Informativa sulla privacy e contatti

Questo sito utilizza i cookie per migliorare i servizi e l'esperienza dei lettori, secondo la normativa europea sulla privacy.
Se decidi di continuare la navigazione, consideriamo che accetti il loro uso.
Ulteriori dettagli sono reperibili alla pagina "Presentazione e avvisi".


Per eventuali contatti potete fare riferimento all'indirizzo email presente nella pagina "Presentazioni e avvisi"




giovedì 8 novembre 2018

Ma come sarà fatto il Signor Qfwfq?


Un po’ di tempo fa ho pubblicato quattro articoli sul problema del linguaggio nella fantascienza: quella serie di scritti non voleva essere né esaustivo né aver la pretesa di sapere come comunicano gli omini verdi, i rettiliani o i grigi (o quel che sono). Quell’esercizio è stato utile, in realtà, per rendersi conto che uno scrittore - con poche eccezioni – è costretto a ricorrere ad alcuni espedienti per poter portare avanti un romanzo in cui umani e non umani devono trovare un terreno comune su cui comunicare. Questa volta il divertimento sta nel prendere in considerazione l’aspetto che potrebbe avere un alieno.
Attenzione: se uno fa qualche ricerca in Rete di materiale ne trova, ma alcuni titoli sono la pedissequa copia di altri e in molti ci si affida più alla fantasia che a un qualche ragionamento (più o meno) valido…sperando che i ragionamenti che sto facendo appartengano alla categoria di quelli validi.
Anche in questo caso si tratta di un esercizio che va preso - vorrei dire ‘naturalmente!  - alla lontana e non solo perché non abbiamo in realtà prove, ma soprattutto perché qualsiasi volo di fantasia si rivelerebbe probabilmente sbagliato…una volta che davvero scoprissimo davvero forme di vita aliene.



Lasciando perdere forme di vita incorporee o sotto forma di campi magnetici o buchi neri (eh già…Gregory Benford, nel suo “Il divoratore di mondi”, tra l’altro un buon romanzo, ha immaginato anche questo); trascurando i Kloro immaginati da Isaac Asimov (ovviamente con una chimica basata sul cloro); mettendo da parte organismi basati sul silicio (e qualcuno ha detto che andando al gabinetto produrrebbero qualcosa di simile a mattoncini o pietruzze!); mettendo da parte insomma le forme di vita immaginate nei modi più improbabili, mi baserei invece sull’evidenza che i radiotelescopi, fin dall’inizio della loro attività, hanno trovato nello spazio interstellare quasi tutte molecole che fanno parte di quella che viene chiamata “chimica del carbonio”.
Ne sono state identificate oltre duecento e, di queste, 140 circa contengono carbonio, in particolare nelle molecole più “lunghe”.
Diciamo che mi pare più probabile un organismo che in linea di principio funzioni come gli organismi terrestri, piuttosto che qualcosa d’altro (ma potrei venire smentito in qualunque momento).
Forse nulla vieta che un organismo al posto del sangue abbia un po’ di CH3CH2OH (alcol etilico) o i cui muscoli contengano anche una certa dose di C60 (buckminsterfullerene) e magari NH3 (ammoniaca), non si mai, ma aspetto conferma… 

In mancanza di altri metri di paragone siamo costretti – se vogliamo rimanere il più possibile con i piedi per terra – ad assumere che le tappe che hanno portato dalla materia inerte alle creature che oggi popolano il pianeta siano grosso modo tipiche e generalizzando:
- abbiamo avuto un periodo molto lungo in cui la vita esisteva sotto forma di organismi unicellulari
- prima senza nucleo e poi col nucleo
- poi la comparsa di organismi composti da più cellule, ognuna con la sua funzione particolare
- il passaggio dalla vita acquatica a quella terrestre
- un aumento delle dimensioni e delle funzioni del cervello che infine ci ha portato al punto in cui siamo
In ogni caso si tratta del superamento di ostacoli formidabili, che forse in altri mondi non sono mai stati risolti.


In estrema sintesi le tempistiche sono state:
- formazione della Terra 4,5 miliardi anni fa (per quel che se ne sa la vita è apparsa molto presto)
- organismi eucarioti 2 miliardi di anni fa (intervallo di circa 2,5 miliardi d’anni per arrivare a cellule con nucleo)
- organismi pluricellulari 600 milioni di anni fa (intervallo di circa 1,4 miliardi d’anni)
- organismi terricoli circa 400 milioni di anni fa (intervallo di circa 200 milioni d’anni)
- antenati umani circa 6 milioni di anni fa (intervallo più lungo, ma con nel mezzo un paio d’estinzioni di massa che hanno dato una micidiale sfoltita a tutte le forme di vita del pianeta seguite da una veloce evoluzione dei mammiferi negli ultimi 65 milioni d’anni) 

Tralasciando i misteri che ancora avvolgono l’origine e le funzioni di un organo incredibile come il cervello (a qualunque organismo appartenga) (Nota 1), rimane il fatto che sono stati necessari miliardi d’anni per arrivare fin qui, a scrivere scemenze su una tastiera e a sparare qualche razzo sulla Luna!
E quindi la prima domanda è: 

Sono davvero necessari miliardi d’anni per arrivare a una civiltà con tecnologia paragonabile almeno alla nostra? 

