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venerdì 22 dicembre 2017

Haiku d'inverno


Finora dalle mie parti c’è stata una sola nevicata (e neppure tanto intensa) e a parte la temperatura non pare proprio che sia arrivato l’inverno.
Stagione che  - a parte l’opinione degli amanti del mare estivo all’ombra di palme e con dotazione di chili e chili di creme solari – un suo fascino ce l’ha.
Sarà anche perché adoro camminare nei boschi in mezzo alla neve, con o senza ciaspole; fare foto in mezzo al bianco e al silenzio (beh, non proprio, a volte i fracassoni si trovano dove meno te li aspetti); o magari perché in posti come quelli riesco veramente a staccare la spina…
Ad ogni modo vengo al dunque: fra le forme poetiche più incomprensibili (seppure dotate di loro regole, e nemmeno tanto semplici) ma che allo stesso tempo, e per motivi che non ho voglia d’investigare, smuovono qualcosa in chi legge o ascolta, l’haiku credo occupi un posto molto particolare.


 
 

E così ho cercato qualche haiku che parlasse dell’inverno. Non che se ne trovino molti e del resto gli autori citati sono sempre i soliti: Matsuo Basho (1644 – 1694), Kobayashi Issa (1763 – 1827) e non molti altri.
Pare che anche nel mondo occidentale alcuni autori, tra i quali Kerouac e Borges, si siano cimentati in questa forma poetica ma, almeno per i miei gusti, non c’è storia se confrontati agli originali giapponesi.
Propongo qui alcune composizioni “invernali”: buona lettura a tutti!

 
C'ero soltanto.
C'ero. Intorno
cadeva la neve.

(Kobayashi Issa)


Luna di Bambù
mentre accarezza il suolo
della prima neve

(Yosa Buson)


      Languore d'inverno:
  nel mondo di un solo colore
     il suono del vento .

(Matsuo Basho)


L'allodola
canta per tutto il giorno,
ed il giorno non è lungo abbastanza.

(Matsuo Basho)

                 La prima neve.                    
        Le foglie dei narcisi            
  piegano in basso.

(Matsuo Basho)

 

lunedì 11 dicembre 2017

Ho fatto una Dickata


Qualche  post fa   avevo accennato al fatto che i pochi (tre per l’esattezza) libri di Philip Dick che avevo letto erano stati ben poco soddisfacenti. Sto peccando per eccesso.
Si tratta in pratica dei tre romanzi comparsi nella collana Urania Millemondi Inverno del 1975 e che comprendeva i romanzi “Cronache del dopobomba", "La città sostituita", "L'uomo dei giochi a premio”.
E tuttavia Fanucci Editore si ostina a ristampare tutti i suoi scritti. Magari ha anche ragione.
Vabbè, mi dico, vuoi vedere che per colmo di scalogna ho beccato tre romanzi che - può sempre capitare – non riescono a far presa sul sottoscritto?
Magari mi sbaglio e quindi decido di acquistare il celeberrimo “La svastica sul Sole” del 1962, Premio Hugo 1963. Chissà che magari non mi faccia cambiare idea!
L’ho letto.

 
Rimango dell’opinione che Dick sia un caso di eccezionale e perversa sovrastima del personaggio e delle sue opere: a dispetto dell’entusiastica prefazione al testo devo dire che “La svastica sul Sole” non ha in definitiva una trama. Sono alla fine episodi legati fra loro da un filo sottilissimo e in modo forzato, dove l’introspezione viene spinta all’estremo in modo esagerato (leggi inutile) e i dialoghi al novanta per cento mi sembrano fatti per riempire pagine.
Non ho trovato tensione, non ho trovato meraviglia, né smarrimento o colpi di scena. Niente.
Ma quel che non ho proprio sopportato è che - oltre a non avere una trama – per trecento pagine non succede assolutamente niente, tranne che a pagina 243 (pochi colpi di pistola) e a pagina 259 (ZAC! Juliana taglia la gola a Joe, il tutto definito dalle tre lettere ZAC + punto esclamativo).
Notate il numero di pagina in cui succede qualcosa. 243 e 259.

