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giovedì 14 febbraio 2019

Divinità dalle stelle topografiche (quando il progressive è interdisciplinare)


Dopo il post semiserio sulle difficoltà di comunicazione fra umani (e proprio per questo scritto in dialetto veneto), torno con qualcosa di abbastanza differente.


Chi mastica un po’ di prog rock anni ’70 avrà di certo indovinato il gioco di parole, che si rifà al doppio vinile “Tales from topographic oceans” degli Yes, lavoro del 1973 che, a detta di molti, o si ama o si odia.
Per quel che mi riguarda lo amo ma con riserva: come disse una volta il tastierista Rick Wakeman, se al tempo fossero esistiti i compact disc, invece di quattro brani da 20 minuti ne avrebbero fatti quattro da 15 minuti e sarebbe stato meglio, con meno riempitivi, e più sostanza. Sono d’accordo, e anche sul fatto che quel doppio album è straordinario, anche se non facilissimo all’ascolto.


Ad ogni modo questo è soltanto il punto d’arrivo del discorso, la partenza avviene da qui : un articolo su Focus che si focalizza sulla necessità di chiamare le stelle con un nome univoco, valido per chiunque e che non dia modo di equivocare.
Naturalmente per un vecchio astrofilo/fantascientofilo/progrockettaro come il sottoscritto, un articolo del genere è una vera goduria e in particolare lo è il rimando al sito della IAU (Unione Astronomica Internazionale) che si trova qui. 

Dunque, spulciando la lista trovo nomi di stelle note e meno note, stelle che non sapevo avessero un nome e…alcune cose strane.


È (Nota 1) risaputo che le stelle più brillanti hanno un nome; per la maggior parte dei casi si tratta di nomi arabi (Akrab, Altair, Vega, Deneb…) o di origine greca (Arturo, Sirio, Procione…), più raramente latina (ɣ Orionis si chiama Bellatrix, “La donna guerriera”; omicron Ceti si chiama Mira, “La meravigliosa”; α Leonis si chiama Regolo, “Il piccolo re”).
Fra le stelle troviamo anche un paio di nomi molto particolari: Rotanev e Sualocin (α e β nel Delfino), frutto di una “truffa” geniale, che potete leggere qui e che rimarrà nei secoli perché ormai era troppo tardi per rimediare, visto che ormai i due nomi erano stampati su tutti gli atlanti del cielo sparsi per il mondo.

Fra le cose strane di cui dicevo poco sopra anche il fatto che stelle a malapena visibili a occhio nudo appaiono possedere un nome, come ed esempio Acubens nel Cancro, di magnitudine 4,86; le stelle più deboli delle Pleiadi, nel Toro, che stanno fra la quarta e le quinta magnitudine; o Zibal, nota come Zeta Eridani.
In casi come questi in realtà non c’è problema perché, pur essendo stelle deboli, contribuiscono a formare la figura della costellazione; un po’ meno chiaro il caso stelle come quelle della lista qui sotto, che se uno non sa dove cercarle nel cielo, si confondono in mezzo a tutte le altre (tenete presente che con un buon cielo le stelle più deboli visibili a occhio nudo sono di magnitudine 6, in casi di trasparenza eccezionale e occhio bene adattato al buio si può arrivare anche alla 7, ma è molto raro):

Nome             Costellazione             Magnitudine

Chalawan       Orsa Maggiore                      5.03
Copernicus     Cancro                                  5.95
Fafnir              Drago                                    4.82
Intercrus         Orsa Maggiore                      5.41
Merga             Boote                                    5.76
Musica            Delfino                                  5.48
Tonatiuh         Giraffa                                   5.80
Veritate           Andromeda                            5.22


Ebbene, ho scoperto che tutti questi nomi sono stati assegnati dalla IAU al termine di un concorso online per l’assegnazione di nomi a stelle con pianeti noti (che ovviamente non lo avessero già, un nome) e ai loro pianeti scoperti fino a quel momento.
Il nome che ha attirato la mia attenzione, ad ogni modo, è Tonatiuh, perché è una parola che si trova nel testo di un brano degli Yes: “The ancient”, contenuto appunto nel doppio album citato all’inizio dell’articolo.
Su “Topographic oceans” se ne sono dette di tutti i colori, nel bene e nel male e su questo non vale la pena dilungarsi; non solo per la facilità con cui si possono reperire recensioni, ma soprattutto perché bisogna ascoltarlo per apprezzarlo…o gettarlo dalla finestra.
The ancient”, però, contiene una particolarità nel testo, vale a dire una serie di parole che a tutta prima possono sembrare strane, fuori luogo e…tutt’altro che inglesi.
Si tratta di queste:

Sol, Dhoop, Sun, Ilios, Naytheet, Ah Kin, Saule, Tonatiuh, Qurax, Gunes, Grian, Surje, Ir, Samse 

che ora andremo ad analizzare, al di là della complessità dei testi visionari – e a volte sconclusionati - dell’ex cantante degli Yes, Jon Anderson. (Nota 2)
Dunque: 

