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mercoledì 2 gennaio 2019

"Il primo uomo" e "Diario di un'apprendista astronauta"


Quest’anno, a luglio, ricorrerà il cinquantesimo anniversario del primo sbarco sulla Luna.
Ho un ricordo vaghissimo dell’evento, ma confermo che qualcosa alla tv l’ho visto: immagini sbiadite e sgranate – complice la memoria di fatti accaduti quand’ero piccolo – e che non hanno suscitato in me l’incredulità che in quei giorni ha accompagnato l’evento.
L’incredulità era roba che apparteneva ai grandi, quelle entità così alte e inconoscibili che al tempo tutto sapevano e tutto sapevano giudicare.
Da bambino qual ero, ho invece preso tutto con la massima naturalezza, archiviando il fatto come qualcosa che faceva parte dell’ordine normale delle cose, senza rendermi conto di che significasse in realtà.
Da quel 1969 e per molti anni a seguire è stato un rincorrersi di immaginazione, speculazioni e voli di fantasia su un futuro che – al tempo – pareva promettere il raggiungimento delle più incredibili mete, già pensando a colonie sulla Luna e su Marte, e con previsioni e sogni di poter raggiungere perfino le stelle.
A questo punto devo usare una parola che non mi piace: “purtroppo”.
Purtroppo, non solo quei sogni si sono ridimensionati, ma penso che ormai siano da considerare defunti a tempo indeterminato. Di che cosa sono morti, quei sogni?
Di morte naturale.
Di restrizioni di bilancio e di incidenti mortali (Challenger e Columbia, per dirne un paio).
Di rogne da risolvere in casa senza scomodare le stelle, se non per l’oroscopo (ma io non ci credo: lo sanno tutti che i nati sotto il segno del Toro non credono all’oroscopo…).
Di miliardi di dollari/euro spesi per un qualcosa di cui non si vede un tornaconto utile e immediato all’umanità (mantra ripetuto fino alla nausea, argomento non del tutto fuori luogo, ma che di suo mi pare mettere fine ogni desiderio di progresso).
In definitiva sarà stato - e lo è stato veramente – un grande passo per l’umanità ma…peccato sia stato l’unico!
Almeno finora.



Sulla base di queste poche considerazioni e ricordi fumosi, propongo un confronto fra l’essere astronauta ora e allora: mi riferisco a due ottimi testi sull’argomento.
Il primo è “The first man” di James Hansen. Si tratta della biografia di Neil Armstrong, il primo uomo, appunto, a mettere piede sul nostro satellite.



Il libro è scritto bene, scorre via che è un piacere e mostra con abbondanza di dettagli non solo la vita di Neil Armstrong, ma il modo di vita e l’addestramento necessari già al tempo per portare a termine un’impresa di tal genere.
Se una pecca ci dev’essere, credo che sia da ricercare nel tono usato, che a volte (volevo dire “spesso”) sconfina in una specie di agiografia dove l’astronauta – e Armstrong in particolare – viene assimilato a un superuomo per certi versi scollegato dalla vita del resto dell’umanità. In questo senso il carattere di Armstrong – a volte difficile da decifrare e sempre rivolto all’essenziale, addirittura laconico sia nel parlare che nel comportamento – aiuta a coltivare questa visione dell’uomo che era.
Per il resto non ho trovato nulla da eccepire: è un libro da leggere, nonostante qualche pagina un po’ tecnica (il che non è però fuori luogo e tutt’altro che di difficile comprensione) e se uno dimentica che si tratta di una biografia si potrebbe considerare come un romanzo di ottima fattura.


A fare da contraltare a questa storia sull’astronautica dei primi tempi troviamo “Diario di un’apprendista astronauta” di Samantha Cristoforetti.