Non solo non c’è azione, ma ho trovato quella che mi è parsa semplicemente una proiezione delle pare mentali dell’autore.
Se i testi di Dick fossero davvero visionari me li leggerei tutti d’un fiato (adoro i romanzi visionari, se  son fatti bene), ma non lo sono. Da parte mia li vedo solo come proiezioni di una mente che non sa dove aggrapparsi, che non ha più punti di riferimento nel mondo reale. Argomento da psicoterapeuta, per dirla in soldoni.  
Rinuncio a capire quale sia il criterio di attribuzione del Premio Hugo (che, intendiamoci, spesso e volentieri premia dei veri capolavori) ma che, nel caso specifico, mi pare fuori luogo.
A discolpa della giuria che gli ha aggiudicato il Premio, osservo che il romanzo data ormai cinquantacinque anni e i criteri con cui è stato al tempo valutato ora hanno ben poco motivo d’essere.
Dal mio punto di vista di lettore chiedo che il cantastorie mi presenti una bella storia, anche incredibile, perfino assurda, se vogliamo, ma che racconti una storia.
Questo in Dick non l’ho trovato e quindi…beh…Fanucci non potrà più contare sul mio contributo all’innalzamento delle vendite.
Addio Philip Dick, non è stato intenso e nemmeno bello.

 

   

venerdì 17 novembre 2017

Il problema del linguaggio nella fantascienza - parte quarta


Siamo giunti alla quarta parte di questo tour de force sul problema del linguaggio non terrestre nella fantascienza. Per forza di cose ho toccato – sia pure di sfuggita – argomenti che a prima vista potevano sembrare non collegati e magari questo ha richiesto uno sforzo supplementare da parte dei lettori.
Tranquilli, questa è l’ultima parte, e vedremo in che modo vari autori hanno affrontato il problema.
Dovrò di necessità basarmi su alcuni romanzi e film che ho letto o visto, e di conseguenza non ho la pretesa di essere esaustivo. Anzi, questo articolo non sarà eccessivamente lungo. Spero.
Cominciamo con “Il mondo della foresta” di Ursula Le Guin; titolo originale “The word for world is forest” del 1972.
Il mondo sul quale si svolge l’azione è popolato dai Creechie, che però possono apprendere la lingua umana (mentre gli umani non fanno altrettanto) e possono vocalizzare più o meno come gli umani, mentre il viceversa non vale.
Al di là del fatto che la fantascienza della Le Guin mi pare più di stampo sociologico che scientifico o avventuroso e che il tema fondamentale del romanzo è lo scontro fra culture, rimane il fatto che si ipotizza la creatura aliena come sostanzialmente simile agli umani. Se non per la sua cultura, almeno dal punto di vista fisico.
Nota: non c’è moltissima azione, ma è un buon romanzo, in particolare entra molto a fondo nella cultura e nel modo di sentire dei Creechie.

Nemmeno Arthur Clarke si è sbilanciato più di tanto nel suo “Le guide del tramonto - titolo originale Childhood’s end -  del 1953.
In questo caso i Superni – pacifici ma dall’aspetto demoniaco – parlano le lingue terrestri come niente fosse, mentre a quanto pare i terrestri  - linguisticamente parlando – ci fanno una figura da carciofi.  
Anche questo è un romanzo molto bello, sebbene permeato da una tristezza di fondo che si avverte già dalle prime pagine.
Ma anche i Superni hanno molti punti in comune dal punto di vista fisico con gli esseri umani (voglio dire…a parte le corna, la coda e le ali).
l'aspetto dei Superni, con note a margine