Sol                  a prima vista parrebbe il termine latino per indicare il Sole (e in effetti è così…anche), ma in realtà si tratta della dea norrena del Sole;
Dhoop            per questa ho usato la funzione “rileva lingua” di Google traduttore. Significa “I raggi del Sole” in hindi; 
Sun                 eh già: è proprio inglese, ma poiché "sun" sembra derivare dal “Sol” appena incontrato, più che il Sole direi che è un altro modo per indicare la dea norrena;
Ilios                 errore del testo: infatti dovrebbe essere “Helios”, visto che dovrebbe indicare il Sole e non la città di Troia (Ilios, appunto). Consideriamolo come peccato veniale di un parlante anglosassone…
Naytheet        il traduttore identifica la parola come appartenente alla lingua Gujarati, parlata in India. Non ho trovato un traduttore decente e posso solo supporre, vista la natura del testo, che anche in questo caso sia la parola per “Sole”;
Ah Kin            qui la cosa è un pochino più facile: si tratta di lingua Maya e indica proprio il dio del Sole;
Saule              lituano: divinità baltica del sole e della fertilità;
Tonatiuh        eccola qua la parola che ha attirato la mia attenzione! Si tratta di lingua azteca e anche in questo caso indica il dio del Sole (questa era facile, dai);
Qurax             il traduttore la identifica come parola dall’Uzbekistan e in italiano la rende come “Kurama”, ma per questa non ho trovato nulla che fosse utile (o perlomeno nulla che avesse a che fare col Sole). Supponendo che potesse trattarsi di un termine legato all’antico Egitto ho cercato una divinità legata al Sole con cui si potesse identificare che avesse il nome in “q” o “k”, vista la pronuncia. Come assonanza e significato ho trovato solo “Khepri”, divinità che rappresentava il sole del mattino o il suo moto nel cielo, per cui l’attribuzione rimane incerta.
Incerto è pure l’accostamento – che potrebbe apparire un po’ forzato – che farei con la dea-sole fenicia Qadesh (sempre per via della pronuncia simile Qurax - Qadesh) ma questo mi pare più probabile. Un altro errore di trascrizione nella cover del disco?
Gunes            sembra essere parola turca, e significa proprio “Sole”; non sembra però associata a qualche entità religiosa o mitologica;
Grian              irlandese: divinità solare femminile;
Surje              scritto così il traduttore la identifica come parola estone, ma in questo caso penso che sia un errore che si è perpetuato in Rete facendo copia-incolla da una fonte sbagliata: infatti io possedevo il vinile (e se avessi immaginato che trent’anni dopo gli LP avrebbero avuto il valore che hanno adesso, col cavolo che lo vendevo!) e ricordo che il testo in realtà diceva “surya”.
Cercando questa parola sul traduttore trovo appunto “sole” in indonesiano, mentre Wikipedia specifica che si tratta di una divinità induista. Tombola!
Ir                     con mestizia devo ammettere di non aver trovato assolutamente niente…
Samse            parola hindi. Google traduttore lo rende come “respiro”, ma non è da escludere qualche altro significato.



Alla fine di questa cavalcata fra stelle, musica, mitologia e linguaggi passati e presenti, faccio notare la copertina dell’album, dove sono riconoscibili alcune costellazioni, corrispondenti ai segni zodiacali dei cinque musicisti (Scorpione, Pesci, Vergine, Acquario, Ariete).
La cover, tra l’altro, è stata considerata come tra le più belle mai prodotte. E con un genio dell’immagine come Roger Dean non poteva essere diversamente.



Nota 1: la combinazione per “e” accentata maiuscola è ALT + 0200

Nota 2: anche qui ci sarebbe da dire, visto che spesso ad Anderson non importava tanto il significato del testo, quanto la sua musicalità. A volte riesce davvero difficile capire cosa intendesse: la voce per lui è uno strumento musicale e soggetta più alle regole della musica che ad avere un significato.










martedì 5 febbraio 2019

Considerazioni linguistiche


Co sto post a vorìa far do considerassion su ła łengua che ognun de noialtri ga imparà da picoi inte ła so tera.
Za qua gavemo un pochi de problemi a parlar diałeto s-ceto, parfin in casa nol se parla come che el sarìa parchè se teme da far bruta figura: i xe boni a dirte che te si un boaro!

Tanto xe che parfin desso i putei ło parla sempre manco e me sa che fra un fià el diałeto ndarà a sparire.


A ogni modo, za da ste parti se vede che se parla difarente per question de pochi chiłometri, par dire: a Padova se dise “gheto”, a Treviso se dise “ghatu” e a Mestre “ti gà”.
E sarìa ła stessa paroła (in italiano sarebbe “hai?”, ma se in veneziano può valere anche come affermazione enfatica).
Ma za nea stessa provinsia gavemo che el diałeto de Vigonsa no l’è queo de Agna!
Dovì savere (i venessiani dirìa “saver”) che ghe xe anca dee espression che nel diałeto del paese vissin no ghe zè.


L’è sempre sta un problema: che se un veneto ghe dise a un bergamasco de ndarghe tore un sculiero o de ndare inte ea caneva a tore el sałame de mas-cio o nel broło par tore i sucoi (Nota 1), queo no gavaria miga capìo, ma gnanca noantri col so parlare (i termini in italiano sarebbero “cucchiaio”, “cantina”, “maiale”, “l’orto dietro casa” e “zucchine”)!
Dirìa che l’italian ghe voe, se voemo se capissa qualcossa de quel che se disemo in tei blog.


Desso, te pò mainarte cossa che sucedarìa se quatro omeni - uno de Padova, un furlan, un sardegnoło e un bergamasco – se mete a parlar co ła so łengua nativa…no i se capirìa miga.
Dito ciò, va anca ben che l’Academia de ła Crusca diga ła sua su ste robe, basta che no salta fora qualcuno a dirme che se dise “sindaca” o “soldata”: che l’italian gha łe so regoe e che łe sta ben cussì (o “cussita” se te si da Treviso).
Ti cossa disito?






Nota 1: mi sa tanto che il dialetto veneto è l’unico ad avere quattro coniugazioni, essendo “tore” l’infinito di “prendere”. Tra l’altro a quel che mi risulta questo è anche l’unico verbo esistente in -ore in dialetto veneto.

queste immagini non intendono violare alcun copyright, ciò!

mercoledì 30 gennaio 2019

Piante, radiazioni e articoli


Chiacchierando fra colleghi pochi giorni fa è saltato fuori un argomento che pensavo fosse ormai morto e sepolto: quello delle piante che assorbono l’inquinamento e in particolare le pericolosissime e mortifere onde elettromagnetiche. Di qualunque cosa si tratti, beninteso.