Non spendo parole sul personaggio, visto che si tratta di una persona arcinota ormai a livello mondiale e delle quale – nelle apparizioni pubbliche – ho avuto l’impressione che non si trovasse del tutto a suo agio nello stare sotto i riflettori, ma…se ti tocca, ti tocca!
Anche in questo caso il lettore ha disposizione centinaia di pagine - anche qui ce ne sono alcune un po’ tecniche – che raccontano la vita, l’addestramento, le conoscenze e le competenze che deve possedere un astronauta ai tempi attuali.
Com’è spiegato nella nota iniziale, alcuni aspetti della vita personale sono tralasciati, come è giusto che sia: non si tratta di una biografia – almeno non in senso stretto – ma del cammino che una persona ha fatto per arrivare a coronare il sogno di una vita.
In effetti fin da giovanissima questo era l’obiettivo di Cristoforetti, che si è impegnata al massimo, fino a raggiungerlo. Dimostrazione che con un po’ di fortuna e tanta, tanta passione e impegno è possibile raggiungere obiettivi che potrebbero apparire riservati a pochissimi.
Il che in effetti è vero, ma solo per la natura particolare del lavoro che Samantha ha scelto: le competenze per diventare astronauta sono elevatissime e anche necessarie (checchè ne dicano alcuni); dalla conoscenza di più lingue a quelle in ingegneria, passando per le capacità personali quali l’attitudine al lavoro di gruppo, alla gestione dello stress, tanto per dirne alcune.
Quel che colpisce, a volte, è la quantità di cose che possono andare male facendo il mestiere dell’astronauta, tant’è che buona parte dell’addestramento ha per oggetto i comportamenti da seguire se qualcosa va storto e i modi per farvi fronte (non escluso corso di sopravvivenza all’aperto, della durata di alcuni giorni).
Se qualcuno pensa che della gente viene sparata a 400 km da Terra per restarci a far niente durante i mesi di missione, beh…che cambi idea: leggendo il libro ci si rende conto che in realtà gli esperimenti che si svolgono nello spazio sono tutt’altro che banali e possono avere un impatto importante per il nostro futuro.
Anche qui, come per “Il primo uomo” non intendo dare anticipazioni e svelare dettagli: avendoli letti entrambi posso dire che li raccomando caldamente quali che siano le inclinazioni del lettore.
In entrambi i casi la lezione che viene trasmessa è trasparente e chiarissima: è possibile raggiungere i propri obiettivi e i propri sogni, anche i più difficili, se non ci si lascia andare di fronte alle difficoltà e allo scoramento, senza mollare.


Dicevo prima di confronto fra l’essere astronauta nei due libri: c’è qualche differenza?
Qualcosa sì, essenzialmente nell’evoluzione e nell’aumento della complessità nelle tecniche, nell’addestramento, nelle prestazioni e nelle competenze che il mestiere di astronauta richiede.
Ma non solo questo: nel 1969 con Apollo 11 eravamo nella fase pionieristica del volo spaziale e per certi versi anche gli astronauti stessi vivevano il periodo come novità assoluta, alla ricerca del modo per mandare qualcuno nello spazio facendolo ritornare vivo e intero vista come unica priorità dal punto di vista pratico.




Non che oggi quest’aspetto sia trascurato, ma quel che è cambiato è l’approccio in un’ottica proiettata al futuro, al non vederlo più come un attività da pioniere, ma come un mestiere; al non rappresentare più il mezzo per portare avanti una lotta politica o venire considerato simbolo di supremazia, ma come cooperazione fra stati e fra nazioni che in precedenza potevano considerarsi perfino nemiche; non come pura impresa ingegneristica ma come pianificazione di attività e sperimentazioni in vista di benefici che – sebbene avanti nel tempo – arriveranno anche per merito di quello che si sta facendo a bordo della ISS.




In questo senso la differenza fra i due testi è stridente, come lo è l’atmosfera di sottofondo dei racconti - come dicevo prima – quasi agiografica nel primo posto a confronto col tono a volte dimesso del secondo.
Non si tratta di un difetto: si tratta della naturale evoluzione nell’astronautica cui abbiamo assistito nei decenni e che ha decretato infine la riuscita del progetto di cooperazione fra Europa, Stati Uniti e Russia (la Cina, invece, se ne sta andando più o meno per conto suo).
Nota di merito per “Diario di un’apprendista astronauta” è che l’intero ricavato delle vendite andrà in beneficenza.

