro è nostro.


Sliding doors, appunto.

Un giorno ti sveglierai e non ci sarà più il tempo di fare le cose che hai sempre sognato. Falle adesso.
(Paulo Coelho)

    Perché io amo infinitamente il finito,
perché io desidero impossibilmente il possibile,
perché voglio tutto, o ancora di più, se può essere,
o anche se non può essere.
(Fernando Pessoa)

    Fanculo, indietro non ci torno.
(Gabriele Pavan)

 

 

Nota 1: questo termine vale solo per chi è abbastanza stagionato da ricordare le vecchie musicassette a nastro. Per chi non lo ricordasse, anche per i vecchi LP – di cui adesso si assiste a un revival – l’anno di svolta è il 1993: da quella data ricordo che i long playing scomparvero dagli scaffali nel giro di pochissime settimane per essere sostituiti dai CD. Praticamente in quell’anno, più o meno, sparirono le cassette a nastro.   

Nota 2: l’autostrada era un autentico cimitero delle auto: ne vidi diverse decine più o meno sfasciate. Ricordo che c’era un furgone col finestrino posteriore sinistro rotto; quel finestrino era stato rabberciato alla meglio con quel che mi pare fosse un foglio di giornale con la pubblicità della Fiat Punto. Si dà il caso che quel furgone fosse stato tamponato proprio da una Fiat Punto. Quando si parla di coincidenze…

Nota 3:  a meno che qualcuno non riesca ad andare in un universo parallelo dove le cose sono andate un po’ diversamente e poi ritorni facendocelo sapere. Mi pare difficile, ma in attesa di quel momento nulla ci vieta di fantasticare. Del resto…la fantascienza esiste anche per questo!

 

lunedì 19 febbraio 2018

Maze Runner e La Cittadella


Come avrete imparato a vostre spese, “Storie e fantasia” trabocca di articoli che parlano di qualcosa e al tempo stesso di qualcos’altro: mi piace trovare i collegamenti fra varie cose, fra vari argomenti e divagare nei luoghi dove la mente mi porta.
Voce fuori campo: “Piantala di rompere con ‘ste fesserie e dicci subito dove vuoi arrivare!”.
Risposta dal palco: Miiiii! Calma tesoro, ci arrivo subito. Nel frattempo prenditi un buon sedativo.
 
Proprio ieri, complice la giornata che non ispirava passeggiate o uscite oltre la porta del garage, ho deciso di andare al cinema a vedere l’ultima parte – la terza – di Maze Runner : ero curioso di vedere come sarebbe andata a finire la storia, che fin dall’inizio ho trovato molto intrigante.
Almeno all’inizio, appunto.
Certo la trovata del labirinto è stata geniale e il film molto ben fatto e congegnato in modo da farti venir voglia di sapere come sarebbe andata a finire, che fine avrebbero fatto i protagonisti e per quale motivo erano stati rinchiusi nel labirinto, tant’è che mi sono ripromesso di vedere la serie al completo.
Cercando di non rivelare troppo, devo dire che l’ultimo film della serie, “La rivelazione”, e scusate il bisticcio di parole, è per molti versi un film riuscito, riuscendo a mettere insieme oltre due ore di proiezione con scarsi momenti di stanca e un’ottima dose d’azione, oltre a effetti visivi di prim’ordine (il che non guasta mai).      
Mentre guidavo tornando a casa, però, mi sono reso conto che in realtà le cose non tornavano.
Va bene la sospensione dell’incredulità e va bene che ai nostri eroi le cose vadano tutto sommato bene; ci sta che il cattivo di turno sprechi un po’ troppe parole prima di sparare (il che dà al buono di turno il tempo di pensare una contromossa). Ci sta tutto.
MA.
 
Ma…io non ho letto i libri di James Dashner e non posso dire quanto il film sia fedele al testo, per cui si aprono due possibilità:
- il regista ci ha messo mooooolto del suo - nonostante Dashner sia stato in gamba - e ha fatto dei film che non sono assolutamente verosimili (cosa che qualunque lettore richiede all’autore)
- Dashner ha scritto dei libri non verosimili (cosa che qualunque lettore richiede all’autore)
La terza – che da entrambe le parti se ne siano fregati della verosimiglianza – non la voglio nemmeno considerare.
 
 
Ci sono diverse cose che – passata l’euforia del finale col botto a suon di scene strepitose ed effetti speciali da oscar – si possono rilevare.
E per farlo mi rifaccio al libro di uno scrittore sconosciuto (cioè il sottoscritto) che nel marzo 2015 – quindi ben prima di questo film - aveva inviato a Genesis Publishing il suo manoscritto, terminato nel 2014.  
Come sempre “se tu hai avuto un’idea è quasi certo che qualcun altro l’ha già pensata”. Magari di questa frase vi racconterò in qualche post futuro, anche se a dire il vero non ha strettamente a che fare con la scrittura, ma con l’astronomia.
Ad ogni modo, il manoscritto è stato poi pubblicato col titolo “Un filo di luce nel cielo” e se qualcuno pensa che stia cercando di farmi pubblicità ha anche un po’ di ragione.
Passerei ora a mostrare per quali motivi la società immaginata da Dashner (sempre nell’ipotesi che i film siano fedeli allo scritto) non può esistere, cioè non è neanche lontanamente immaginabile.
Come in Maze Runner (da ora in avanti MR), anche in Un filo di luce abbiamo una città racchiusa da mura; come in Maze Runner, anche in Un filo di luce troviamo una società divisa fra i reietti e quelli che se la passano bene; come in Maze Runner, anche in Un filo di luce l’ambizione più grande fra i servi della gleba è andare a vivere - o almeno vivere di riflesso – nell’eldorado della Pianura Padana (in effetti il romanzo è ambientato a Padova e dintorni e quella che ho immaginato si chiama La Cittadella).
 