Il boom di colleghi e colleghe che mettevano le loro piantine grasse vicino agli schermi mi pareva appartenere ormai al passato (in effetti non ne vedo più così tante) e non mi aspettavo una ripresa dell’argomento.
Argomento che – per quel che mi riguarda – non vale più del discorso sui cerchi nel grano. Ecco, l’ho detto.
Ma ecco che fioccano le obiezioni del tipo: “Ma non potrebbe essere vero? E se fosse vero e non mettessi la piantina vicino al piccì potrei ammalarmi” oppure “E’ stato dimostrato che perfino i cellulari fanno male” per finire con una salomonica sentenza del tipo “Non lo so ma non si sa mai”.
Ora, a parte che se ti hanno assunto per fare il programmatore una certa capacità di ragionamento dovresti averla, visto che i test per la misura del Q.I. li hai fatti; ma non ti passa neanche per la mente che se il fatto è reale – se cioè certe piante hanno questo potere – da qualche parte qualcuno ne ha trovato le prove?
Secondo: se il cellulare fa male allora usalo di meno, non passare ore al giorno a spulciare fra la spazzatura dei social come fai!
Terzo: se non sai ma non si sa mai, allora vedi se qualcuno ti può dare una risposta sensata, no?

Allora ho fatto una piccola ricerca.
Ho iniziato cercando con chiave “piante che assorbono radiazioni”, trovando 69.600 risultati, non proprio tantissimi. Limitandomi alle prime due pagine (che mica mi vado a guardare tutti i sessantanovemila risultati), ho trovato in massima parte siti contenenti nel loro nome le parole “green”, “casa” e simili; un articolo di un giornale a diffusione nazionale nella rubrica “Tuttogreen” e roba del genere.
Nessun articolo che mostri qualcosa di diverso da opinioni personali o dicerie non provate.
Allora ho usato come chiave “rivista + "Nature" + piante + radiazioni”, essendo “Nature” una pubblicazione autorevole: qui trovo un riferimento che pare essere promettente, ma…
…ma una volta visualizzato lo scritto trovo che viene citata la rivista ma non il riferimento all’articolo, che manca proprio!
Riprovo con “rivista + "Le Scienze" + piante + assorbono + radiazioni”, magari essendo la rivista scritta in italiano trovo qualcosa, ma non trovo nulla a parte la dichiarazione – peraltro ovvia – che le piante assorbono determinate lunghezze d’onda e ne riflettono altre per cui ci appaiono verdi (che è poi il motivo per cui vediamo i colori delle cose).
Tanto per cominciare, spulciando in giro, viene menzionato un non meglio definito “’Istituto di Geobiologia di Chardonne” sono andato a vedere che roba è. Trovo 162 risultati. Praticamente niente. Ad ogni modo sembrerebbe trovarsi in Svizzera e i siti che la menzionano lo fanno senza riferimenti bibliografici o rimandi ad articoli pubblicati su riviste affidabili. Sorvolo sul loro contenuto. Il fantomatico istituto pare non avere nemmeno un sito, roba che neanche l’idraulico sottocasa ormai…
Tuttavia si trovano in giro affermazioni secondo le quali una piantina di Cereus Peruvianus avrebbe il potere di assorbire le onde elettromagnetiche del video, affermazioni secondo cui tutto ciò che vive emette vibrazioni (misurate in angstrom) citando ricerche su riviste (Nature) e studi da parte di non meglio definite università.
Non solo, ma si leggono affermazioni secondo cui un uomo emette radiazioni a 6500 angstrom, mentre il valore ottimale in una stanza dovrebbe essere sugli 8000...  
Qualcuno mi sa dire che accidenti significa?
il Cereus Peruvianus


Allora:
- qual è l’articolo su “Nature”?
- quali sono queste varie università? E quali studi hanno fatto? Quali sono i riferimenti?
- che cosa significa che tutto ciò che è vivo emette vibrazioni (scusate, ma proprio non ci arrivo…)?
- 6500 angstrom è radiazione rossa, molto rossa, in pratica il colore delle nebulose a emissione , che hanno il picco a 6563 angstrom, tipico dell’idrogeno ionizzato (in pratica che ha avuto il suo elettrone strappato dall’orbitale a causa dell’energia in gioco). Che c’azzecca?
E…ehm…per ionizzare un atomo d’idrogeno ci vuole un bel po’ di energia, che il corpo umano non ha: per quanto possiamo dire affettuosamente a qualcuno “sei la mia stellina” possiamo stare certi che non si tratta di una stellina in grado di fare certe cose.
- con 3000 angstrom siamo nel regno della radiazione ultravioletta, mentre con gli 8000 siamo in pieno infrarosso vicino, solo che…un corpo umano a circa 37 gradi di temperatura ha il picco di emissione a oltre 12000 angstrom, non a 6500.
E non si tratta di vibrazioni, a meno che la frequenza della radiazione non venga considerata tale (naturalmente, se questo fosse il caso, sarebbe corretta l’affermazione che “tutto ciò che vive emette vibrazioni”: si tratterebbe nient’altro che del colore degli oggetti!).
Direi che non ci siamo proprio.

Vabbè, limitiamoci a una considerazione più terra terra, che è poi anche quella dell’articolo citato.
Le radiazioni - che vanno dai raggi X, all’ultravioletto, alla luce visibile, all’infrarosso, al calore, alle onde radio – si propagano in linea retta alla velocità della luce e in natura esiste un solo modo per deviarle: la gravità.
Ora, una massa come quella del Sole – che, vi ricordo, non è per nulla una stella piccola e ha una massa tutt’altro che trascurabile – riesce a deviare i raggi che arrivano dalle stelle (esperimento fatto durante l’eclissi solare del 29 maggio 1919) di circa 1,75 secondi d’arco. Pochissimo, trattandosi grosso modo – e giusto per fissare le idee – di circa 1/1028 del diametro della Luna come vista da Terra. E ricordo che la nostra stella ha una massa che è circa 332.946 volte quella del nostro pianeta!