In altri casi si fa riferimento a lingue comuni come per esempio il Marain, lingua franca parlata in tutti i mondi conosciuti, come nel Ciclo della Cultura del compianto Iain Banks,. Per esigenze narrative, tuttavia, sia gli umani che gli alieni possono materialmente parlarlo. Di conseguenza si ipotizza un apparato vocale abbastanza simile per ogni civiltà, e comunque questo è indice di somiglianze notevoli con gli umani, altrimenti casca il palco. 
Ma potremmo anche andare a scomodare i vari alieni di Star Trek o Guerre Stellari: tutti in qualche modo simili a noi e che spesso parlano la nostra lingua, mentre non accade il contrario.
Tant’è che Han Solo capisce alla perfezione quel che dice Jabba the Hutt ma si guarda bene dal rispondergli alla stessa maniera!
Ci sta che nei tempi antichi del cinema (anni ’70), per esigenze di copione e di effetti speciali, non si potesse fare molto di più. Ma adesso?
Ci viene incontro “Arrival”: il film è tratto dal racconto “Storie della tua vita” che proprio recentissimo non è. La teoria è che l’apprendimento di una lingua porti a pensare come i nativi che la parlano.
Nel caso specifico la linguista Banks comincia a ragionare come gli alieni, i quali possono vedere il futuro, che è già fissato. La teoria non è per nulla strampalata, tant’è che il fisico e matematico Brian Greene, nel suo “La trama del cosmo” (da pagina 160 a 163 dell’edizione Einaudi del 2006) mostra come, in via ipotetica ma corretta dal punto di vista teorico, questo potrebbe essere possibile.
Dal punto di vista della trama, invece, mi pare invece poco probabile che la Banks per prima abbia pensato a comunicare per mezzo della scrittura mentre gli altri cervelloni non c’erano arrivati, ma è un bel film lo stesso.
Ma se non altro gli alieni in questo caso sono davvero diversi da noi e non possono comunicare a voce (posto che una voce l’abbiano). Di contro siamo noi a dover imparare la loro scrittura, che loro (come al solito) non si disturbano più di tanto.
Ma è probabile che in realtà l’abisso fra ‘noi’ e ‘loro’ possa essere talmente grande da non poter venire colmato: un bell’esempio ci viene da “Solaris” di S. Lem in cui la comunicazione verbale o in altro modo è impossibile e i tentativi che il pianeta fa di comunicare si rivelano perfino pericolosi per gli umani, venendo tradotti in immagini e visioni che sconvolgono le vite dei protagonisti.
Potrebbe rimanere anche l’incertezza che non si tratti di tentativi di comunicare, quanto di curiosità o intrusioni nelle menti e nei ricordi umani. O magari nulla di tutto questo. Non essendoci punti di contatto possiamo solo ipotizzare senza poterne avere conferma.
Questo dubbio però non sarà mai chiarito. In quel romanzo – di fatto – non si riesce ad arrivare a una qualunque forma di comunicazione per come comunemente la intendiamo.
Le differenze fra un pianeta ricoperto da un oceano senziente e un essere umano sono decisamente troppe, no?
che voleva dire il pianeta Solaris quando dava forma a cose come queste?

Il buon Carl Sagan c’aveva provato pure lui con “Contact”, ma ha dovuto arrendersi: se da una parte il primo contatto avviene per mezzo della matematica è pur vero che sono gli alieni a parlare in lingua umana e non il contrario. E ad ogni modo non scopriamo come son fatti veramente.
Credo che anche lui fosse convinto che uno scambio di battute in stile Guerre Stellari non sia possibile per le enormi differenze reciproche.

Ma dove il geniaccio di turno fa miracoli (e il film deve venire visto per la spettacolarità e non per la forza della trama o per la credibilità) è “Indipendence day”. Non ho mai capito come si possa introdurre un virus in un sistema informativo alieno senza conoscerne la struttura fisica, né il linguaggio, né il modo in cui funziona. E’ un’assurdità (lo dico da programmatore).
Qui più che di comprensione del linguaggio parlerei davvero di umane percezioni extra sensoriali. Ma tant’è: i cattivi fanno una brutta fine e tanto basta per il successo del film.
Ah, gli alieni hanno una testa, due occhi e grossomodo degli arti simili ai nostri. Parlano, perfino, ma per comunicare con noi usano i poteri telepatici facendo parlare lo scienziato (quello che fin dall’inizio pare sbarellato).
Ma se avevano tutti questi poteri, perché non li hanno usati per soggiogare l’umanità, invece di far sfoggio di cotanta tecnologia e vulnerabilità ai virus informatici terrestri? Polli!
l'alieno di Independence Day: magari assomiglia un po' a noi, ma è meglio non averci a che fare!
 