Primo: la città del film è circondata da una muraglia ipertecnologica che – con trovata pari a quella del secondo film della serie Il Signore degli Anelli – viene sbriciolata da un’esplosione che avrebbe dovuto al massimo farle il solletico o anche meno. Infatti in Un filo di luce non ci ho nemmeno provato a usare un simile artificio.
 
Secondo: anche la Cittadella è circondata da mura, ma il passaggio - da e per - è possibile per coloro che sono chiamati a lavorarvi (il punto sarà più chiaro fra poco).
 
Terzo: la società all’esterno della Città di MR è del tutto allo sbando, non esistono campi, coltivazioni, allevamenti e tutto il territorio intorno per chilometri (decine? centinaia?) è arso e brullo. Con cosa vivono i derelitti, quindi? Cannibalismo? Potrebbe essere, ma prima o poi la materia prima finisce!
La Cittadella è invece circondata da una fascia di rispetto, ma oltre si estende una società con la quale è costante uno scambio di merci e materie prime da una parte, di aiuto e possibilità di lavoro e cessione di tecnologie dall’altra. In definitiva un do ut des che tiene in piedi l’economia (pur con i dovuti distinguo).
La Città di MR NON ha alcuno scambio con l’esterno, ciononostante è ricca, con edifici altissimi e torri di vetro (ma quelle immaginate da me erano più dorate, alle luci del tramonto). Non si vedono lavoratori di basso rango, gli stessi che avrebbero dovuto portare avanti fabbriche, costruire edifici, fabbricare manufatti; dei quali nel film non c’è traccia, come se la città fosse sorta dal nulla. Non esiste manodopera, non ci sono fabbriche, non c’è manovalanza. E quella è indispensabile. E anche le pompe di benzina per aeromobili e veicoli. Come? Usano l’energia elettrica? Vabbè, ma dove la producono? Non si trova uno specchio d’acqua o un torrente nemmeno col lanternino, non c’è traccia di impianti eolici o solari o di altro genere. E questi devono essere per forza di cose all’interno delle mura.
Che altrimenti, chi diamine le ha costruite quelle mura? Chi porta i viveri e le materie finite (non esistono fonti di materie prime all’interno della Città di MR)?
Lavoratori coatti? Schiavi? O stipendiati? E con che soldi o che baratto in natura, visto che la Città è priva di risorse?
 
Quarto: non si vedono bambini, né dentro né fuori la Città. Come facevano a durare? Nemmeno alla Cittadella ho previsto bambini, ma a Padova ce n’erano, eccome, tanto che una delle protagoniste  (Samuela Fioravanzo) impiega una baby sitter per la sua prole (nel libro chiamata guardabambini). Che se la natalità era scesa a zero, che il virus ci fosse o no non cambiava proprio niente, vi pare? Che ci stavano a fare a cercare la cura? Tanto, tempo vent’anni erano estinti tutti quanti. Inoltre in Un Filo di Luce i bambini più promettenti venivano accolti nella Cittadella e formati professionalmente e umanamente secondo gli standard esistenti al suo interno.
 
Quinto: nella Città di MR ci sono veicoli volanti ma nemmeno una pista o area adatta all’uso. Questo si vede chiaramente nelle panoramiche ad effetto del film. Le aree non potevano essere esterne alla Città, altrimenti non sarebbero durate due minuti, pena la distruzione o la conquista da parte dei derelitti. La Cittadella ha invece due piste al suo interno.  
 
Sesto: la gente non è cretina (almeno si spera) invece in MR succede che si fa pezzi tutto – il che ci sta benissimo in un finale col botto – invece di preservare il più possibile le strutture e gli edifici necessari alla sopravvivenza.
 
Non parliamo poi dei potentissimi mezzi a disposizione dei nostri eroi: non si vede un pompa di benzina a pagarla oro, ma come fanno a usare i gipponi, a far navigare una bagnarola che manco i cantieri di Monfalcone riuscirebbero a tenere a galla (ma questo lo perdoniamo, dai). Dove si procurano munizioni e tutto il resto? Compresa acqua e cibo, intendo.
 E a Porto Sicuro, come faranno a campare (non vi dico di che si tratta se non avete visto il film)?
 