La risposta più onesta a questo quesito sarebbe un bel “non lo so!”.
Potrebbe essere che l’evoluzione sulla Terra – per motivi che non conosciamo – sia stata particolarmente lenta e che la normalità nel resto dell’universo sia l’evoluzione in un tempo molto minore.
In questo caso, però, è chiaro che dall’origine dell’universo dovrebbero essersi formate un numero enorme di Civiltà In Grado Di Comunicare (per farla breve nel seguito le chiamerò CIGDC) e a maggior ragione dovrebbero essere molto più avanti di noi dal punto di vista tecnologico, oltre che molto numerose e quindi mediamente vicine e più facilmente rilevabili. (Nota 2.)
Nel caso contrario, cioè che sulla Terra - sempre per motivi sconosciuti – sia progredita più velocemente, dovremmo pensare a una notevole rarità di CIGDC. Ma non solo: significherebbe anche che sarebbero enormemente distanti nello spazio e potrebbe non essere lontano dal vero pensare che potremmo essere l’unica CIGDC nella Galassia! 

Quindi mi pare ragionevole pensare che o quel che è accaduto qui sia la regola o che noi siamo progrediti molto in fretta.
In entrambi i casi mi aspetterei che la regola per gli altri pianeti abitati al momento sia l’esistenza di organismi primitivi (passatemi il termine) e tutt’altro che CIGDC, più probabilmente qualcosa di simile alle prime forme di vita sulla Terra, o l’equivalente di piante e animali. Personalmente non credo che esistano molte CIGDC. 

Siamo sicuri che troveremo organismi terricoli? 

Se si tratta di CIGDC penso proprio di sì: per quanto molti autori abbiano immaginato civiltà sottomarine o perfino aeree, si tratta sempre di utilizzare tecniche e conoscenze di chimica, metallurgia, eccetera che di necessità richiedono il loro studio e la loro trasformazione in strumenti fuori da un ambiente acquatico.
In altre parole: se trovassimo forme di vita acquatiche – o anche anfibie – non potrebbero essere CIGDC. Se parliamo di CIGDC parliamo di strumenti come le radio o i telescopi: tutti manufatti che richiedono un’attività di estrazione del materiale, la sua lavorazione, un sacco di conoscenze teoriche applicate alla loro creazione ma, in particolare, della piena padronanza del fuoco e della chimica, possibili in un ambiente non acquatico.



Sei sicuro di non dire fanfaluche? Voglio dire: potrebbe essere che esista una CIGDC che vive nel mare? 

Non possiamo essere sicuri di niente, allo stato attuale delle cose: potrebbe anche essere. Tuttavia, aspetto che qualcuno indichi un modo per estrarre il materiale, lavorarlo e far funzionare qualcosa come una radio – per quanto semplice – o un laser o qualcosa del genere agendo esclusivamente in ambiente marino.
Per carità, la nostra CIGDC potrebbe aver trovato il modo di costruire tute o scafandri tali da consentire la sopravvivenza fuori dall’acqua (tralascio il grave problema della gravità e degli spostamenti sul terreno) e quindi aver costruito uno strumento in grado di far capire che loro ci sono e vogliono comunicare (o anche solo ricevere), ma la vedo dura. 

Bel discorso! Ma chi ti dice che da qualche parte non si siano evolute creature magari con DNA diverso o anche senza DNA, o addirittura organizzati in modo diverso da cellule?  

Nessuno, a dire il vero. Ma se è vero che la potenzialità sono infinite, qualcuno dovrebbe immaginare un organismo funzionante senza DNA (o altro che serva allo scopo, anche se non necessariamente uguale) e che non sia composto da cellule (o altro di paragonabile per poter contenere l’organismo). Che poi la Natura ci sbalordisca spesso e volentieri, d’accordo, ma se qualche biologo che legge queste righe volesse dire la sua sarebbe un bel contributo! 

Ma perché ti sei impuntato sulla comunicazione? Non stiamo parlando dell’aspetto che potrebbero avere? 

Verissimo, ma o così (e quindi abbiamo la possibilità di sapere qual è il loro aspetto anche senza incontrarli di persona…sempre che vogliano dircelo) o ci tocca visitare i pianeti delle altre stelle finché troviamo qualcosa.

Ora, nel secondo caso il problema non si pone perché potremmo trovare di tutto e di più e non necessariamente una CIGDC, che è poi ciò che ci interessa.  Ad ogni modo il discorso di base non cambia di molto e se ti va possiamo andare avanti col nostro ragionamento. 

E va bene, mi hai convinto (non è vero ma te l’ho detto lo stesso per farti contento): che sembianze potrebbero avere questi misteriosi alieni? 

Se non vi dispiace passerei in rassegna punto per punto quel che mi pare importante, almeno in prima battuta, ribadendo che assumo che l’organismo non sia acquatico.


