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lunedì 18 giugno 2018

Recensione libro: "La lunga Terra"


Da quanto ho trovato in Rete, Terry Pratchett - scomparso nel 2015 – è considerato uno dei maggiori autori fantasy degli ultimi tempi e questo “La Lunga Terra” è il primo suo libro che ho letto.
Suo fino a un certo punto però, visto che è stato scritto a quattro mani insieme a Stephen Baxter: un’accoppiata un po’ insolita, trattandosi di un autore di libri fantasy che collabora con un autore di fantascienza (anche per Baxter ho dovuto documentarmi un pochino, visto che non ho letto nulla di sua produzione).
Una nota stonata in copertina: il nome di Pratchett è scritto in caratteri più grandi rispetto a quello di Baxter, un po’ come nei libri in cui un grande contributo viene dato da un famoso ghost writer. Ora, se il libro è stato scritto a quattro mani mi aspetto uguale dignità agli autori anche nei riconoscimenti, ma mi sa che hanno voluto richiamare l’attenzione su Pratchett, piuttosto che sul collega.


Il romanzo si presenta come un ibrido fra i due generi, con netta prevalenza dell’aspetto tecnologico sull’idea di fondo, non nuova ma – al solito – quel che conta è il modo in cui viene presentata e sviluppata.
L’idea del passaggio alle diverse Terre presenti in universi paralleli risulta a mio parere un po’ forzata, nel senso che per poter “passare” all’inizio sembra necessario un dispositivo creato ad hoc (il “passatore”, appunto, strumento creato dall’uomo e quindi teoricamente in sintonia con i canoni fantascientifici) per il quale non viene data una minima spiegazione “tecnica”, apparentemente in contrasto con la vocazione di Baxter per la fantascienza hard, che di suo richiede un retroterra ben saldo su fatti o speculazioni basate sulla scienza.
Salvo poi scoprire che molti umani possiedono il dono di passare da una Terra all’altra per capacità innata.
Ecco, questo non mi è piaciuto, perché il possesso di una simile capacità non è dissimile dai poteri magici presenti di solito nel fantasy. Anche se viene ipotizzata una causa naturale tirando in ballo evoluzione e selezione naturale.
 
Mi spiego: anche nella fantascienza più spinta è ammesso qualche strappo alle regole della fisica, cosa che viene universalmente perdonata per motivi di coerenza della storia. In genere un autore di fantascienza si limita a questo (nota 1) lasciando intendere tuttavia che non si tratta di una specie di superpotere, ma di una capacità sviluppata attraverso innovazioni tecnologiche.
Quindi “La Lunga Terra” secondo me potrebbe apparire come più un fantasy tecnologico che fantascienza – più precisamente parlerei di idea fantasy con un fortissimo inquinamento tecnologico - e del resto già un mostro sacro del fantasy canonico come Terry Brooks ha prodotto diversi romanzi in cui magia e tecnologia si mescolano (basti pensare alla trilogia della “Jerle Shannara” o “I figli di Armageddon” per dirne alcuni).
Il fatto che molti individui possiedano tale innata capacità è però indispensabile all’economia della storia, che altrimenti sarebbe stata ingestibile sulla base della sola tecnologia, anche se nonostante questo gli autori sono stati costretti a ricorrere a qualche escamotage.
Primo fra tutti quello appena citato, che rende il romanzo tutt’altro che fantascientifico.
 