  


venerdì 14 dicembre 2018

Recensione doppia: Naila nella quarta dimensione


Spesso e volentieri è utile - a volte indispensabile – incasellare al posto giusto le cose; definirle in modo possibilmente chiaro, giusto per capire di che cosa si sta parlando e per essere certi di parlare la stessa lingua. Quindi se parlo di ‘automobile’ è chiaro che intendo un certo tipo di veicolo (quattro ruote, da due a sette posti a sedere, un volante, eccetera), mentre se parlo di triciclo intendo qualcos’altro (un posto a sedere, tre ruote, nessun motore, eccetera); così come quando si parla di cani si capisce al volo la differenza fra un bassotto e un sanbernardo.
Cose utili e indispensabili per capirsi e per evitare ambiguità.
Allo stesso modo anche per quel che riguarda i generi letterari: i termini sono fatti per capire che tipo di testo ci apprestiamo a leggere, visto che se parlo di letteratura mainstream intendo qualcosa di diverso dalla letteratura di genere; all’interno della letteratura di genere capisco la differenza fra horror, spionaggio e letteratura fantastica.
All’interno della letteratura fantastica capisco la differenza fra fantasy e fantascienza.
O no?
Il dubbio è comprensibile, visto che proprio fra fantasy e fantascienza a volte il confine può essere elastico, viste le contaminazioni fra un sottogenere e l’altro operate da qualche autore.
Nella recensione a “La lunga Terra” ho spiegato i motivi per cui secondo me quel romanzo – spacciato per fantascienza – si pone invece come un fantasy con contaminazioni tecnologiche e di come anche un autore di fama mondiale come Terry Brooks abbia usato questa formula (peraltro legittima) per sviluppare le sue storie.
Ora, la differenza fra i due casi che ho proposto dovrebbe essere chiara: ci sta che un fantasy contenga elementi tecnologici, oltre al solito armamentario di magie, elfi e compagnia bella, visto che non esiste alcun motivo per cui in un mondo dominato dalla magia non ci possa essere anche un po’ di tecnologia; non ci sta che si spacci per fantascienza un romanzo in cui le cose accadono senza un perché, solo perché è così e basta e se non ti va è così lo stesso.
Non è necessario che tutto sia spiegato per filo e per segno con teorie astruse o pagine e pagine di informazioni: è sufficiente che si capisca che una spiegazione c’è e si trova in un contesto di scienza e/o tecnica che però bene o male è inquadrabile nel mondo fisico e non in quello magico.

La magia è tutt’altra cosa, non richiede spiegazioni. Esiste e questo è quanto, e non ha collegamenti con la tecnologia.
Infatti, non ho bisogno di sapere come funziona la bacchetta magica di Harry Potter, perché in quel mondo esiste la magia e questo è tutto ciò che serve sapere.
Non è necessaria alcuna spiegazione, tant’è che i libri del maghetto non appartengono al filone detto ‘fantascienza’. A buon diritto, direi.
Però devi dirmelo.

Tutta questa tiritera serviva come preambolo per i due esempi che seguono:
- primo libro: terzo di una trilogia recente e famosa, in cui la trama è molto complicata e si sviluppa in un arco di tempo lunghissimo. Ne succedono di tutti i colori e a volte le situazioni sembrano un po’ tirate per i capelli, ma comunque sono plausibili e il romanzo non perde mai – in nessuna circostanza - la sua ferrea coerenza.
I progressi tecnologici descritti hanno dell’incredibile (solo perché non trovo un termine migliore) e le estrapolazioni sono tali da poter dire che l’autore ha osato l’inosabile.
Non scherzo: gli sviluppi delle situazioni sono semplicemente geniali.
Il punto fondamentale è che in ogni situazione, anche la più astrusa, si intende sempre che il risultato viene raggiunto non in virtù di non si sa bene cosa, ma di tecnologia e scienza, sia pure spinte all’estremo.
Tanto per dire: anche se non viene spiegato il funzionamento del motore a curvatura, basta sapere che non si tratta di qualcosa che trascende l’umana comprensione, ma è il risultato – appunto – di scienza e tecnica applicate fino ai loro limiti; lo stesso vale per il teletrasporto di Star Trek, dove questo sottinteso non viene mai a mancare; come in un romanzo ci sta bene un mostro che so essere il prodotto di manipolazioni genetiche, e via dicendo.