Non solo è giusto, ma è giustissimo, al punto che per deviare un qualunque tipo di radiazione proveniente da uno schermo – e tra l’altro nessuno ha mai specificato quali sarebbero le radiazioni pericolose – rendendolo di fatto inutile, servirebbe nientepopodimeno che…un bel buco nero!
ecco cosa servirebbe!


Solo in questo caso le radiazioni verrebbero assorbite e ad ogni modo non esiste un buco nero selettivo nei confronti di ciò che fagocita.
Per quel che posso dire al momento, l’uso di un buco nero per evitare gli effetti nocivi delle radiazioni del pc è altamente sconsigliato.
E l’uso delle piante a questo scopo è inutile, per cui se le volete vicino al vostro pc conviene farlo per godere della loro presenza e rilassarsi.
Però, se uno davvero vuole usare le piante per deviare le radiazioni – quindi anche la luce visibile – provenienti dal pc, dovrà procurarsi una piantina grassa che misura un tot di miliardi di chilometri in altezza, ma anche qui il risultato non è garantito.
Lascio a qualche volonteroso il calcolo delle dimensioni che dovrebbe avere il nostro cactus.
E forse è meglio ricordare che, come disse il compianto Carl Sagan: 
Extraordinary claims require extraordinary evidence

Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie

giovedì 24 gennaio 2019

Un cinquantennale e un batterista dimenticato


Rimanendo in ambito puramente musicale, il 2019 rappresenta il cinquantennale di un bel po’ di eventi che hanno fatto la storia della musica recente (recente? davverodavvero?). Infatti, del 1969 possiamo ricordare:

- il festival di Woodstock (questo per i troppo giovani o per gli smemorati);
- la pubblicazione del primo album dei King Crimson, da molti preso come punto di riferimento del rock progressive (qui sono abbastanza d’accordo e ad ogni modo sono nel mucchio di coloro che hanno ascoltato il vinile fino a consumarne i solchi, fatta eccezione per “Moonchild”, di cui ascoltavo i primi tre minuti per poi passare al brano successivo);
- i Led Zeppelin pubblicavano il loro secondo scoppiettante album, quello con “Moby Dick” e “Whole lotta love”, in attesa di sfornare il mitico quarto album (quello con “Stairway to heaven” e “When the levee breaks” tanto per capirci. Lo so, tutti lo ricordano per “Rock and roll” e “Black dog”, ma a me “Levee” piace un casino);
- i Pink Floyd sfornavano il caotico “Ummagumma”, i cui motivi del successo sono per me incomprensibili (non si può dire che si tratti propriamente di una gemma: a parte il disco dal vivo praticamente rifatto in studio, di tutto il resto salvo solo la prima e la terza parte di “The narrow way”, unico brano che assomiglia a qualcosa che abbia relazione con la musica; la schifosissima “Grantchester meadows” dura sette minuti, di cui ben tre minuti e rotti sotto forma di registrazioni di grilli e uccellini; il resto dell’album…non è musica);
- I Beatles pubblicavano “Yellow submarine” (vabbè, capita anche questo);
- e - ultimo ma non meno importante – nell’edizione dello Zecchino d’oro venivano presentate canzoni passate alla storia e che si canticchiano tuttora: “Cin Ciun E”, “Tippy il coniglietto hippy”, “Volevo un gatto nero”.
Con menzione d’onore per lo Zecchino d’oro (che i Beatles neanche se lo sognavano di fare una cosa del genere).    
Ad ogni modo questo era per inquadrare il periodo e il fermento musicale di quei tempi (ho tralasciato un sacco di uscite discografiche di quell’anno, ma non si può mica scrivere tutto); in particolare, però, volevo ricordare il cinquantennale del primo album dei Genesis!
Proprio loro: quelli di “Supper’s ready”, quelli di “The carpet crawlers”, di “Turn in on again” e perfino di quella ruffianissima canzone dal titolo “Invisible touch”, passando per la melensa e appiccicosa “Follow you, follow me”.
E sono già passati cinquant’anni!


Quel primo album (da ora in poi abbreviato in “FGTR”) è lontanissimo dalle sonorità e dalla complessità delle canzoni degli album successivi: in effetti risente della corrente musicale prevalente al tempo (Beatles, in primis e pure i Bee Gees, secondo alcuni) e di ingenuità ad ogni modo perdonabili, se teniamo conto che i pulzelli erano si e no diciottenni.
Tuttavia, l’embrione di quel che diventeranno c’è e si sente: nella voce di Peter Gabriel, nelle tastiere di Tony Banks, nella chitarra di Antony Phillips le potenzialità e la ricerca di suoni nuovi si avvertono, come si nota pure una tendenza all’arricchimento delle composizioni – peraltro brevi, con un solo brano che sfora i quattro minuti – con inserti strumentali, in particolare nei link fra un brano e l’altro.
Secondo alcuni in FGTR l’orchestra – imposta dalla casa discografica – rovina un lavoro altrimenti discreto, ma su questo sono d’accordo solo in parte: alcuni brani come “In the wilderness”, “Window”, “In limbo” a mio parere ne sono usciti arricchiti. In altri, in effetti, il brano ci avrebbe guadagnato a non avere il sottofondo d’archi, come per esempio in “Am I very wrong?” o “In hiding”.  Dobbiamo però ricordare che il mellotron aveva da pochissimo fatto la sua apparizione e costava un capitale: gli archi dovevano giocoforza essere suonati…con gli archi. Appunto.
Come noto, FGTR vendette grosso modo 600 copie o poco più (in ogni caso più di tutte le mie pubblicazioni messe insieme, eh), cosa vissuta dai Genesis come poco meno che catastrofica e che diede loro l’impulso a produrre musica secondo le loro vere inclinazioni.   
FGTR presenta diverse imperfezioni – prima fra tutti la produzione e la registrazione – e non si può dire che nei vari brani spicchi una sezione ritmica degna di questo nome, visto che solo in tre o quattro canzoni ci si accorge dell’esistenza di John Silver alla batteria; rimane a mio parere un buon prodotto per l’epoca, in particolare se si tiene conto dell’inesperienza e dell’età dei musicisti.
Tirate le somme, FGTR è un disco che si ascolta ancora volentieri.
I Genesis si sarebbero rifatti l’anno successivo con un album completamente diverso e che – per quel che mi riguarda – è uno dei migliori della loro discografia: “Trespass”.