- vista
Sappiamo che non possiamo vedere niente che abbia dimensioni minori della lunghezza d’onda alla quale osserviamo. Per dire: se per vedere usiamo uno strumento - poniamo un radar – che opera alla lunghezza d’onda di un metro, non possiamo vedere niente che abbia dimensioni inferiori. In questo esempio l’onda “scavalcherebbe” l’ostacolo e non avremmo un eco di ritorno che ce ne rivelerebbe l’esistenza.
Ora qualunque sia l’organo della vista, di necessità deve essere in grado di vedere gli oggetti più piccoli possibile: questo per poter permettere la visione e la manipolazione / costruzione di strumenti adatti.
Se parliamo di occhi in qualche modo simili a quelli apparsi sulla Terra sostanzialmente ne abbiamo di due tipi:
a specchio à tipici degli insetti (Nota 3). Possono vedere nell’ultravioletto.
a lente à come i nostri, che sono di fatto inutili nell’infrarosso e nell’ultravioletto.
Molto poi dipenderebbe dal tipo di stella che illumina il pianeta: ci possiamo aspettare che nei pressi di una stella rossiccia l’occhio si adatti a vedere a lunghezze d’onda maggiori – infrarosso compreso - e non considero il caso contrario in quanto le stelle più calde e azzurre – e che in linea di principio favorirebbero lo sviluppo di occhi specializzati per l’ultravioletto – hanno di solito vita un po’ troppo breve. Tra l’altro una forte radiazione ultravioletta non è l’ideale per mantenere intatta una molecola.
A noi va anche bene che il buco nello strato di ozono non pare più troppo preoccupante.
Per avere una visione tale da poter apprezzare la profondità e la distanza penso che dovrebbero essere almeno un paio, magari anche di più. Potrebbe anche bastarne uno, magari con qualche accorgimento – magari tipo ecolocazione – utile a determinare la distanza di ciò che si guarda.
Riguardo le sue dimensioni…non si può dire.
Nel suo “Le guide del tramonto” A.C. Clarke immagina un occhio di dimensioni che si misurano in decine di metri, presente in un museo nel pianeta natale dei Superni (non potendo trasportare l’intero organismo era stato preso solo l’occhio…)(Nota 4)
Qui sulla Terra – per quel che riguarda un occhio fatto più o meno come i nostri - arriviamo ai 25 cm e passa del calamaro gigante, che è una dimensione di tutto rispetto.
Per gli occhi a specchio potremmo pensare a qualcosa come quelli degli insetti.
Di sicuro occorrono delle aperture da cui la luce può entrare (pupille, per esempio); una superficie che raccolga quella luce (la retina nel nostro caso, gli elementi a specchio nel caso degli insetti); un modo per portare l’informazione (per noi il nervo ottico) al luogo in cui dovrà essere elaborata e percepita (il cervello).
Non necessariamente si potrebbe trattare di organi distinti: queste funzioni potrebbero coesistere anche in un unico organo.
Per quel che ci riguarda, l’occhio umano ha una limitatissima capacità di vedere nell’ultravioletto e nell’infrarosso, ma con l’uso di filtri. Ad ogni modo, per vederli a dovere, sarebbe richiesto uno spostamento della retina avanti o indietro per mettere a fuoco l’immagine e quindi in realtà possiamo vedere tutto sfocato, senza tener conto che non possiamo parlare di vero e proprio colore, ma piuttosto di un grigio. 

Ma non potrebbero essere senza occhi? 

Naturalmente, potrebbero; ma ricorda che stiamo discutendo di creature in grado di produrre manufatti adatti a comunicare con noi e le onde radio – tanto per dire - non sono l’ideale per vederci bene. Fino a prova contraria per costruire qualcosa di un certo livello devi vederci proprio bene. Lo strumento migliore inventato finora dall’evoluzione a questo scopo è l’occhio. Se c’è dell’altro dovremmo scoprirlo. 

- olfatto
Non penso sia indispensabile, ma senz’altro utile (e se non per i profumi che sentiamo in cucina, almeno per capire se c’è una fuga di gas, oltre che per il gusto di usare Chanel n.5).

Quale possa essere il ruolo dell’olfatto per una ipotetica CIGDC possiamo solo azzardarlo, ma se l’avessero non necessariamente potrebbero avere qualcosa di simile a un naso.
Magari potrebbero avvertire gli odori su particolari superfici del corpo, senza necessità di avere un organo simile al nostro naso. 

- udito
Per parte mia credo che sia necessario possedere le orecchie o qualcosa di equivalente: sebbene sia possibile ipotizzare forme di comunicazione alternative, la trasmissione del suono rimane il mezzo più veloce ed efficiente, almeno dalle nostre parti.
Ma attenzione: l’efficacia della comunicazione dipende anche dalla densità dell’atmosfera, e se la nostra CIGDC si trovasse su di un pianeta con un’atmosfera più rarefatta della nostra il suono non si propagherebbe in modo del tutto efficiente e dovremmo pensare a qualche mezzo più o meno complementare per lo scambio di informazioni. 

- tatto
In definitiva non esiste organismo qui sulla Terra che non possieda la capacità di capire se sta o no toccando qualcosa e se questo qualcosa può essere o no pericoloso.
Perfino un’ameba capisce se quel che tocca è una preda o no e se le conviene allontanarsi; penso quindi che si tratti di un must per la nostra CIGDC.
Anche qui abbiamo l’imbarazzo della scelta: recettori simili ai nostri, peli, vibrisse…magari non è nemmeno necessario che questi organi siano distribuiti sull’intera superficie corporea, ma penso che questo senso debba essere presente. 

- gusto
A meno che gli alieni non si lecchino a vicenda per riconoscersi o per sapere con cosa hanno a che fare (ma possiamo immaginare anche questo) e che non siano troppo dediti ai piaceri della buona tavola, direi che non si tratta di un senso indispensabile (anche se per me lo è: come potrei stare senza il gusto della birra o di un buon piatto di pasta alla carbonara?). 

- altri sensi
E ce ne potrebbero essere altri, visto che dalle nostre parti Madre Natura ha, per esempio, provvisto i pesci della linea laterale, che è adatta a percepire le vibrazioni e la direzione di provenienza con grande precisione ed è utilissima per la sopravvivenza.
L’elettrolocalizzazione è un altro senso di cui noi siamo sprovvisti: ne sono dotate alcune specie di pesci; fra i mammiferi abbiamo l’echidna, l’ornitorinco e – pare - i delfini.
Probabilmente anche le api.
Sembra pure che esista una specie di elettrocomunicazione usata da alcune specie di pesci per riconoscersi (o almeno riconoscere gli esemplari di sesso opposto, quindi si suppone con funzioni riproduttive).
Un discorso a parte per il senso dell’equilibrio, che noi abbiamo incluso nell’orecchio ma che la CIGDC potrebbe avere in qualche organo a parte.
Abbiamo esempi anche di ecolocazione (pipistrelli e cetacei) sulla quale non mi dilungo. 