Cioè non viene mai perso di vista quello che è l’ingrediente principale del romanzo fantascientifico, oltre all’eccezionale dinamismo delle situazioni e un’applicazione dello ‘show don’t tell’ fatto con maestria, cioè solo dove serve davvero; nemmeno gli spiegoni sono fuori luogo e la prosa è al tempo stesso poetica e scorrevole. Alla fine, ogni fatto trova la sua spiegazione e ogni personaggio – nonostante il finale possa far pensare a ulteriori sviluppi – trova il compimento del suo destino. Il quadro finale è delineato e non è come se fosse un puzzle al quale manca qualche pezzo.
Questo primo esempio rappresenta seicento pagine di goduria galattica.

- secondo libro: ambientato in un pianeta che non si sa dov’è (ma se ne potrebbe anche fare a meno),  con umani che provengono da non si sa dove (proprio volendo se ne potrebbe anche fare a meno); un mondo desertico dove non si capisce che cosa produca un’atmosfera respirabile (almeno in ‘Dune’ un po’ di verde c’era), dove le macchine sono creature viventi e si riproducono tramite uova dalle quali escono esserini meccanici (ma va?); un mondo dove un morbo trasforma la carne in metallo (nessuna spiegazione davvero degna di questo nome, nemmeno riconducibile a qualche microrganismo o a qualche OGM di incerta natura); dove è possibile ‘parlare’ col metallo e dove è assodato che in tutto il pianeta c’è un solo comandante femmina (come si faccia a saperlo rimane un mistero, a meno che non esita un database dei comandanti delle navi a ruote costantemente aggiornato, il che non è).
Dove il pianeta ha un nome e nessuno si chiede per quale motivo si chiami proprio così. Chissà dove sono gli altri 8 (se la Terra si chiamasse ‘Terra5’ non ce ne chiederemmo il motivo? Beh, io sì.).
Dove si avverano profezie e nonostante qualcuno cerchi di impedire che si avverino (e se questo non è fantasy…).
Tutto sommato una certa coerenza interna il romanzo ce l’ha e questo non si discute; l’ambientazione è abbastanza interessante e le situazioni nel contesto sono un po’ plausibili, sebbene non proprio ben amalgamate fra loro.
Tutto in regola, se non fosse per un trascurabilissimo dettaglio: aver fatto passare per fantascienza un romanzo che per quel che mi riguarda è un puro fantasy. Se poi a qualcuno piace pensare a un incrocio fra generi, rispondo che va bene, purché non si trasformi in un calderone né carne né pesce!    




Perché – porcaccia la miseriaccia – spiegatemi perché - ma non è indispensabile entrare in dettaglio eh, basterebbe un riassunto di quattro righe, magari anche una frase del tipo, che so: “…abbiamo ereditato i risultati delle antichissime scienze e dell’ineffabile sapere tecnico dei QWERTYUIOP e ora siamo ridotti a questo punto…” – devo prendere per buone cose come queste:
- come fanno le macchine a essere più o meno senzienti in un mondo che si presenta come tipicamente steampunk (le navi vanno a vapore). È tutto meccanico, accidentaccio!  Meccanico! È chiaro il concetto? Meccanicoooo!
- come da uova con guscio non in metallo possano uscire macchine fatte e finite. Che c’è, la Fatina Buona dell’Assemblaggio che provvede? 
- come fanno a crescere le minimacchinine (che fanno, la muta o si sostituiscono da sole i pezzi con altri più grandi?)
- su quali assunti si basa la capacità (pare sia l’uso di una droga, ma anche no, in realtà non è proprio che venga detto, ma anche chi non l’assume può percepire le emozioni delle macchine) di parlare col metallo
- dimmi almeno da dove si ricava veramente il nutrimento per la popolazione, visto che c’è solo sabbia. Se non vuoi dirmelo fammelo almeno capire (lascia perdere le megattere della sabbia: anche quelle dovrebbero mangiare qualcosa, no? E parecchio, anche. L’ecosistema non sta in piedi)
- tutto il resto (in primis come fa il metallo, di suo, a comunicare)


Insomma, per come la vedo io si tratta di un vero e proprio fantasy, venduto come fantascienza. E io l’ho acquistato come romanzo di fantascienza. Cercavo fantascienza, volevo fantascienza. E mi avevano detto che era fantascienza.
Se voglio un fantasy compro un libro fantasy, non c’è problema, ma mi devi dire che lo è, per lo stesso motivo per cui se vengo al tuo negozio per comprare un’automobile, tu poi non mi devi consegnare un triciclo (o viceversa) con la scusa che ‘sempre di mezzo di trasporto si tratta’, mi spiego?