Ma nella fantascienza perfino i robot alieni parlano la nostra lingua! Mi viene in mente il racconto “Addio al padrone”, da cui sono stati tratti i due film “Ultimatum alla Terra”. Il secondo è più spettacolare ma il primo lo preferisco, nonostante gli effetti speciali da tempo dei dinosauri.
Quando lessi quel racconto non mi aspettavo il colpo di scena finale, che avviene proprio con l’ultimissima frase, che trovai agghiacciante. Ma geniale come poche.

Tirate le somme mi sembra che più o meno tutti gli autori di fantascienza che si sono confrontati col problema siano giunti alla stessa conclusione: o in qualche modo ci assomigliamo o la comunicazione sarà davvero problematica.
E, ehm…con grandissima vergogna…devo ammettere che ci sono cascato pure io, per cui chiedo perdono a Sagan e Asimov e Le Guin e a tutti gli altri: in “Diario di Sabet” infatti gli alieni usano simulacri umani per comunicare, in quanto la loro lingua non è per noi riproducibile. Sono davvero molto diversi!
Tanto che Sabet, nel suo diario, scrive questo (perdonatemi se cito me stesso, ma tanto facendolo non violo alcun diritto d’autore, eheheheh):

 
Anzitutto, come già detto, la loro lingua si basa molto sui segni e sui gesti, oltre che sull’emissione di suoni. Questi ultimi sono assai difficili da riprodurre per gli umani che hanno un modo di produrre i suoni molto diverso. Sì, insomma, è tutta un’altra cosa. Ci si può avvicinare quanto si vuole nella pronuncia, ma non è possibile passare per un nativo, poco ma sicuro.
Il fatto che la lingua sia in buona parte gestuale comporta che un Visitatore, per poter pienamente comprendere il senso di quanto detto, ha bisogno di vedere l’interlocutore, cosa che di norma rende i loro dialoghi abbastanza interessanti ma che può interrompere ogni altra attività anche per lungo tempo.
Per esempio, non viene usata l’umana logica che trova una parola per descrivere l’opposto di un’altra: un oggetto piccolo di solito è detto “non grande”, e l’oggetto grande è detto “non piccolo”, di solito rispetto a qualcos’altro. Ma non sempre. Quanto grande o piccolo viene indicato da un gesto che a seconda della velocità con cui è eseguito ne dà l’idea. In alternativa può essere usato un suono che a seconda dell’intensità con cui viene emesso indica “quanto”, mentre un altro indica “il contrario”, sempre con lo stesso accorgimento di rendere l’idea con l’intensità del suono.
Queste particolarità consentono il dialogo al buio o fra persone che non si vedono, ma la preferenza è sempre per l’aiuto gestuale. Di solito fatto con il paio di arti superiori, che sono meno robusti del paio inferiore ma molto più mobili, perché hanno tre articolazioni e sei dita. Mi pare un gran casino.
Allo stesso modo un “no” entusiastico è un “no” accompagnato dal gesto che indica enfasi. Ma può anche significare – con una variante – anche “il suo completo opposto” o addirittura “negazione completa di ciò che dico/dici” o anche proibizione.
Insomma, non è una cosa facile, (ed è consolante sapere che anche loro trovano le medesime difficoltà - anzi forse peggiori – con le lingue degli umani, che sono migliaia, mentre loro ne hanno solo una, beati loro!).