Non possiamo quindi escludere che gli appartenenti alla nostra CIGDC vivano in un mondo sensoriale enormemente più ricco e interessante di quello cui siamo abituati, vuoi per i sensi che noi non abbiamo (perlomeno quelli appena considerati), vuoi per la possibilità di percepire colori che noi non possiamo vedere (se per loro è possibile vedere - oltre ai nostri colori – anche l’infrarosso o l’ultravioletto o addirittura le onde radio). 

- arti
Qui non ci piove: che si tratti di arti simili ai nostri o di tentacoli o chissà che altro, qualcosa per maneggiare l’ambiente e per spostarsi lo devono pure avere!
Il mezzo di maggior successo per spostarsi sul terreno rimane la zampa o la gamba (direi che almeno un paio ci vogliono, a meno che non pensiamo a un organismo saltellante su un solo arto); escluderei qualcosa di simile al piede della lumaca o al modo in cui si spostano i lombrichi, non essendo proprio il massimo in fatto di rapidità ed efficienza (ma non si può escludere nemmeno questo).
Quanti siano, come siano fatti…sarà l’evoluzione a determinarlo. 

- ali
…e nulla esclude che siano pure dotati di ali!
Le soluzioni escogitate dall’evoluzione sulla Terra hanno portato in sostanza a tre casi:
- ali sul tipo di quelle degli insetti: organi non derivati da altri, ma formati a questo scopo.
Diciamo che si tratta di ali nel senso vero della parola
- ali membranose tipo quelle dei pipistrelli: in pratica braccia con membrana che le rendono adatte al volo
- ali come quelle degli uccelli: arti modificati che hanno assunto una funzione del tutto diversa 

Sulla Terra tipicamente le ali derivanti da arti modificati sono sempre due, trattandosi dei corrispettivi degli arti superiori; nel caso di animali con ali vere e proprie (in definitiva solo gli insetti) le ali sono sempre quattro.
Accade che un paio abbia cambiato funzione sotto forma di bilancieri o elitre, ma sempre quattro sono.
Quante ali avranno – se le hanno - gli appartenenti alla CIGDC?
Almeno un paio, direi.

Ma non potrebbero averne una sola? 

Per quanto si può dire al momento, no.
Dovremmo pensare a un movimento simile a quello dell’elica di un elicottero, ma faremmo a pugni col problema – almeno qui sulla Terra insormontabile – di un organo con movimento circolare.
Un discorso a parte potrebbe essere fatto per il movimento dei flagelli di alcuni microrganismi, ma si tratta di qualcosa di profondamente diverso ed efficace solo per organismi di quel tipo. 

- le dimensioni
In prima battuta si potrebbe pensare che dipendano dalla gravità del pianeta: si tenderebbe a dire “bassi e tozzi” per un pianeta a gravità alta e viceversa nel caso di gravità bassa ma…penso non sia vero.
La gravità sulla Terra è uguale per tutti, ma infine sono state le necessità e l’evoluzione a plasmare creature alte, basse, più o meno tozze, eccetera.
Non esiste una regola qui sulla Terra, e a maggior ragione penso che non ne esistano altrove, per quel che riguarda questa caratteristica. 

- il colore
Dipende – proprio come qui sulla Terra – da fattori come la quantità e il tipo di radiazione ricevuta dalla stella e da esigenze di sopravvivenza. Per poter azzardare qualcosa sarebbe necessario stabilire che tipo di stella e di pianeta la CIGDC si trova ad abitare.
Senza contare che potrebbero cambiare colore in stile camaleonte o anche comunicare con codici basati sulla variazione di colore in certe parti del corpo (ipotesi presa in considerazione negli articoli relativi al linguaggio). 

- gli organi interni (o anche esterni!)
Per quel che riguarda gli organi interni, credo indispensabili - qualunque sia il modo in cui son fatti – i sistemi circolatorio, nervoso, respiratorio.
Ma anche qui ci possiamo sbizzarrire visto che, prendendo come esempio il solo apparato respiratorio di organismi che conosciamo, possiamo avere:
- organismi senza polmoni (come gli insetti, che respirano attraverso aperture nel corpo)
- organismi con branchie
- organismi con polmoni a libro (che non hanno a che fare con i nostri) che son tipici dei chelicerati
- organismi con polmoni veri e propri (il sottoscritto e anche voi)
- organismi che respirano attraverso l’intera superficie del corpo 

Lo stesso vale per il sistema circolatorio: quello degli insetti è diverso da quello dei pesci, che è diverso da quello dei crostacei, che è diverso dal nostro… 

Direi perciò che – pur considerando imprescindibile la loro esistenza – non possiamo avere idea precisa di come potrebbero apparirci i loro organi, né se la soluzione adottata dall’evoluzione ha portato a qualcosa di molto diverso da quel che conosciamo.
I princìpi di funzionamento dovrebbero però essere gli stessi: fino a prova contraria, le regole di fisica e chimica sono le stesse in ogni luogo dell’universo. Non mi aspetterei, per questo motivo, qualcosa di così diverso da quel che possiamo vedere sulla Terra da non poter essere riconoscibile.



E alla fine di tutta questa noiosa tiritera, a che conclusioni sei giunto? 

Nessuna: non possiamo trarre conclusioni, almeno non nel senso di fare predizioni che abbiano qualche reale probabilità di essere verificate; ma mi sentirei di azzardare che i rappresentanti di una CIGDC dovrebbero avere almeno un paio d’occhi (comunque li si intendano); almeno un paio d’arti per spostarsi e almeno un altro paio per manipolare oggetti; dimensioni adeguate a fare tutto ciò (e per come penso io, più o meno come le nostre).