Anche se piacevole da leggere, il romanzo presenta diverse forzature e i personaggi non sono proprio convincenti, anche se nei dialoghi, anche quando non viene specificato, si riesce sempre a capire chi sta parlando.
Più di qualche passaggio mi ha dato l’impressione di vedere in azione un deus ex machina che risolve il problema, visto che alcune soluzioni sono dovute alle pensate di uno dei personaggi (Lobsang, una mente umana migrata in un computer) che è fonte di continue sorprese e del quale non sempre si riescono a comprendere appieno pensieri e motivazioni, e spesso appare un po’ ambiguo. E’ anche sapientone: in effetti Lobsang rappresenta il principale strumento di infodump del romanzo, senza che sia chiaro come possa sapere tutto di tutto o prevedere l’imprevedibile.
Il protagonista Joshua è purtroppo abbastanza piatto e più che altro in balìa degli eventi e non ho provato particolare simpatia per lui, anzi…a dire il vero non ho trovato personaggi memorabili o capaci di far provare qualcosa che vada oltre la semplice curiosità. Ci sono inoltre dei comprimari che appaiono e scompaiono qua e là senza che sia possibile determinarne la vera importanza. Posto che ce l'abbiano.
Quella che mi sembra un’altra pecca del romanzo sono i fin troppo frequenti rimandi a film, testi e personaggi (si tratta di una delle manie del personaggio Lobsang) che sono pienamente comprensibili solo ai lettori di una certa età e per giunta ben calati nella nostra cultura anche a livello di conoscenze letterarie o cinematografiche: per esempio viene citato per nome Arnold Schwarzenegger, mentre in un'altra occasione l’avatar di Lobsang si veste da Indiana Jones (si capisce che si tratta di lui anche se non ne viene detto il nome e ad ogni modo solo Indy usa un cappello a tese flosce e una frusta che, guarda caso, era presente nell'aeronave Mark Twain), e così via, come se tutti i lettori potessero aver presente di che si tratta.
In tutti questi casi non ci sono annotazioni o rimandi che possano chiarirne il significato e un lettore giovane non è detto che possa afferrare in pieno l’ironia della scena o comunque integrarla nel contesto. Qui avrei visto utili delle note a piè di pagina con una breve spiegazione.
 
Ma avrei potuto passare sopra questi difetti senza problemi – in fin dei conti si tratta di un libro piacevole e per certi versi interessante – se non fosse stato per un fattore di importanza fondamentale: non no trovato vera tensione, non ci sono passaggi che ti tengono col fiato sospeso, non ci sono situazioni realmente pericolose (e quando ci sono, ci pensa Lobsang a sistemare tutto), né un qualche tipo di evoluzione interiore nei personaggi, che per tutta la narrazione rimangono sempre fedeli all’immagine che se ne aveva all’inizio.
Verso la fine ho avuto l’impressione di un puro e semplice grand tour delle possibili Terre o poco più.
Un’ultima cosa: da Wikipedia ho appreso che Pratchett era malato d’Alzheimer fin dal 2007: ho idea che il libro sia più opera di Baxter e che il nome di Pratchett sia stato usato – come accennato prima - per attirare l’attenzione da parte dei suoi fans.
Ma è solo una mia idea.
Infine, un libro non disprezzabile, ma tutt’altro che imprescindibile, anzi.
 
Nota 1: non è proprio vero, ma le eccezioni non spiegate e non spiegabili – in quanto violano le leggi fisiche conosciute – sono di solito un paio e si limitano al superamento della velocità della luce e alla creazione di una gravità artificiale all’interno dell'astronave.
Ho scritto “di solito” in corsivo perché possiamo trovare romanzi ambientati in mondi dotati di tecnologie enormemente oltre le nostre attuali conoscenze (vedi per esempio quelli di Iain Banks o Peter Hamilton, per citarne due): questo nell’assunto che i progressi scientifici siano prima o poi tali da consentire l’esistenza di tecnologie al momento impossibili. Ma non siamo comunque in ambito fantasy.
Del resto un po’ di sense of wonder nella fantascienza ci vuole, no?

mercoledì 13 giugno 2018

Sconti estivi! Letture per l'estate!

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La promozione è riservata anche per i libri in novità e in prevendita. 


venerdì 8 giugno 2018

La relazione fra la trippa e le copie regalate


All’inizio della carriera letteraria (ma per quel che mi riguarda questo termine è autoindulgente!) viene naturale la soddisfazione di annunciare al mondo il raggiungimento della méta: pubblicazione (con Editore o meno) e soprattutto il ricevimento del pacco con le prime copie del difficile parto.
Chi legge queste righe nella maggior parte dei casi ha alle spalle un’esperienza più o meno lunga con la scrittura, e credo che siamo tutti d’accordo nel dire che un romanzo – nel momento in cui ci si mette quel minimo di serietà e di cura – può venire considerato il risultato di una gestazione lunga e spesso problematica.