Il film, tutto sommato, è una celebrazione dell’amicizia virile, nel senso che anche Brenda (quella mica tanto segretamente innamorata di Thomas: cerca di non farlo vedere ma non ci casca nessuno) alla fine è un uomo travestito da donna (a parte le poppe): pensa come un uomo, agisce come un uomo, ha più attributi lei di un battaglione di Marines o del Reggimento San Marco. Tutti sono pronti a sacrificarsi per tutti e tutti fanno di tutto in nome dei bei vecchi tempi.
Visti i tempi che corrono è una cosa da apprezzare. Non scherzo. L’unica donna vera presente nel film è Teresa. Ma fino a un certo punto, poi ti chiedi se le inquadrature a suon di davanzali sballonzolanti servono a fartelo notare o se si tratta di un incidente di inquadratura. Conosco la risposta.   
 
 
 
Per chi si chiedesse cos’ho ascoltato durante la stesura di queste righe: prima ho ascoltato per intero “Castalia” di Mark Isham e adesso mi sto sorbendo “Clutching at straws” dei Marillion.
Nello specifico la magnifica e struggente “Sugar  mice”. Da ascoltare.

lunedì 12 febbraio 2018

1918, l'influenza spagnola - Laura Spinney


Come giustamente fa notare Laura Spinney, l’autrice del saggio, se si chiede a qualcuno qual è stato l’evento più traumatico e significativo del ventesimo secolo, praticamente chiunque risponderebbe la Prima e/o la Seconda Guerra Mondiale, e con buona ragione.
Tuttavia c’è stato un evento su scala mondiale che in tempi molto più brevi ha provocato un numero di vittime paragonabile se non addirittura superiore (si parla di addirittura oltre cinquanta milioni se non cento).
E quest’evento è proprio la pandemia di Spagnola del 1918.
Devo notare, tra l’altro, che se una certa persona quell’anno fosse rimasta uccisa dalla Spagnola, io non starei qui a scrivere. E di sicuro anche qualcuno dei lettori (beh, in senso stretto questo è valido per chiunque stia calpestando il suolo di questo pianeta) .

 
Il libro è ben congegnato e ben trattato, con abbondanza di fonti e riferimenti, e offre una panoramica interessante sull’epoca e sulle modalità con cui la pandemia si manifestò e come fu affrontata nelle varie parti del mondo.
Delle tre ondate di Spagnola che investirono il mondo, ci si sofferma in particolare sulla seconda, che non risparmiò alcun continente e si rivelò letale con una mortalità stimata fra il 2,5 e il 10 per cento, anche se in Alaska si arrivò perfino al quaranta per cento!
Al di là del merito nell’aver scritto un buon libro su un argomento in pratica dimenticato, devo notare come in buona parte il testo appaia più completo sotto l’aspetto strettamente storico e documentaristico, mancando di una componente secondo me fondamentale.
Al contrario di storici come ad esempio Max Hastings, che nei suoi scritti attinge copiosamente da testimonianze di prima mano e tratta la Storia vista “dal basso”, cioè dal punto di vista di chi vi era personalmente coinvolto, la Spinney tratta l’argomento “dall’alto”; un po’ come un narratore onnisciente che da una parte ti fa vedere la situazione in modo completo, ma dall’altro non riesce a prenderti più di tanto, al punto che a tratti pare di assistere più alla lezione di un docente che al racconto di un evento tanto devastante.
Ci sono alcune digressioni che a mio parere rendono a tratti la lettura poco coinvolgente e in particolare il racconto del mondo post epidemia mi pare un po’ forzato nelle conseguenze che questa ha avuto.
Ho trovato, insomma, una specie di distacco - forse voluto – fra l’esperienza di chi vi fu coinvolto e l’evento in sé. Com’è chiaro, questo può dipendere anche dal taglio che un autore vuole dare alla sua ricerca.  
Non ho elementi sufficienti per poter dire se e in quale misura le testimonianze di prima mano siano tuttora disponibili in scritti o documenti: magari nonostante la relativa vicinanza temporale si tratta effettivamente di una carenza nella documentazione, ma il libro mi ha dato l’impressione di una torta senza la ciliegina sopra, mi spiego?
Resta ad ogni modo un testo agevole, dal costo contenuto ed esauriente per tutti coloro che desiderano conoscere di più su un episodio di così grande portata e tuttavia così poco presente nella memoria collettiva.

Un appunto riguardo la scelta della copertina, che sul momento mi è sembrata proprio poco azzeccata, ma poi ho dovuto ricredermi.
In copertina compare l’ultimo dipinto di Egon Schiele. Si intitola “La famiglia” e raffigura lui, la moglie e il figlio.
In realtà quel quadro rappresenta un mondo che non si realizzò mai: la moglie di Schiele morì di Spagnola, incinta di sei mesi, e lui morì allo stesso modo pochi giorni dopo.
La copertina quindi, anche se a prima vista può sembrare fuori luogo, è in realtà un richiamo alle storie che non hanno mai avuto modo di svilupparsi o addirittura di esistere, alle possibilità negate, a come le esistenze possano venire cambiate o annullate in pochi giorni o in un battito di ciglia.