Nel loro lavoro seguente i Genesis cambieranno formazione: esce John Silver ed entra John Mayhew, batterista di professione, che darà una base ritmica ben più consistente alle composizioni.
Mayhew, dal carattere schivo e modesto, è uno dei musicisti più bistrattati nella storia del rock, a mio parere ingiustamente: i brani che troviamo in “Trespass” sono in effetti difficili sotto l’aspetto ritmico, molto articolati e con cambi di tempo continui, e Mayhew riuscì a trovare un buon drumming per ognuno, alternando le rullate ai giochini con piatti e charleston, sapendo quando pestare forte sulle pelli o quando andare con delicati colpi di triangolo o campanelli.
Aveva un suo stile e una personalità definite, e se non fosse stato sostituito da un certo Phil Collins – mostro sacro del batterismo mondiale – e avesse avuto la possibilità di fare qualche altro album coi Genesis credo che un suo spazio nella storia del rock se lo sarebbe ritagliato, e meritatamente.
Del resto, nemmeno Collins, al momento di suonare dal vivo i brani tratti da “Trespass” riuscì a trovare un drumming diverso. Vale a dire che li suonò proprio come il suo predecessore.
Direi che questo significa che di meglio sarebbe stato difficile fare.   
Nella sua autobiografia – la fin troppo autoindulgente “Non sono ancora morto” - Collins non ha belle parole nei confronti di Mayhew, anzi pare perfino denigrarlo, in quelle due-righe-due dove ne parla.
In seguito, molti anni più tardi, la sua opera sarà riconosciuta e apprezzata dai fans dei Genesis e John Mayhew avrà il giusto riconoscimento e la giusta soddisfazione, sia pure tardivi.
A volte la Storia fa ammenda delle sue ingiustizie…anche se non molto spesso.
   

   Mayhew ai tempi in cui suonava con i Genesis



   


mercoledì 2 gennaio 2019

"Il primo uomo" e "Diario di un'apprendista astronauta"


Quest’anno, a luglio, ricorrerà il cinquantesimo anniversario del primo sbarco sulla Luna.
Ho un ricordo vaghissimo dell’evento, ma confermo che qualcosa alla tv l’ho visto: immagini sbiadite e sgranate – complice la memoria di fatti accaduti quand’ero piccolo – e che non hanno suscitato in me l’incredulità che in quei giorni ha accompagnato l’evento.
L’incredulità era roba che apparteneva ai grandi, quelle entità così alte e inconoscibili che al tempo tutto sapevano e tutto sapevano giudicare.
Da bambino qual ero, ho invece preso tutto con la massima naturalezza, archiviando il fatto come qualcosa che faceva parte dell’ordine normale delle cose, senza rendermi conto di che significasse in realtà.
Da quel 1969 e per molti anni a seguire è stato un rincorrersi di immaginazione, speculazioni e voli di fantasia su un futuro che – al tempo – pareva promettere il raggiungimento delle più incredibili mete, già pensando a colonie sulla Luna e su Marte, e con previsioni e sogni di poter raggiungere perfino le stelle.
A questo punto devo usare una parola che non mi piace: “purtroppo”.
Purtroppo, non solo quei sogni si sono ridimensionati, ma penso che ormai siano da considerare defunti a tempo indeterminato. Di che cosa sono morti, quei sogni?
Di morte naturale.
Di restrizioni di bilancio e di incidenti mortali (Challenger e Columbia, per dirne un paio).
Di rogne da risolvere in casa senza scomodare le stelle, se non per l’oroscopo (ma io non ci credo: lo sanno tutti che i nati sotto il segno del Toro non credono all’oroscopo…).
Di miliardi di dollari/euro spesi per un qualcosa di cui non si vede un tornaconto utile e immediato all’umanità (mantra ripetuto fino alla nausea, argomento non del tutto fuori luogo, ma che di suo mi pare mettere fine ogni desiderio di progresso).
In definitiva sarà stato - e lo è stato veramente – un grande passo per l’umanità ma…peccato sia stato l’unico!
Almeno finora.



Sulla base di queste poche considerazioni e ricordi fumosi, propongo un confronto fra l’essere astronauta ora e allora: mi riferisco a due ottimi testi sull’argomento.
Il primo è “The first man” di James Hansen. Si tratta della biografia di Neil Armstrong, il primo uomo, appunto, a mettere piede sul nostro satellite.