Prendiamo tutto questo come un leggero esercizio mentale che potrebbe essere utile se dobbiamo scrivere un romanzo popolato da strane creature…(Nota 5) 



Nota 1: e non serve nemmeno un cervello per capire come cavarsela: anche gli organismi unicellulari comprendono dove si trova il pericolo e se ne allontanano o sanno come procurarsi il cibo.
Nota 2: capiamoci, mediamente vicine potrebbe significare che fra loro invece di distare 500 anni luce, ne distano 150. Che è ad ogni modo un bel po’ di strada!
Nota 3: tipici anche di animali estinti come i trilobiti; per altri organismi anche più antichi sappiamo che li avevano anche se non sempre è possibile dire se a specchio o meno. Nei fossili cambriani c’è evidenza di occhi, ma ben poco possiamo dire sulla loro struttura. Per gli organismi precambriani si può dire ancor meno, al momento.
Nota 4: significa “che stanno in alto”, “che stanno al di sopra”. Il termine viene utilizzato – nel romanzo – per indicare dove si trovano nella gerarchia delle civiltà.
Nota 5: in attesa, naturalmente, di poterli vedere di persona.


lunedì 29 ottobre 2018

Einstein e io...e tre scienziate


Se qualcuno mi chiedesse di fare i nomi di tre donne che hanno reso grande la scienza, senza pensarci troppo mi vengono in mente Maria Sklodowska, Henrietta Swan Leavitt e Mileva Maric.
Prima che storciate il naso o che vi chiediate chi erano: la Sklodowska è più nota col nome di Marie Curie, due volte Premio Nobel (fisica e chimica) e scopritrice di due elementi nuovi nella tavola periodica (radio e polonio). Non dico altro, essendo facile trovare informazioni su di lei, vista la sua notorietà.

Henrietta Swan Leavitt, invece, scommetto che non l’avete mai sentita nominare. Astronoma, scoprì la relazione periodo-luminosità di un particolare tipo di stelle (le cefeidi), scoprendo che più lungo era il periodo di variabilità della stella e maggiore era la sua luminosità: una volta determinata la distanza delle più vicine tramite questa relazione divenne possibile determinare la distanza perfino delle galassie in cui queste stelle erano state scoperte.
In definitiva la Swan Leavitt fornì all’astronomia la chiave per comprendere le reali distanze nell’universo e più in generale un’immagine dello stesso inedita e completamente nuova. Venne proposta per Nobel pure lei, ma non lo ricevette mai, essendo morta pochi anni prima: il premio Nobel non può essere attribuito postumo.

Mileva Maric era – secondo me – un’altra donna che avrebbe meritato il Nobel. E penso sia difficile che la conosciate.
Suo malgrado è rimasta negli annali solo per essere stata la prima moglie di Albert Einstein.

La mente brillante, la dedizione allo studio e le sue intuizioni non servirono se non a dare un aiuto determinante al marito nei suoi anni migliori (proprio nel periodo in cui lui pubblicò i suoi contributi più rivoluzionari) e a badare ai figli (una succinta ma importante biografia la potete trovare su Wikipedia).
Avendo letto anche la magnifica biografia su Albert Einstein scritta da Walter Isaacson (un maestro nel suo genere, direi), mi sono fatto un’opinione un po’ meno agiografica e più terra terra di quel fisico che – nonostante tutto – rimane una delle figure più geniali del secolo scorso.
Meno agiografica perché mi sono reso conto che - al di là dei suoi meriti e delle sue intuizioni – Einstein doveva moltissimo a Mileva, frustrata nel suo tentativo di diventare scienziata e tuttavia desiderosa di fornire dei contributi che non le furono mai riconosciuti.

Per quel che risulta, in nessun caso l’aiuto di Mileva fu menzionato – nemmeno nei ringraziamenti in fondo agli articoli che il marito pubblicava – e non pensiate che Albert fosse uno stinco di santo e nemmeno tanto tenero, tanto che, una volta che Mileva ebbe scoperto la sua tresca con la cugina Elsa, le condizioni che le pose per rimanere insieme furono di questo tenore (riportato sia da W. Isaacson che da G. Greison):


Ti assicurerai che:
- i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.
- che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.
- che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.
Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare, ti asterrai:
- dal sederti accanto a me in casa;
- dall’uscire o viaggiare con me.
Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:
- Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.
- Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;
- Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.


E qui Albert non ci fa proprio una bella figura.
Per amore dei figli e forse sperando in una riconciliazione, Mileva accettò queste a dir poco umilianti condizioni. In seguito, ad ogni modo, divorziarono. (Nota 1)
Da allora la vita di Mileva fu sempre segnata da malattie, debiti e la costante necessità di seguire i figli.
A parziale discolpa di Einstein, occorre dire che la supportò economicamente in modo importante, cosa che mi sento di vedere più come una specie di compensazione per l’aiuto ricevuto che come atto di pentimento.





Bene, “Einstein e io” di Gabriella Greison si pone come un’autobiografia romanzata – sulla base delle informazioni disponibili – di Mileva Maric ed è ottimo nel rendere - in modo mai stucchevole – le vicende di questa donna e del suo desiderio di diventare scienziata (una delle pochissime al suo tempo) e che vede questo suo obiettivo allontanarsi sempre più a causa della nascita dei figli, dei preconcetti sulle donne, e infine – e questo rende lo smacco ancor più bruciante – a causa del suo uomo.
La prosa è vivace ma sobria e il testo scorre bene; non saprei dire in che misura certi passaggi siano frutto di invenzione o deduzione, ma la cosa ha scarsa importanza: i punti fondamentali della sua storia, i viaggi e gli spostamenti da una città all’altra, ma in particolare la sua coerenza e la dedizione ad Albert e alla scienza, sono resi incredibilmente bene. Tra l’altro le testimonianze epistolari rimasteci consentono una ricostruzione delle loro vicende abbastanza accurata.
Colpisce il lettore la disillusione della Maric nel momento in cui si rende conto che il suo punto di riferimento – Marie Curie – da lei sempre considerata un modello da imitare – in quanto donna, scienziata e persona fuori dalle mode e dal conformismo – comincia ad adagiarsi nelle frivolezze e nelle mode che lei aveva sempre mostrato di rifiutare.
Questo è un punto di svolta nel romanzo: è il momento in cui Mileva Maric mette in dubbio tutta la sua vita e si chiede se per una donna è bene o no diventare una scienziata. E’ il colpo finale: messe da parte le sue velleità scientifiche, si lascia andare e si dedica a quella vita che tutti – a cominciare dai parenti - le dicevano essere l’unica adatta a una donna.
Il romanzo si sofferma anche su considerazioni più intime e femminili che forse scritte da un uomo sarebbe stato difficile rendere senza cadere nel melodrammatico.
Sono colpevole di essermi soffermato meno nella descrizione di questo testo rispetto all’introduzione, ma si tratta di un libro che va letto e non si presta a spiegazioni o sinossi più o meno lunghe: dico solo che lo consiglio caldamente, sia agli appassionati di scienza, sia a coloro che vogliono leggere un bel romanzo su una persona dimenticata nonostante la sua grandezza. 