Per inciso, la lingua dei Visitatori viene detta “Laklakz”, ma si fa per dire: lo scrivo così, ma in realtà ho sentito un paio di schiocchi simili a quelli che si fanno con la lingua, seguiti da una specie di ronzio simile a quello di un’ape o di una zanzara. Il tutto con un suono di basso in sottofondo e il tutto fatto nel giro di un secondo. Ma come avrà fatto a riprodurre quei suoni? Per essere chiari: ‘Laklakz’ non rende assolutamente l’idea di quel che ho sentito, ma meglio non saprei dire.
Per cui: i Laklakz hanno almeno due paia di arti superiori (di cui uno più robusto – l’inferiore – che serve per i lavori pesanti o per portare i carichi, credo) e almeno uno inferiore (posto che camminino come noi, su questo devo chiedere), possiedono occhi (quanti, non saprei al momento dire, ma penso almeno un paio, che poi siano fatti come i nostri e che siano proprio due, è tutto da dimostrare), possiedono qualcosa di simile alla bocca per produrre suoni e per nutrirsi, almeno credo (ma anche qualcos’altro che bocca non è).
Adesso capisco quanto ha detto Ulisse: se davvero hanno tre paia d’arti potrebbe essere che gli umani pensino a loro come a una specie di insetti. E noi sappiamo quanto poche siano le persone che amano quel tipo di artropodi. Perfino gli entomologi hanno la loro collezione di insetti bellamente infilzati o messi in formaldeide. Mica se li tengono vivi. E se questo lo fanno gli studiosi, figuriamoci la gente normale.
E da qualche parte nel mondo se li mangiano pure caramellati. So per certo che oltreoceano ci sono state perfino delle gare nelle quali vince il pazzo che si mangia il maggior numero di insetti vivi.
Magari i loro insetti hanno due paia d’arti e per lui adesso è come essere in compagnia di una cimice del pianeta XYZ.
Meglio che smetta con questi pensieri, o rischio di farmi schifo da sola...
 
 
Come altri, dunque, ho adottato lo stratagemma di renderli in qualche modo simili per consentire la comunicazione, poiché, nella forma in cui li ho immaginati, sarebbe stato impossibile.
Se saremo noi a trovare gli alieni non avremmo molto di cui preoccuparci, a parte forse qualche reazione allergica, perché saremmo noi i più progrediti (e come già detto non penso che troveremo chissà quale civiltà).
Ma se ci trovassero loro, credo che sarebbero guai e il problema del linguaggio sarebbe poco influente.
Magari di questo parleremo in un articolo futuro.
 
Colonna sonora del post: “Only time will tell” di Mike Oldfield, dall’album “Songs of distant Earth

 

sabato 11 novembre 2017

Il problema del linguaggio nella fantascienza - parte terza


Dopo aver esplorato  - per quanto nel modo imperfetto in cui si può fare in un blog – alcune possibilità di comunicare con altre creature esistenti su questo pianeta e aver evidenziato il fatto che – nonostante la reciproca buona volontà – sarà un problema riuscire a comunicare in modo più proficuo di come avvenga ora, possiamo fare altre considerazioni.
Come è chiaro si tratta di argomenti di non facile discussione e soggetti a un bias di una certa importanza, essendo le prove sperimentali spesso soggette ad ambiguità e spesso alle personali inclinazioni.
Fermo restando che le pubblicazioni degli specialisti nelle neuroscienze e degli etologi possono dare risposte molto più complete, vorrei notare come certe caratteristiche potrebbero - e forse sono – indispensabili per poter parlare di linguaggio, o più precisamente per poter scambiare qualche tipo di informazione in un qualche tipo di linguaggio. A maggior ragione se si tratta di creature non terrestri.
Prenderei quindi in considerazione alcuni elementi che mi sembrano indispensabili:
- l’avere coscienza di sé
- apprendimento (nel modo inteso nella seconda parte di questo articolo)
- volontà di apprendere (non è una ripetizione del punto precedente: per apprendimento potremmo anche considerare un riflesso condizionato, l’apprendimento del linguaggio o comunque di comunicare deve essere un atto volontario)
- capacità di riconoscere l’”altro” come un’entità esterna che mostra volontà di comunicare
- capacità di pensiero astratto (anche arrivando alla matematica di alto livello, se necessario)
- capacità di utilizzare parti del corpo o strumenti per inviare informazioni

Come possiamo immaginare si tratta di qualità che implicano un altissimo livello di organizzazione sia a livello fisico che culturale. In effetti sotto questi punti di vista il divario fra umani e animali è enorme.
Sebbene alcuni esperimenti abbiano fornito indicazioni sul fatto che alcuni animali mostrano di avere percezione di sé (certamente in Rete troverete vari esempi) viene anche posto l’accento che solo una minoranza fra gli esemplari studiati ha mostrato comportamenti che possono far supporre che sia così.
La coscienza di sé non appare quindi essere un tratto comune nemmeno fra animali appartenenti alla stessa specie.
Come sempre il dato statistico può essere di difficile interpretazione: potrebbe anche essere che a qualche soggetto la cosa non interessasse per niente e di conseguenza sia stato poco “collaborativo”, falsando i risultati dei test.    
Non intendo – e nemmeno mi è possibile – entrare nel dettaglio di questi studi: assumerò quindi che l’alieno che incontriamo possegga queste caratteristiche, in modo più o meno pronunciato, e che intenda comunicare con noi.