Inutile precisare che il primo romanzo (“Nella quarta dimensione” di Liu Cixin) lo considero un vero capolavoro della fantascienza contemporanea, il secondo (“Naila di mondo9” di Dario Tonani) un fantasy che con mirabile operazione di marketing è stato spacciato per altro.
A dispetto dei toni entusiastici con cui se ne parla in giro per la Rete, non posso dire che mi abbia entusiasmato, tutt’altro: spesso l’ho trovato molto lento nella narrazione, con descrizioni poco utili e a tratti anche logorroiche e senza vere spiegazioni o risposte...ma sempre mantenendo l’impronta fantasy. Nonostante sia considerato un buon romanzo (e lo è, se uno l’accetta come fantasy) non nascondo la mia delusione.
E ‘Dune’ è tutt’altra cosa.
Soprattutto in ‘Dune’ non c’è una protagonista in perfetto stile Mary Sue. E Paul Atreides non è un Gary Stu, poco ma sicuro.
Naila (secondo Wikipedia il nome è di origine araba e significa più o meno “Colui/colei che ottiene ciò che desidera”) è una perfetta Mary Sue , e lo è in maniera così sfacciata e spudorata che non ho provato alcun genere di coinvolgimento nella sua storia (ma nemmeno per quella dei personaggi di contorno, a dire il vero). (Nota 1)
Tra l’altro, la scelta di dare ai personaggi nomi arabeggianti mi pare un omaggio a dir poco eccessivo nei confronti di Frank Herbert e della sua maggiore creazione letteraria.


Ad ogni modo, potrebbe essere che l’errore stia nel fatto che il libro viene dato come leggibile di per sé, anche senza conoscere gli altri romanzi della saga: magari in quelli precedenti i molti punti oscuri vengono chiariti. Ma in questo caso non vedo motivo per fare una simile affermazione.
Magari se ci fanno il film me lo vado a vedere (con probabilità del 50%, che si legge ‘casuale’): penso che visivamente potrebbe rendere molto bene.
Questo, tuttavia, nulla toglie e nulla aggiunge alla mia opinione.  (Nota 2)




Nota 1: Naila è una grandissima nyokka con un lato B talmente perfetto da mettere soggezione anche a uno stuolo di pornodivi, giovane e arrapata al punto giusto, saggia da far concorrenza a una congregazione di filosofi, fortunata oltre misura (anche se a dire il vero la fortuna ci vuole, se si deve arrivare alla fine della storia), con un difficile passato da trovatella, amata e rispettata (tranne che dall’acerrimo nemico) e soprattutto destinata a cavalcare la Grande Onda; cosa che le riesce e quindi, poi, tutti sono con lei senza se e senza ma. Perché grazie a lei la profezia si è avverata. Inoltre, si rimarca più volte il fatto che è l’unica donna del pianeta a comandare una nave (peraltro la nave è in calore, ma ‘sta cosa rinuncio a capirla).



Nota 2: non escludo che l’eventuale trasposizione cinematografica possa piacermi un sacco (sotto l’aspetto visivo)…ma non è il romanzo! Allo stesso modo, quando ho recensito “Hunger games” l’ho fatto con riferimento al film, non al romanzo, che non ho letto e sul quale non mi posso pronunciare.








mercoledì 5 dicembre 2018

La guerra dei mondi (???)