Un ultimo – e amaro - commento su Mileva Maric: era la persona giusta, nel posto giusto, ma nell’epoca sbagliata. Fosse nata trent’anni più tardi la storia sarebbe stata diversa.
E chissà per quante altre...


Nota 1: attenzione! Wikipedia, nella biografia di Mileva, afferma che lei rifiutò queste condizioni; la stessa Wikipedia però afferma il contrario nell’articolo relativo ad Albert Einstein. Quindi abbiamo una stessa fonte che dà informazioni contrastanti.

Facendo riferimento alla biografia scritta da W. Isaacson, Mileva le accettò, anche se poi le cose andarono come sappiamo.

Per quel che mi riguarda prendo per buona l’informazione fornita da Isaacson, presente ad ogni modo nella bibliografia relativa a Einstein in coda alla voce presente in Wikipedia.

venerdì 12 ottobre 2018

Questa cosa chiamata "fantascienza"...

Non è mica per niente che ho chiamato questo blog col nome che porta: all’inizio ero tentato di trovare un nome sul poetico o con qualche gioco di parole più o meno arguto, come molti se ne trovano (e che mostrano una creatività nella scelta del nome che ha dell’incredibile) per decidere  infine a favore di un nome che dicesse, senza troppi giri di parole, di che cosa si sarebbe trattato.
Per quest’articolo di “Storie e fantasia” ho chiesto la collaborazione di alcuni blogger – abituali o meno – sull’argomento “fantascienza”.
Sarebbe facile porre le domande a qualche appassionato, ottenendo un articolo incredibile e pieno di conferme alle mie idee, ma siccome a volte sono autolesionista, ho pensato di mettere insieme i pareri di
- chi ama la fantascienza
- chi non se la fila neanche di striscio
- chi scrive, che si tratti o meno di fantascienza
- chi probabilmente non scrive affatto, se non sul suo blog
- chi è appassionato di cinema, che è un altro filone in cui la fantascienza si fa notare
- chi magari non lo è e quando va al cinema va a vedere film di tutt’altro genere
All’appello hanno risposto Maria Teresa di “Anima di carta”, Mattia di “Hand of doom” e Caden Cotard di “Il buio in sala”.
Non si può proprio dire che si tratti di un sondaggio e men che meno di un sondaggio che abbia qualche significato, sia per l’esiguità del campione sia per l’eterogeneità dello stesso ma, trattandosi alla fine di un divertissement…ecco qua il risultato:
 
1) Come definiresti la fantascienza? Ma soprattutto, la definiresti un genere letterario a tutti gli effetti?
 
- Anima di carta
Sì, trovo che sia un genere letterario a tutti gli effetti, anche se con moltissime sfumature. La definirei un tipo di storia incentrata su elementi tecnologici o scientifici proiettati in un futuro più o meno lontano.
- Hand of doom 
La fantascienza è un genere letterario con una storia nobile, e con tanto da dire: è quella che più di tutte guarda al futuro, e che in certi casi ha saputo prevederlo. E anche per questo è il mio genere preferito!
- il buio in sala
Beh, i generi hanno definizioni abbastanza codificate, sarebbe inutile dare la mia definizione ;)
Assolutamente, la fantascienza è un genere a sé, molto "forte", assolutamente riconoscibile. Poi a volte si mixa con altri generi. E meno male per quanto mi riguarda, altrimenti non la frequenterei mai ;)
-io
La definirei come il desiderio di conoscere tutto in assoluto, ma poiché si tratta di un’impossibilità assoluta, allora ci si accontenta di raccontare un possibile futuro fra gli infiniti possibili futuri (bella frase eh?).
Ad ogni modo, la considero a tutti gli effetti un genere letterario con una sua dignità, una sua storia, con delle caratteristiche che la rendono unica fra gli altri generi. In particolare perché può contenere tematiche presenti in altri generi: per esempio la fantascienza può tranquillamente contenere anche storie d’amore o d’avventura…oltre alla fantascienza in senso stretto. In questo senso credo che si potrebbe considerare un tipo di letteratura “completa” (passatemi il termine, ma non trovo di meglio). 
 
2) Supponiamo (e magari non è vero!) che la fantascienza rientri fra i generi che preferisci: qual è il tipo di storia che ti prende di più (ad esempio, le storie basate sui conflitti interiori, oppure i romanzi in cui la componente hard/tecnologica è preminente, o quelli a sfondo sociale, eccetera)?  