Il libro è scritto bene, scorre via che è un piacere e mostra con abbondanza di dettagli non solo la vita di Neil Armstrong, ma il modo di vita e l’addestramento necessari già al tempo per portare a termine un’impresa di tal genere.
Se una pecca ci dev’essere, credo che sia da ricercare nel tono usato, che a volte (volevo dire “spesso”) sconfina in una specie di agiografia dove l’astronauta – e Armstrong in particolare – viene assimilato a un superuomo per certi versi scollegato dalla vita del resto dell’umanità. In questo senso il carattere di Armstrong – a volte difficile da decifrare e sempre rivolto all’essenziale, addirittura laconico sia nel parlare che nel comportamento – aiuta a coltivare questa visione dell’uomo che era.
Per il resto non ho trovato nulla da eccepire: è un libro da leggere, nonostante qualche pagina un po’ tecnica (il che non è però fuori luogo e tutt’altro che di difficile comprensione) e se uno dimentica che si tratta di una biografia si potrebbe considerare come un romanzo di ottima fattura.


A fare da contraltare a questa storia sull’astronautica dei primi tempi troviamo “Diario di un’apprendista astronauta” di Samantha Cristoforetti.




Non spendo parole sul personaggio, visto che si tratta di una persona arcinota ormai a livello mondiale e delle quale – nelle apparizioni pubbliche – ho avuto l’impressione che non si trovasse del tutto a suo agio nello stare sotto i riflettori, ma…se ti tocca, ti tocca!
Anche in questo caso il lettore ha disposizione centinaia di pagine - anche qui ce ne sono alcune un po’ tecniche – che raccontano la vita, l’addestramento, le conoscenze e le competenze che deve possedere un astronauta ai tempi attuali.
Com’è spiegato nella nota iniziale, alcuni aspetti della vita personale sono tralasciati, come è giusto che sia: non si tratta di una biografia – almeno non in senso stretto – ma del cammino che una persona ha fatto per arrivare a coronare il sogno di una vita.
In effetti fin da giovanissima questo era l’obiettivo di Cristoforetti, che si è impegnata al massimo, fino a raggiungerlo. Dimostrazione che con un po’ di fortuna e tanta, tanta passione e impegno è possibile raggiungere obiettivi che potrebbero apparire riservati a pochissimi.
Il che in effetti è vero, ma solo per la natura particolare del lavoro che Samantha ha scelto: le competenze per diventare astronauta sono elevatissime e anche necessarie (checchè ne dicano alcuni); dalla conoscenza di più lingue a quelle in ingegneria, passando per le capacità personali quali l’attitudine al lavoro di gruppo, alla gestione dello stress, tanto per dirne alcune.
Quel che colpisce, a volte, è la quantità di cose che possono andare male facendo il mestiere dell’astronauta, tant’è che buona parte dell’addestramento ha per oggetto i comportamenti da seguire se qualcosa va storto e i modi per farvi fronte (non escluso corso di sopravvivenza all’aperto, della durata di alcuni giorni).
Se qualcuno pensa che della gente viene sparata a 400 km da Terra per restarci a far niente durante i mesi di missione, beh…che cambi idea: leggendo il libro ci si rende conto che in realtà gli esperimenti che si svolgono nello spazio sono tutt’altro che banali e possono avere un impatto importante per il nostro futuro.
Anche qui, come per “Il primo uomo” non intendo dare anticipazioni e svelare dettagli: avendoli letti entrambi posso dire che li raccomando caldamente quali che siano le inclinazioni del lettore.
In entrambi i casi la lezione che viene trasmessa è trasparente e chiarissima: è possibile raggiungere i propri obiettivi e i propri sogni, anche i più difficili, se non ci si lascia andare di fronte alle difficoltà e allo scoramento, senza mollare.


Dicevo prima di confronto fra l’essere astronauta nei due libri: c’è qualche differenza?
Qualcosa sì, essenzialmente nell’evoluzione e nell’aumento della complessità nelle tecniche, nell’addestramento, nelle prestazioni e nelle competenze che il mestiere di astronauta richiede.
Ma non solo questo: nel 1969 con Apollo 11 eravamo nella fase pionieristica del volo spaziale e per certi versi anche gli astronauti stessi vivevano il periodo come novità assoluta, alla ricerca del modo per mandare qualcuno nello spazio facendolo ritornare vivo e intero vista come unica priorità dal punto di vista pratico.




Non che oggi quest’aspetto sia trascurato, ma quel che è cambiato è l’approccio in un’ottica proiettata al futuro, al non vederlo più come un attività da pioniere, ma come un mestiere; al non rappresentare più il mezzo per portare avanti una lotta politica o venire considerato simbolo di supremazia, ma come cooperazione fra stati e fra nazioni che in precedenza potevano considerarsi perfino nemiche; non come pura impresa ingegneristica ma come pianificazione di attività e sperimentazioni in vista di benefici che – sebbene avanti nel tempo – arriveranno anche per merito di quello che si sta facendo a bordo della ISS.




In questo senso la differenza fra i due testi è stridente, come lo è l’atmosfera di sottofondo dei racconti - come dicevo prima – quasi agiografica nel primo posto a confronto col tono a volte dimesso del secondo.
Non si tratta di un difetto: si tratta della naturale evoluzione nell’astronautica cui abbiamo assistito nei decenni e che ha decretato infine la riuscita del progetto di cooperazione fra Europa, Stati Uniti e Russia (la Cina, invece, se ne sta andando più o meno per conto suo).
Nota di merito per “Diario di un’apprendista astronauta” è che l’intero ricavato delle vendite andrà in beneficenza.