Piccola digressione 1: ci sarà sempre qualcuno che con aria di supponenza dirà che scrivere è facile e lo sanno fare tutti. Oppure qualcuno che dall’alto dello scranno dirà che “potevi fare così o potevi fare cosà” o, ancora, nel tentativo di dire fra le righe che non gliene importa una cippa e che secondo lui hai scritto porcherie, se ne uscirà con qualcosa come “ma non potresti scrivere qualcosa su…”.
In un caso simile ho risposto che – visto che scrivere è facile e lo sa fare chiunque – l’interessato se proprio voleva poteva scriverlo lui: la risposta fu che il cultore del “tutto facile” non ne aveva voglia perché è un tipo pigro.
Appunto.
A proposito, a chi mi ha detto “…ma non potresti scrivere su…” ho risposto soltanto con un “no”, per questo motivo: se si fosse informato sull’argomento anche solo per un decimo di secondo con una rapida ricerca in Rete, avrebbe trovato questo:

Circa 52.400.000 risultati (0,51 secondi)

Il che significa che avevo a che fare con uno che non sapeva nemmeno di che parlava.
Ad ogni modo, siete lì con le prime dieci copie della vostra opera prima (che, a rileggerla a distanza di anni, ci si rende conto che si poteva fare anche molto di meglio, ma al tempo pareva il massimo) e le regalate ad amici e parenti.
Dopodiché fioccano i commenti.
Voglio dire: non è che uno si aspetta grandi pacche sulle spalle o commenti del tipo “capolavoro!” o “una nuova promessa della letteratura mondiale!” o cose del genere.
Di solito ti aspetti un ringraziamento e il sapere – o sperare - che lo leggeranno.
Ma non c’è niente di più falso. Alcuni non lo leggeranno proprio e altri commenteranno nei modi che abbiamo visto poco fa…e col dubbio che non l’abbiano letto.
Piccola digressione 2: solo gli amici più fidati apprezzeranno il tuo lavoro e te lo diranno, e di persone così ce ne sono ben poche. Per la mia esperienza, di solito i parenti sono da togliere dal mucchio.
In seguito – quando si riesce a pubblicare qualcos’altro – ci sarà sempre qualcuno che chiederà una copia, facendo ovviamente conto sul buon cuore dell’artista per ottenerla in modo assolutamente disinteressato (si legge “senza spendere un centesimo”).
Di solito gente che non ne leggerà una pagina.
Visto quanto sopra penso di poter dire che non c’è più trippa per gatti.

 
E qui veniamo al punto: non vale la pena regalare copie del proprio lavoro a parenti, perché il fatto di avere acquistato un libro ne impone la lettura, prima o poi. L’aver speso soldi richiede che quell’impegno economico sia stato fatto per ottenerne un beneficio che, nel caso del libro, potrà essere apprendimento di cose nuove (ad esempio se si tratta di un saggio)  o semplice intrattenimento o divertimento (poniamo nel caso di un romanzo).
Il fatto poi che il libro venga acquistato soddisfa molte persone: il lettore, per quanto detto sopra; l’autore, che vende qualcosa e magari ci guadagna anche qualche decina di centesimi a copia al netto della tassazione; l’editore, che vede remunerato il proprio lavoro e magari, se il libro vende parecchio, riesce a guadagnarsi un suo spazio nell’editoria (cosa che non potrebbe fare con le copie scontate date all’autore, in quanto non vengono conteggiate nel venduto).
In particolare, l’autore ha la certezza di dare il risultato del suo lavoro in pasto a gente che è interessata, perché con l’acquisto ci ha messo del suo, impegnandosi a fruire del suo lavoro.
In tutti questi anni ho avuto qualche feedback positivo, da parte di:
- Claudio (per “Risveglio”)
- Mattia (per “Un filo di luce nel cielo”) – non è lo stesso Mattia della riga seguente
- Mattia (per “Un filo di luce nel cielo” e “La pianura dei demoni”)
- Simona (mi pare per “Un filo di luce nel cielo”)
 
Nessuno di loro è un mio congiunto.
Ma se qualche parente dovesse leggere sul serio quel che scrivete e se dovesse perfino apprezzarlo, allora siete fortunati.
Infatti, mia sorella ha letto “Il diario di Sabet” e le è piaciuto. Non capita spesso e, tenendo conto che non le piace la fantascienza, mi considero molto fortunato!


colonna sonora del post: "Digging deep" di Fish dall'album "Raingods with zippos"