- Anima di carta
Di certo darei la priorità alle storie con una forte componente psicologica, e in particolare ai conflitti interiori che si possono scatenare nell'ambito tecnologico, soprattutto quando le persone sono alle prese con un progresso che non riescono totalmente a controllare.
- Hand of doom 
Dipende molto: in realtà ogni tipo di storia - che sia hard sci-fi oppure meno scientifica e più legata alle emozioni - può piacermi. Anche se è vero che quelle che mi piacciono di più sono quelle che hanno una trama logica e senza buchi, riescono a creare un bel "sense of wonder" e soprattutto danno qualcosa di più profondo da dare della semplice azione, che sia una morale oppure semplici e pure emozioni.
- il buio in sala
La fantascienza non è assolutamente tra i miei generi preferiti, devo ammetterlo. Ma quando è intimista, quando è solo cornice per parlare di storie invece dannatamente umane, ecco, allora l'adoro. Ma gli elementi fantascientifici devono essere solo contesto, poco altro. Insomma, se vedo un'astronave che vola e spara difficilmente reggo ;)
Ho notato che questi anni questa componente esistenziale è sempre più forte nel genere e ha portato a film stupendi.
-io
Chiedo che oltre all’introspezione ci sia anche una certa dose d’azione, visto che il lettore non dovrebbe addormentarsi durante la lettura (ma questo vale in generale anche per i film). L’idea rivoluzionaria, se c’è, ha importanza, ma fino a un certo punto: penso che la cosa importante - al di là dell’idea di partenza stessa che magari è stata ripresa da chissà quanti autori – sia il presentare la storia in modo avvincente.
Certo, se il tema viene approfondito in tutte le sue sfumature tanto meglio, ma se anche l’autore avesse voluto “soltanto” raccontare un’avventura è ok, purché non mi annoi.
 
3) E quale invece detesti con tutto il cuore, del tipo “mai, mai e giammai”? 

- Anima di carta
Trovo meno attraenti le storie relative ad astronavi, mondi da scoprire, o comunque quelle che ritraggono una realtà troppo lontana dalla nostra.
- Hand of doom 
Detesto con tutto il cuore (e non solo nella fantascienza) quei libri che sono vuoti esercizi di stile, che cercano una fantomatica "artisticità" e lasciano da parte tutto il resto. Preferisco di gran lunga uno stile lineare e scorrevole: quelli che invece scrivono difficile giusto per il gusto di farlo non li amo molto. Già faccio un po' di fatica con Dick, da questo punto di vista - anche se alla fine riesco ad apprezzarlo, di solito: con altri proprio no, però.
- il buio in sala
Come dicevo non riesco a sopportare la fantascienza più hard, armi, astronavi, battaglie, grandi effetti speciali. Non a caso mai visto un solo Star Wars...
-io
Il puro esercizio di bravura che alla fine ti lascia come se il libro non l’avessi neanche toccato. Per dire: un libro pluriosannato come “Neuromante” praticamente ricordo solo di averlo letto…
 
 
4) Negli ultimi anni c’è stato un fiorire di film di fantascienza nei quali a farla da padroni sono gli effetti speciali e le situazioni con avventure ai limiti dell’assurdo (la saga di “Guerre Stellari”, tanto per fare un nome) e a volte decisamente splatter (cose tipo “Alien” con tanto di prequel, per farne un altro).
Saresti d’accordo nel definire i film del tipo Guerre Stellari come un fantasy travestito da fantascienza e la serie di Alien un puro horror, solo con diversa ambientazione?
In altre parole, secondo te, che cosa rende davvero “fantascienza” un film o un libro?
 
- Anima di carta
Penso che la contaminazione di elementi sia un fatto di cui tenere conto in questo ambito come in qualsiasi altro e indubbiamente le situazioni al limite dell'assurdo sono forse lontane dalla fantascienza pura. Secondo me, quest'ultima potrebbe essere un indagare su futuri possibili su basi più o meno scientifiche, senza voli pindarici esagerati che fanno pensare più ai fantasy.
- Hand of doom 
Da grande fan di Star Wars, io lo definirei più un mix di fantasy e fantascienza, che un fantasy puro con solo elementi fantascientifici. E in generale, io sono molto aperto e flessibile in quanto a definizioni: per me anche molti libri di Crichton, come Jurassic Park, rientrano alla larga nella fantascienza. 
- il buio in sala
Domanda interessante.
Sì sì, assolutamente, a volte la fantascienza è il vestito ma non l'anima. Quindi concordo nel dire che il canovaccio di Star Wars sia quello fantasy e che l'atmosfera di Alien sia tipicamente horror. Io di solito odio gli incasellamenti, quindi mi faccio pochi problemi. Ma sì, a volte un film può avere un'anima di un genere e il vestito di un altro. Oppure essere tante cose assieme. Io, come dicevo amo la fantascienza che mette in primo piano l'esistenzialismo (che so, Moon, Another Earth, I Origins, Ex Machina e tanti altri). Ma anche quella horror non mi dispiace affatto ;) – Nota 1

-io
A parte il fatto che non mi sono perso un solo film della saga di Guerre Stellari (e nemmeno di Alien)…però sarei propenso in effetti a inserirli nel fantasy e nell’horror. Naturalmente l’ambientazione ha la sua importanza e se mi mettete un mostro in una astronave o un Han Solo a sul suo drago (il Millennium Falcon) a combattere i cattivi sui loro destrieri (leggi i caccia imperiali) è sicuro che ci vado a nozze, pur con i dovuti distinguo.
In realtà spesso il confine fra i generi a volte è molto labile e spesso è proprio l’ambientazione a farmi dimenticare che se la storia ti prende, infine ha scarsa importanza se di fantasy o horror si tratta.
Quel che chiedo ai film di fantascienza è di farmi vedere – sia pure su uno schermo – quel che nella realtà non potrò mai vedere (ma vi assicuro che nella realtà ci sono comunque cose che vi possono lasciare a bocca aperta: provate a osservare Saturno o Giove e i suoi satelliti con un telescopio o la Galassia di Andromeda con un semplice binocolo e poi mi saprete dire. Solo lo spettacolo della Via Lattea in alta montagna è qualcosa che toglie il respiro!).