  


venerdì 14 dicembre 2018

Recensione doppia: Naila nella quarta dimensione


Spesso e volentieri è utile - a volte indispensabile – incasellare al posto giusto le cose; definirle in modo possibilmente chiaro, giusto per capire di che cosa si sta parlando e per essere certi di parlare la stessa lingua. Quindi se parlo di ‘automobile’ è chiaro che intendo un certo tipo di veicolo (quattro ruote, da due a sette posti a sedere, un volante, eccetera), mentre se parlo di triciclo intendo qualcos’altro (un posto a sedere, tre ruote, nessun motore, eccetera); così come quando si parla di cani si capisce al volo la differenza fra un bassotto e un sanbernardo.
Cose utili e indispensabili per capirsi e per evitare ambiguità.
Allo stesso modo anche per quel che riguarda i generi letterari: i termini sono fatti per capire che tipo di testo ci apprestiamo a leggere, visto che se parlo di letteratura mainstream intendo qualcosa di diverso dalla letteratura di genere; all’interno della letteratura di genere capisco la differenza fra horror, spionaggio e letteratura fantastica.
All’interno della letteratura fantastica capisco la differenza fra fantasy e fantascienza.
O no?
Il dubbio è comprensibile, visto che proprio fra fantasy e fantascienza a volte il confine può essere elastico, viste le contaminazioni fra un sottogenere e l’altro operate da qualche autore.
Nella recensione a “La lunga Terra” ho spiegato i motivi per cui secondo me quel romanzo – spacciato per fantascienza – si pone invece come un fantasy con contaminazioni tecnologiche e di come anche un autore di fama mondiale come Terry Brooks abbia usato questa formula (peraltro legittima) per sviluppare le sue storie.
Ora, la differenza fra i due casi che ho proposto dovrebbe essere chiara: ci sta che un fantasy contenga elementi tecnologici, oltre al solito armamentario di magie, elfi e compagnia bella, visto che non esiste alcun motivo per cui in un mondo dominato dalla magia non ci possa essere anche un po’ di tecnologia; non ci sta che si spacci per fantascienza un romanzo in cui le cose accadono senza un perché, solo perché è così e basta e se non ti va è così lo stesso.
Non è necessario che tutto sia spiegato per filo e per segno con teorie astruse o pagine e pagine di informazioni: è sufficiente che si capisca che una spiegazione c’è e si trova in un contesto di scienza e/o tecnica che però bene o male è inquadrabile nel mondo fisico e non in quello magico.

La magia è tutt’altra cosa, non richiede spiegazioni. Esiste e questo è quanto, e non ha collegamenti con la tecnologia.
Infatti, non ho bisogno di sapere come funziona la bacchetta magica di Harry Potter, perché in quel mondo esiste la magia e questo è tutto ciò che serve sapere.
Non è necessaria alcuna spiegazione, tant’è che i libri del maghetto non appartengono al filone detto ‘fantascienza’. A buon diritto, direi.
Però devi dirmelo.

Tutta questa tiritera serviva come preambolo per i due esempi che seguono:
- primo libro: terzo di una trilogia recente e famosa, in cui la trama è molto complicata e si sviluppa in un arco di tempo lunghissimo. Ne succedono di tutti i colori e a volte le situazioni sembrano un po’ tirate per i capelli, ma comunque sono plausibili e il romanzo non perde mai – in nessuna circostanza - la sua ferrea coerenza.
I progressi tecnologici descritti hanno dell’incredibile (solo perché non trovo un termine migliore) e le estrapolazioni sono tali da poter dire che l’autore ha osato l’inosabile.
Non scherzo: gli sviluppi delle situazioni sono semplicemente geniali.
Il punto fondamentale è che in ogni situazione, anche la più astrusa, si intende sempre che il risultato viene raggiunto non in virtù di non si sa bene cosa, ma di tecnologia e scienza, sia pure spinte all’estremo.
Tanto per dire: anche se non viene spiegato il funzionamento del motore a curvatura, basta sapere che non si tratta di qualcosa che trascende l’umana comprensione, ma è il risultato – appunto – di scienza e tecnica applicate fino ai loro limiti; lo stesso vale per il teletrasporto di Star Trek, dove questo sottinteso non viene mai a mancare; come in un romanzo ci sta bene un mostro che so essere il prodotto di manipolazioni genetiche, e via dicendo.




Cioè non viene mai perso di vista quello che è l’ingrediente principale del romanzo fantascientifico, oltre all’eccezionale dinamismo delle situazioni e un’applicazione dello ‘show don’t tell’ fatto con maestria, cioè solo dove serve davvero; nemmeno gli spiegoni sono fuori luogo e la prosa è al tempo stesso poetica e scorrevole. Alla fine, ogni fatto trova la sua spiegazione e ogni personaggio – nonostante il finale possa far pensare a ulteriori sviluppi – trova il compimento del suo destino. Il quadro finale è delineato e non è come se fosse un puzzle al quale manca qualche pezzo.
Questo primo esempio rappresenta seicento pagine di goduria galattica.

- secondo libro: ambientato in un pianeta che non si sa dov’è (ma se ne potrebbe anche fare a meno),  con umani che provengono da non si sa dove (proprio volendo se ne potrebbe anche fare a meno); un mondo desertico dove non si capisce che cosa produca un’atmosfera respirabile (almeno in ‘Dune’ un po’ di verde c’era), dove le macchine sono creature viventi e si riproducono tramite uova dalle quali escono esserini meccanici (ma va?); un mondo dove un morbo trasforma la carne in metallo (nessuna spiegazione davvero degna di questo nome, nemmeno riconducibile a qualche microrganismo o a qualche OGM di incerta natura); dove è possibile ‘parlare’ col metallo e dove è assodato che in tutto il pianeta c’è un solo comandante femmina (come si faccia a saperlo rimane un mistero, a meno che non esita un database dei comandanti delle navi a ruote costantemente aggiornato, il che non è).
Dove il pianeta ha un nome e nessuno si chiede per quale motivo si chiami proprio così. Chissà dove sono gli altri 8 (se la Terra si chiamasse ‘Terra5’ non ce ne chiederemmo il motivo? Beh, io sì.).
Dove si avverano profezie e nonostante qualcuno cerchi di impedire che si avverino (e se questo non è fantasy…).
Tutto sommato una certa coerenza interna il romanzo ce l’ha e questo non si discute; l’ambientazione è abbastanza interessante e le situazioni nel contesto sono un po’ plausibili, sebbene non proprio ben amalgamate fra loro.
Tutto in regola, se non fosse per un trascurabilissimo dettaglio: aver fatto passare per fantascienza un romanzo che per quel che mi riguarda è un puro fantasy. Se poi a qualcuno piace pensare a un incrocio fra generi, rispondo che va bene, purché non si trasformi in un calderone né carne né pesce!    