Assumeremo di conseguenza che il tizio in questione - che chiameremo SM , abbreviazione di “Sé Medesimo” – abbia queste capacità, senza curarci di come sia fatto il suo cervello (ammesso che ne possegga uno, magari fatto nel modo in cui lo intendiamo di solito):
- sa di esistere e si rende ben conto dell’esistenza di altre entità diverse da SM
- ha memoria a lungo e a breve termine (la cosa non è esattamente scontata)
- possiede curiosità e la voglia di conoscere altre cose
- capisce che noi non solo siamo diversi da SM ma che non abbiamo a che fare col suo mondo (a prescindere dalla percezione che ne può avere)
- è in grado di afferrare concetti come tempo, spazio, unità di misura, astrazioni numeriche
- ritiene di essere in grado di utilizzare qualche modo per esprimerci i suoi pensieri (il che implica che si rende conto di pensare)
Questi assunti comportano di necessità che molti scogli, sia di ordine fisico che mentale, siano stati superati. Tra l’altro SM dovrebbe essere pure in grado di capire se l’umano che ha di fronte sia o no racchiuso in una tuta spaziale o se si tratti invece della sua vera forma.   
Ma siccome non voglio complicarmi la vita assumo che tutto vada per il verso giusto.

Veniamo ora al domandone: come potrebbe Sé Medesimo comunicare con noi?
Facciamo un po’ di lista della spesa, e senza inventarci niente di tragico possiamo pensare a:
1)  vocalizzi in modo simile al nostro
2)  modulazione di suoni in modo continuo (o anche no, non importa il modo in cui lo fa)
3)  utilizzo di gestualità
4)  utilizzo di fonti luminose  - in modo simile alle lucciole
5)  utilizzo di onde radio o comunque di qualcosa che nello spettro elettromagnetico sconfina in esse
6)  variazioni di colore di alcune parti del corpo
7)  forme varie di scrittura
8)  miscellanea di qualcuna di queste 

Il punto 8 ci è molto familiare: pensiamo solo ai gesti che compiamo – praticamente in automatico – in ogni nostra discussione: quel tipo di gestualità che serve a enfatizzare quel che diciamo (e senza tener conto del tono e del modo in cui lo diciamo) e a esprimere sottintesi e significati che ci guardiamo bene dall’esprimere a voce. Oppure ai doppi sensi, o all’ironia, o il dire una cosa intendendo palesemente il suo contrario.
Si tratta di finezze che siamo talmente abituati a fare e sentire – perfino nella lingua scritta – che quasi non ce ne rendiamo conto.
E’ evidente che il punto 8 - nel caso dovessimo comunicare con Sé Medesimo – sarebbe di una complessità micidiale: una lingua umana – presa con tutte le sue sfumature, sottintesi, significati nascosti – è veramente difficile da imparare, figuriamoci la lingua parlata su Trappist 1d! (Nota 1)