Prendo spunto da  questo articolo di Mattia Loroni per prendere in considerazione l’argomento dal mio punto di vista, cercando di fare delle riflessioni che - anche se purtroppo saranno viziate dalle immancabili inclinazioni personali – tengano conto di alcuni fatti il più possibile ‘oggettivi’.
Ho messo ‘oggettivi’ fra virgolette perché in realtà per quel che riguarda il comportamento di una ipotetica civiltà aliena non abbiamo altro metro di riferimento che il nostro: vale a dire la Storia dell’uomo su questo pianeta.
Discuterò quindi i vari aspetti da lui presi in considerazione nei paragrafi del suo articolo e in qualche caso sarò d’accordo, in qualche altro caso no (qualcuno direbbe che è il bello della diretta!).
Cominciamo dagli assunti di base:
“…tratta di un topos molto usato... che però, a pensarci, non è granché realistico.” e “…trovo che sia alquanto improbabile che una civiltà aliena cerchi di invadere la Terra.”
 
 
Allo stato attuale direi che è proprio così e probabilmente lo sarà per un bel pezzo, anche se fin da ragazzo spero di vivere abbastanza da poter assistere di persona a un ‘primo contatto’…possibilmente non in stile ‘Guerra dei mondi’.
Uno degli argomenti a favore è di sicuro l’enorme numero di stelle presenti nella Galassia: essendo la massa della Via Lattea stimata in 210 miliardi di masse solari, se la massa media di una stella fosse grosso modo simile a quella del Sole potremmo in prima approssimazione stimare un ugual numero di astri, ma sappiamo che la stragrande maggioranza delle stelle è più piccola e molto meno luminosa del Sole che, pur eclissato da autentici mostri stellari (ad esempio VY Canis Maioris, VV Cephei, le stelle dell’ammasso Arches, tanto per dirne alcune), è in realtà una stella grande rispetto alla media.

Di fatto, nei paraggi del Sole solo pochissime (Altair, Sirio, Procione, Alfa Centauri A) lo superano in dimensioni e luminosità, tant’è che quasi tutte le stelle vicine o vicinissime non sono nemmeno visibili a occhio nudo.
Considerando questo, le stime del numero di stelle presenti nella Via Lattea variano da 210 a 400 miliardi, con preferenza dei ricercatori verso il valore maggiore.    
La presenza di esopianeti è ormai un dato di fatto, tantopiù che ne sono stati scoperti di recente perfino intorno a stelle che si ritenevano prive di pianeti: mi riferisco alle recenti scoperte relative a Proxima e alla Stella di Barnard (quest’ultima fino a pochi giorni fa ritenuta un astro solitario).
Direi che al momento il problema sta nelle tecniche di rilevazione che, col tempo, sono diventate sempre più precise e, a giudicare dalla tendenza, mi sa tanto che non esistono stelle prive di pianeti (ne sono stati scoperti addirittura alcuni che vagano nello spazio senza accompagnare alcuna stella, vedi per esempio qui).
Come personale opinione penso che, all’affinarsi delle tecniche e degli strumenti, scopriremo che è proprio così.
Sono d’accordo sul fatto che la maggior parte di essi sia disabitata, vuoi per la distanza dalla stella, che può essere in eccesso o in difetto; vuoi per la mancanza d’acqua (per quel che si può dire al momento è indispensabile) o per le caratteristiche dell’atmosfera, e così via.
Allo stesso tempo, però, le condizioni per consentire la sopravvivenza su di un pianeta diverso dal proprio sono per forza di cose molto restrittive: se per esempio una civiltà prosperasse su un pianeta – poniamo una super terra - molto grande in orbita attorno a una stella fredda – poniamo una nana rossa sul tipo della Stella di Barnard o Proxima – quasi sicuramente avrà notevoli e forse insormontabili difficoltà a vivere sulla Terra, a meno di  - come giustamente dice Mattia – vivere sotto vetro o comunque ricorrere a espedienti che difficilmente potrebbero far dire che stanno davvero vivendo su di un altro mondo (allo stesso modo non possiamo dire che gli astronauti che sono andati sulla Luna abbiano vissuto sul satellite, sotto questo aspetto, e perfino parlando di Marte non è un mistero che non si possa sopravvivere all’esterno senza adeguata protezione). 