5) Si usa dire che “la Storia non si fa con i ‘se’…”, ma la fantascienza è piena di “what if”, di “…cosa sarebbe successo se…” o “…cosa succederebbe se…”: li ritieni soltanto esercizi mentali che lasciano più o meno il tempo che trovano o, al contrario, delle riflessioni su quel che potrebbe essere il nostro futuro? In fin dei conti dipende tutto dalle scelte che facciamo…
 
- Anima di carta
No, credo invece che sia molto interessante indagare in questo senso e provare a ipotizzare situazioni alle quali potrebbe portarci un certo progresso scientifico o anche un futuro alternativo. Credo che questo potrebbe anche aiutare a riflettere sulle scelte che compiamo come umanità.
- Hand of doom 
Per quanto mi riguarda, come ho già accennato prima la fantascienza è il mio genere preferito proprio perché si interroga sull'umanità e sul suo futuro. La sua riflessione è profonda, specie a leggere autori sia d'annata come Simak o Heinlein, sia moderni come Stephenson o persino la tanto bistrattata Suzanne Collins (anche se so che non sarai d'accordo con me su di lei :P ).
Nota 2

- il buio in sala
Non scherziamo, la fantascienza ha già dimostrato in passato, in decine di casi, di prevedere e descrivere un mondo futuro che poi, bene o male, si è avverato.
Quindi no, non sono esercizi mentali e, anzi, la più grande fantascienza è forse quella che rimane in qualche modo ancorata a noi, alla nostra specie, al nostro futuro. Magari esasperando al massimo delle nostre scoperte scientifiche e tecnologiche sì, ma senza andare mai nell'impossibile.
-io
Entrambe le cose: da una parte l’esplorazione di un possibile futuro, dall’altra considerazioni su cosa potrebbe accadere se effettivamente si verificassero alcuni fatti.
Sotto questo aspetto credo che la fantascienza abbracci le possibilità più svariate, ben più di altri generi di letteratura.
 
 
6) Scriveresti un romanzo del genere?
 
- Anima di carta
Lo scriverei se avessi le giuste conoscenze, soprattutto scientifiche e tecnologiche. Se lo facessi, mi piacerebbe indagare in termini psicologici su un possibile futuro.
- Hand of doom 
Già fatto :D ! E lo rifarò anche in futuro, ovviamente.
- il buio in sala
Molto difficile, credo di non averne le capacità ;)
-io
Sono molto colpevole. Penso che ripeterò il reato!
 

7) Partiresti su una astronave per un viaggio verso chissà dove a scoprire non si sa cosa per tornare non si sa quando?
- Anima di carta
No, non amo molto viaggiare, figuriamoci verso posti così lontani!
- Hand of doom 
Se ci fosse la possibilità, firmerei oggi stesso :D . Certo, dovrei rinunciare a Facebook, all'Italia, e a ogni contatto, per esempio, coi miei parenti... ma forse, anche se adesso non riesco a vederli, potrebbero anche esserci dei lati negativi XD . 
- il buio in sala
Manco se mi danno un miliardo. Il mio universo è qua, nella terra. Anzi, dentro di me. Nota 3
-io
E allora si parte o no? Guardate che siamo già in ritardo!
Lo farei senza pensarci troppo: se ti capita una possibilità del genere nella vita…lasciar perdere è peggio di un delitto!
Mi viene in mente l’inizio della saga dei Fabbricanti di Universi di Farmer: il protagonista fa di tutto per trovare il modo di passare all’altro universo. Certo, lui vedeva la cosa come un mezzo anche per sfuggire alla vita grama che faceva - un movente nei romanzi ci vuole sempre - ma se in questo momento di aprisse nell’aria un passaggio attraverso il quale vedere un altro mondo, un altro universo, credo che andrei. Anche se non è una scelta da fare a cuor leggero.
 
8) Pensieri liberi e conclusioni eventuali…
- Anima di carta
Penso che oggi scrivere una buona fantascienza non sia facile. Siamo in un'epoca dove stiamo vedendo il progresso correre a ritmi sfrenati, e ciò secondo me rende la fantasia in questo campo un po' limitata. Ma ammiro molto chi riesce comunque a creare storie accattivanti e stimolanti.
- Hand of doom 
Non so che dire. Grazie per avermi fatto partecipare a questa iniziativa, comunque!
- il buio in sala
Che forse sono uno dei peggiori a cui potevi fare un test sulla fantascienza :)
-io
Mi auguro di trovare sempre bravi autori in grado di farmi sognare e volare verso luoghi incredibili. Almeno fino a quando non lo potrò fare di persona (al 99,9999999% …mai).
…e un graaaaaazie! davvero grande ai graditissimi partecipanti!
 
Nota 1: ho avuto il piacere di vedere sia “Moon” sia “Ex machina” e devo dire che mi sono piaciuti moltissimo. In particolare non pensavo che “Moon“ desse così tanto da pensare…
Nota 2: beh, non è che possa essere d’accordo o meno sulla Collins come scrittrice, visto che non ho letto alcuno dei suoi libri; solo, avendo visto i film derivati da quelli, non posso dire di esserne rimasto impressionato (effetti speciali di prim’ordine a parte). Del resto ho recensito “Hunger games” proprio su questo sito e non posso dire di essere stato tanto tenero (sul film però, non sugli scritti).
Ad ogni modo l’idea era buona. Molto. Poi non saprei dire se il regista ci ha messo del suo: capita spesso che il film sia “inquinato” dal regista o da esigenze più commerciali e non sempre ci si azzecca!
Nota 3: “Manco se mi danno un miliardo” mi ha fatto ridere di gusto, giuro!