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domenica 24 aprile 2016

La solitudine dello scrittore


Da più parti – nella fattispecie blog sparsi qua e là nella virtuale rete internettiana – si sottolinea un fatto che potrebbe sembrare lapalissiano (non è una parolaccia, significa solo “talmente evidente da non richiedere spiegazione”; caso mai chiedete al signor De La Palisse, di cui si dice che un’ora prima di morire era ancora vivo) ,ma non lo è.
Il fatto è citato è questo:

Scrivere è un’attività solitaria

Per essere più precisi: è un’affermazione evidente per chi scrive, ma non per chi non scrive, e questo semplicemente perché nessuno può capire – per quante parole ci mettiate per spiegarlo -  cosa vedete nella vostra mente quando mettete su carta i vostri pensieri.
O, meglio, quando scriviamo (portate pazienza: sarò anche un pochino presuntuoso ma penso di potermi qualificare anche come scrittore).

E’ un po’ come quando si cerca di raccontare un sogno che abbiamo fatto: in nessun caso riusciremo a rendere pienamente e veramente quel che abbiamo visto e sentito nei nostri viaggi notturni.

martedì 12 aprile 2016

Doppia recensione: "Esiste un posto bellissimo" e "Esperienze di premorte"

Continuo le recensioni con due libri che trattano un argomento abbastanza controverso e tutt’altro che facile, in precedenza solo “sfiorato” in occasione della recensione dell’autobiografia di Amy Purdy, nel suo “L’arte di rimettersi in piedi”: le NDE.
Conosciute in italiano anche con il termine “esperienze di pre-morte”, quello delle NDE è un argomento al tempo stesso intrigante e scomodo, sia per chi ci crede sia per gli scettici.
Questa dualità nelle posizioni non deve stupire, trattandosi di esperienze del tutto soggettive e perciò non investigabili con il metodo scientifico, come comunemente inteso: cioè la ripetibilità dell’evento non può essere né richiesta né tantomeno cercata (si tratterebbe infatti di portare in punto di morte delle persone per poi rianimarle e farsi raccontare l’esperienza vissuta)!
 
Dal mio punto di vista – e fatta sempre salva la buona fede di chi riferisce esperienze come questa – la sostanziale coerenza dei resoconti, il fatto che appaiano diverse in tutto rispetto a esperienze avute sotto l’effetto di droghe o farmaci che possono indurre allucinazioni e non ultimo l’effetto positivo che hanno in genere su chi le ha vissute, mi fanno pensare che siano da considerare reali.
Anche qui serve un distinguo: capire cioè se il termine “reale” sia da intendere in senso fisico (quindi come reazione del cervello o più in generale dell’organismo di fronte al pericolo di vita) o in senso metafisico (vale a dire come autentica esperienza che trascende la realtà umana).