Come conseguenza, se pure ci fossero su molti pianeti condizioni favorevoli alla nascita di civiltà in grado di viaggiare fra le stelle, potrei aspettarmi che per la maggior parte di esse sia nativa di pianeti con condizioni ambientali molto diverse da quella che sperimentiamo sulla Terra. Queste civiltà, quindi, avrebbero a disposizione un serbatoio di potenziali mondi da colonizzare praticamente illimitato (circa l’88% delle stelle rientrerebbe nella categoria, se in prima battuta consideriamo le stelle di tipo K e M, cioè quelle più piccole e meno luminose del Sole) come mostrato qui sotto:

Classe
Temperatura
(
Kelvin)
Colore convenzionale
Colore apparente
 
Frazione fra tutte le
stelle di sequenza principale
O 
≥ 33 000 K
blu
blu
≥ 16 M
≥ 6,6 R
≥ 30 000 L
 
~0,00003%
B
10 000–33 000 K
azzurro
blu chiaro
2,1–16 M
1,8–6,6 R
25–30 000 L
 
0,13%
A
7 500–10 000 K
bianco
azzurro
1,4–2,1 M
1,4–1,8 R
5–25 L
 
0,6%
F
6 000–7 500 K
bianco-giallo
bianco
1,04–1,4 M
1,15–1,4 R
1,5–5 L
 
3%
G
5 200–6 000 K
giallo
bianco-giallo
0,8–1,04 M
0,96–1,15 R
0,6–1,5 L
 
7,6%
K
3 700–5 200 K
arancione
giallo-arancione
0,45–0,8 M
0,7–0,96 R
0,08–0,6 L
 
12,1%
M
≤ 3 700 K
rosso
arancio-rosso
0,08-0,45 M
≤ 0,7 R
≤ 0,08 L
 
76,45%

 Lo schema qui sopra non è mio: è un adattamento di quello riportato in Wikipedia al link (https://it.wikipedia.org/wiki/Classificazione_stellare). Per luminosità bolometrica si intende quella che tiene conto dell’emissione dell’astro a tutte le lunghezze d’onda e non solo in una banda particolare.     

Quel 4% di stelle più massicce e luminose del Sole (classi O, B, A, F) è probabilmente da scartare, essendo in generale astri dalla vita assai breve (un po’ più lunga però quella delle stelle classe F). 
Ma attenzione, proprio qui sta il problema: le stelle di tipo G – come il Sole – rappresentano solo il 7% di tutte le stelle!
Quindi, una civiltà formatasi intorno a una stella di questo tipo che cercasse un altro pianeta abitabile (ma potrebbe anche adeguarsi a un altro tipo di stella, ovvio) avrebbe un ventaglio di scelta molto più limitato e siccome non è detto che ogni stella di tipo G (o comunque con caratteristiche molto simili) abbia un pianeta abitabile, ne viene che – se l’emigrazione è dovuta a fattori di assoluta sopravvivenza – si potrebbe davvero arrivare a una situazione del tipo mors tua vita mea!   
La posta in gioco potrebbe essere davvero l’estinzione di una delle due parti.
Rimane la constatazione che l’unico metro di paragone di cui disponiamo è proprio…il nostro. Mi riferisco alla Storia – come accennavo prima – e come più di qualcuno ha fatto notare, non è che Cortèz o Pizarro ci siano andati tanto teneri con le civiltà precolombiane. E nemmeno i coloni europei con i Nativi Americani.
Il viaggio fra le stelle richiede risorse - economiche, scientifiche, energetiche – enormi, tali da essere giustificate (a meno di scoperte davvero rivoluzionarie) solo in caso di estrema necessità, solo se la posta in gioco è altissima e tale da trasformare il viaggio in uno di sola andata.
Se questo è il caso – e per ora siamo molto lontani dai fantascientifici viaggi commerciali o per turismo fra una stella e l’altra – allora credo che in caso di contatto con un’altra civiltà proveniente da una stella di tipo diverso dalla nostra, molto probabilmente si tratterà di un contatto non del tipo ‘guerra dei mondi’; questo perché è molto più probabile che la civiltà sia nativa di pianeti ben diversi dalla Terra e incompatibili col nostro modo di vita e probabilmente non sarebbero invogliati a far la nostra conoscenza - almeno non con intenti di colonizzazione (tralascio la terraformazione che, allo stato attuale delle conoscenze, richiede tempi lunghissimi e risorse enormi).