Punto 1: non solo è difficile (anche se non impossibile) che SM abbia corde vocali simili alle nostre, ma dovrebbe anche emettere suoni che siano da noi udibili e che siano pure da noi riproducibili, senza sconfinare negli ultrasuoni o nelle frequenze troppo basse.
Punto 2: il risultato, ammesso vero il punto 1, potrebbe assomigliare a una cantilena senza soluzione di continuità o di fischi o scatti o combinazioni di questi (e altro).
Punto 3: non è impossibile. Del resto il linguaggio delle persone sordomute ne è una prova.
Ma attenzione: non c’è scritto da nessuna parte che l’alzare la mano destra col palmo aperto sia da lui considerato l’equivalente di “Vengo in pace…”. E sorridere non è detto che sia  - dalle sue parti – indice di simpatia: potrebbe anche voler dire “Voglio mangiarti con contorno di grrabbushh fritti e germogli di ttrittycicin in salmì” per cui se poi Sé Medesimo cerca di farci la pelle non ci dobbiamo lamentare.
Punto 4: presuppone una struttura fisica che – a parte pochi esempi – non esiste sulla Terra, se non altro perché le variazioni di intensità, colore o altro (che si presuppone siano a frequenze visibili dagli umani, anche in questo caso senza essere nel dominio degli infrarossi o degli ultravioletti) dovrebbero essere rapide e continue oppure esistono più organi luminosi usati per la comunicazione.
In tutti i casi voglio vedere come facciamo a dire “Ciao Te Medesimo, come va? Hai dormito bene?” facendo lampeggiare delle lampadine colorate.    
Punto 5: non lo considero per due motivi. Anzitutto non mi è chiaro come un organismo vivente possa produrre microonde o onde radio (aspetto lumi da qualche zoologo) e in secondo luogo potremmo rendercene conto solo usando strumenti che possano discernere il linguaggio dal rumore di fondo e soprattutto distinguere la parlata del singolo individuo nel chiacchiericcio di onde radio. Se poi cercano di comunicare come nel romanzo di Gregory Benford (vedi post precedenti) allora…siamo davvero fritti!
Punto 6: per certi aspetti simile al punto 4, solo che al posto di parti del corpo luminose abbiamo parti del corpo che cambiano colore. A questo proposito possiamo notare come Sé Medesimo utilizzi il modo condizionale prima persona singolare del verbo “andare” invece dell’imperativo terza persona plurale del verbo “buttatevi in canale sporchi terrestri”, cambiando il colore della quarta zampa sinistra - partendo da dietro - da bianco ghiaccio a verde pisello e muovendo il quarto segmento della seconda antenna centrale in alto colorandolo in rosa confetto invece che tinta albicocca.
Allucinante, no?
Punto 7: quasi quasi è meglio il punto 6. Pensate solo ai vari tipi di scrittura esistenti sulla Terra, e provate a decifrarli , ma senza saperne niente. Probabilmente è stato più facile decrittare i messaggi inviati con la macchina Enigma! (Nota 2)

Questo esercizio semiserio non intende dare  - com’è ovvio – risposte su un campo in cui le nostre conoscenze sono praticamente nulle, ma può rendere l’idea delle difficoltà nella comunicazione nel caso noi e i vari Loro Medesimi ci dovessimo trovare faccia a faccia (in senso lato: non è detto che abbiano una faccia). (Nota 3)
Nemmeno credo si possa parlare di comunicazione nel caso si dovesse rintracciare qualche tipo di trasmissione attraverso gli anni luce che ci separano dalle altre stelle. Una comunicazione in tempi  - si fa per dire – brevi potremmo averle solo per stelle tipo Proxima o la Stella di Barnard o Lalande 21185. Sono distanti da 4,3 a 8,2 anni luce: nel migliore dei casi circa 9 anni per avere una risposta.
Se da una parte desidererei vivere abbastanza da assistere di persona all’annuncio in mondovisione in cui si rende nota la presenza certa di altre civiltà lassù, da qualche parte, dall’altra penso che sarà già tanto se una volta sbarcati su un pianeta della Stella di Teegarden dovessimo imbatterci in qualche protozoo ciliato che nuota nei laghi di metano o un esapode lungo tre millimetri che si scava la tana.   
Ad ogni modo, in attesa del tanto sospirato annuncio, ci rimane della sana fantascienza. Sperando, naturalmente, di risolvere dal punto di vista letterario il problema di come comunicare con i Veghiani Glitterati di Biriciribi IV...
 

Colonna sonora del post: “The waiting” di Peter Buffett

Nota 1: la cosa incredibile di questo sistema  è che da uno qualunque dei suoi pianeti è possibile vedere tutti gli altri sfilare rapidi per il cielo mostrandosi come dei dischetti anziché come dei punti luminosi!
 