Perché – porcaccia la miseriaccia – spiegatemi perché - ma non è indispensabile entrare in dettaglio eh, basterebbe un riassunto di quattro righe, magari anche una frase del tipo, che so: “…abbiamo ereditato i risultati delle antichissime scienze e dell’ineffabile sapere tecnico dei QWERTYUIOP e ora siamo ridotti a questo punto…” – devo prendere per buone cose come queste:
- come fanno le macchine a essere più o meno senzienti in un mondo che si presenta come tipicamente steampunk (le navi vanno a vapore). È tutto meccanico, accidentaccio!  Meccanico! È chiaro il concetto? Meccanicoooo!
- come da uova con guscio non in metallo possano uscire macchine fatte e finite. Che c’è, la Fatina Buona dell’Assemblaggio che provvede? 
- come fanno a crescere le minimacchinine (che fanno, la muta o si sostituiscono da sole i pezzi con altri più grandi?)
- su quali assunti si basa la capacità (pare sia l’uso di una droga, ma anche no, in realtà non è proprio che venga detto, ma anche chi non l’assume può percepire le emozioni delle macchine) di parlare col metallo
- dimmi almeno da dove si ricava veramente il nutrimento per la popolazione, visto che c’è solo sabbia. Se non vuoi dirmelo fammelo almeno capire (lascia perdere le megattere della sabbia: anche quelle dovrebbero mangiare qualcosa, no? E parecchio, anche. L’ecosistema non sta in piedi)
- tutto il resto (in primis come fa il metallo, di suo, a comunicare)


Insomma, per come la vedo io si tratta di un vero e proprio fantasy, venduto come fantascienza. E io l’ho acquistato come romanzo di fantascienza. Cercavo fantascienza, volevo fantascienza. E mi avevano detto che era fantascienza.
Se voglio un fantasy compro un libro fantasy, non c’è problema, ma mi devi dire che lo è, per lo stesso motivo per cui se vengo al tuo negozio per comprare un’automobile, tu poi non mi devi consegnare un triciclo (o viceversa) con la scusa che ‘sempre di mezzo di trasporto si tratta’, mi spiego?


Inutile precisare che il primo romanzo (“Nella quarta dimensione” di Liu Cixin) lo considero un vero capolavoro della fantascienza contemporanea, il secondo (“Naila di mondo9” di Dario Tonani) un fantasy che con mirabile operazione di marketing è stato spacciato per altro.
A dispetto dei toni entusiastici con cui se ne parla in giro per la Rete, non posso dire che mi abbia entusiasmato, tutt’altro: spesso l’ho trovato molto lento nella narrazione, con descrizioni poco utili e a tratti anche logorroiche e senza vere spiegazioni o risposte...ma sempre mantenendo l’impronta fantasy. Nonostante sia considerato un buon romanzo (e lo è, se uno l’accetta come fantasy) non nascondo la mia delusione.
E ‘Dune’ è tutt’altra cosa.
Soprattutto in ‘Dune’ non c’è una protagonista in perfetto stile Mary Sue. E Paul Atreides non è un Gary Stu, poco ma sicuro.
Naila (secondo Wikipedia il nome è di origine araba e significa più o meno “Colui/colei che ottiene ciò che desidera”) è una perfetta Mary Sue , e lo è in maniera così sfacciata e spudorata che non ho provato alcun genere di coinvolgimento nella sua storia (ma nemmeno per quella dei personaggi di contorno, a dire il vero). (Nota 1)
Tra l’altro, la scelta di dare ai personaggi nomi arabeggianti mi pare un omaggio a dir poco eccessivo nei confronti di Frank Herbert e della sua maggiore creazione letteraria.


Ad ogni modo, potrebbe essere che l’errore stia nel fatto che il libro viene dato come leggibile di per sé, anche senza conoscere gli altri romanzi della saga: magari in quelli precedenti i molti punti oscuri vengono chiariti. Ma in questo caso non vedo motivo per fare una simile affermazione.
Magari se ci fanno il film me lo vado a vedere (con probabilità del 50%, che si legge ‘casuale’): penso che visivamente potrebbe rendere molto bene.
Questo, tuttavia, nulla toglie e nulla aggiunge alla mia opinione.  (Nota 2)




Nota 1: Naila è una grandissima nyokka con un lato B talmente perfetto da mettere soggezione anche a uno stuolo di pornodivi, giovane e arrapata al punto giusto, saggia da far concorrenza a una congregazione di filosofi, fortunata oltre misura (anche se a dire il vero la fortuna ci vuole, se si deve arrivare alla fine della storia), con un difficile passato da trovatella, amata e rispettata (tranne che dall’acerrimo nemico) e soprattutto destinata a cavalcare la Grande Onda; cosa che le riesce e quindi, poi, tutti sono con lei senza se e senza ma. Perché grazie a lei la profezia si è avverata. Inoltre, si rimarca più volte il fatto che è l’unica donna del pianeta a comandare una nave (peraltro la nave è in calore, ma ‘sta cosa rinuncio a capirla).



Nota 2: non escludo che l’eventuale trasposizione cinematografica possa piacermi un sacco (sotto l’aspetto visivo)…ma non è il romanzo! Allo stesso modo, quando ho recensito “Hunger games” l’ho fatto con riferimento al film, non al romanzo, che non ho letto e sul quale non mi posso pronunciare.