Questo ragionamento implica che se una civiltà interstellare ha avuto origine su una stella - per esempio – di tipo M, quella potrebbe non filarci neanche di striscio: semplicemente andrebbe in cerca di un pianeta abitabile intorno a una stella simile a quella d’origine e noi potremmo anche non accorgerci che il cielo è pieno di astronavi che se ne vanno a zonzo per lo spazio!
Ma se dovessero provenire da una stella simile al Sole e magari da un pianeta simile alla Terra (con la Terra che presenta caratteristiche entro un range per loro accettabile) allora la faccenda sarebbe ben diversa e potenzialmente disastrosa, perché se il tuo scopo è trovare una nuova patria e hai solo il 7% di stelle adatte (quindi rare, e non è detto che una stella presa a caso fra quel 7% possieda un posto vivibile), significa che quando sei così fortunato da trovarne una e per di più già abitata non stai ad andare su e giù per la Galassia in cerca di qualcos’altro: o in qualche modo trovi il modo di farti dare un pezzo di terra (o più precisamente 'di Terra') o se non ci riesci con le buone quel pezzo di terra te lo prendi costi quel che costi (ricordiamoci sempre qual è la posta in gioco). Ci scommetto che nessun governo sarebbe disposto a perdere una parte del proprio territorio (senza contare che anche gli alieni si moltiplicheranno, prima o poi, nel caso riescano a stabilirsi da queste parti).
Neppure è detto che le nostre forme di vita possano fare la differenza come accade nel film “La guerra dei mondi”: potrebbe essere benissimo il contrario, visto che in quasi tutti i casi – almeno qui – in cui le specie indigene – sia animali che vegetali che umane - hanno dovuto affrontarne altre provenienti da ‘fuori’, sono state le prime ad avere la peggio.
Ne viene che potremmo realisticamente avere contatti solo con civiltà interessate al nostro tipo di stella e al nostro tipo di pianeta; gli altri non sarebbero interessati, o almeno sarebbe più difficile che lo siano per motivi del tipo ‘impiantare-una-colonia-e-fare-la-guerra’.
Quindi ci troveremmo catapultati nello scenario peggiore…per forza di cose: diciamo, nel caso in assoluto più sfavorevole, con la probabilità del 7%, che non è proprio poco, se ipotizziamo per assurdo che ogni stella di tipo G abbia un pianeta abitato da una civiltà in grado di viaggiare fra le stelle, cosa che ovviamente non è…almeno credo.
Questo ipotetico 7% è valido se e solo se tutte le stelle di tipo G presenti nella Via Lattea possiedono una civiltà del tipo di cui abbiamo detto, tutte insieme nello stesso momento (cioè ora, facendo finta che esista un concetto di contemporaneità valido per tutti) e che tutte siano effettivamente alla ricerca di un pianeta abitabile (il che non è, visto che noi per primi non rientriamo nella categoria).

In realtà in questo caso dovremmo fare i conti con l'equazione di Drake, che però presenta tante e tali incertezze nei valori da inserire, da renderla poco più che un esercizio mentale, senza un vero valore predittivo.
La probabilità sarebbe comunque non zero, ma enormemente più bassa del 7% rappresentato dal caso estremo.
Penso che al momento possiamo dormire tranquilli e goderci i film delle serie Star Wars.  
Sono però d’accordo con Mattia che una grossa incognita è rappresentata dalla psicologia aliena – in qualunque modo la possiamo immaginare – che potrebbe essere un elemento determinante…sia in bene che in male. 
La mia conclusione è che secondo me la guerra dei mondi è un’opzione poco credibile solo nel caso di contatto con civiltà che non possono essere in competizione per le risorse e il territorio, in caso contrario ci toccherà chiamare in nostro aiuto Thor, i Fantastici Quattro e anche Hulk.
Il dibattito è ancora aperto!
 
Un ultimo pensiero che potrebbe sembrare deprimente: la stella di classe G simile al Sole più vicina è…proprio il sistema più vicino: quello di Alfa del Centauro, a poco più di 4 anni luce: forse Liu Cixin non ha avuto tutti i torti nell’immaginare un’invasione proveniente proprio da lì…