Nota 2: è un'esagerazione ma forse non poi così tanto
 
Nota 3:
una bella aliena senza faccia
 

 ...e un suo amico

    

 

mercoledì 8 novembre 2017

Il problema del linguaggio nella fantascienza - parte seconda


…parte seconda sì, ma con qualche extra perché, sebbene l’argomento principale sia il linguaggio nella letteratura fantascientifica, qualche ragionamento in più non guasta.
In verità non avevo previsto una seconda parte, ma ne ho avvertita la necessità in seguito, considerando non solo l’aspetto letterario ma pure quello “pratico”. “Pratico” si fa un po’ per dire, dal momento che non abbiamo esperienza di linguaggi alieni, ma un po’ di supposizioni nel caso ciò avvenisse non mi sembrano fuori luogo.
Per forza di cose dovrò seguire un tipo di esposizione meno colloquiale e un po’ più analitico, forse meno gradito al lettore, ma credo che in questo caso sia necessario.
Anzitutto dobbiamo considerare - fra le creature non umane che popolano il pianeta – i possibili linguaggi che si ritiene possano avere alcune specie animali, giusto per capire se - nelle migliori condizioni possibili, cioè a due passi da noi – ci sia qualche possibilità di comprensione fra umani e non umani.
Di conseguenza, senza voler sconfinare nella fantascienza (che nel contesto di questo blog non ci sta poi così male) e trascurando le capacità di comunicazione delle specie vegetali, per le quali non esiste al momento lo straccio di una prova – e parlo di una vera prova -  mi limito ai pochi esempi di possibili e non certi linguaggi relativi per esempio a:
- balene e delfini
È recente la pubblicazione di un articolo (qui il link) o di altri simili  come questo sui quali nutro parecchie perplessità, essendo un po’ troppo propensi ad antropomorfizzare creature e comportamenti sulla base di pressoché nessuna prova.
A parte il fatto che gli articoli citati mancano in definitiva di riferimenti e fonti, limitandosi a un generico “gli scienziati” o “gli studiosi” e già qui mi vien da storcere il naso; non si vede in che modo gli scienziati o gli studiosi siano riusciti a ricavare un vocabolario – per quanto elementare – di delfinese o megatterese o capodogliese.
Tra l’altro, se è vero che il canto delle megattere viene eseguito solo dai maschi e solo per finalità di accoppiamento, allora direi che siamo di fronte a un comportamento più simile a quello del pavone che mostra la ruota, più che di un vero linguaggio.
Un po’ più terra terra e meno sensazionalistico (e del resto non ha molto bisogno di acchiappare click) mi pare l’articolo di Wikipedia che in mezzo a una serie di frasi come
- “un ricercatore che paragona l'ascolto di un tale gruppo di delfini all'ascolto di un gruppo di bambini in un parco”;
- “una laringe che sembra giocare un ruolo principale nella produzione del suono, ma che è priva delle corde vocali. Gli scienziati restano quindi incerti sull'esatto funzionamento del meccanismo”;
- “Se le canzoni siano un comportamento competitivo tra maschi che seguono uno stesso potenziale partner, un sistema per definire il territorio o una tecnica di corteggiamento da maschio a femmina non è conosciuto ed è tuttora soggetto di studi.” ,
con molta umiltà dice fra le righe che in realtà non ne sappiamo proprio niente.  

Le differenze in termini di dimensioni, struttura fisica, ambiente nel quale viene emesso il suono sono talmente diversi da essere veramente alieni. E non ultimo occorre considerare il modo in cui il cervello e le menti dei cetacei sono strutturati. A parte il fatto che, molto semplicemente, non possiamo nemmeno immaginare cosa significhi essere un cetaceo.
Come per gli specialisti secondo il cui parere i cetacei hanno linguaggi e dialetti, anch’io ne esprimo uno: ammesso che si tratti di un linguaggio – o più linguaggi, e qui sarebbe davvero un gran casino - sarà già tanto riuscire a identificare senza ombra di dubbio dei termini riconducibili a oggetti o esperienze comuni alla singola specie. Penso che le vocalizzazioni dei cetacei siano più destinate alla sopravvivenza in senso stretto (caccia, riproduzione) che al gossip, cioè come linguaggio come normalmente lo si intende, capace di sottigliezze e concetti astratti.
Ma se mi sbagliassi si tratterebbe – se confermato e se si disponesse di una vera traduzione -  di un evento straordinario! 
Ah, e non pensate che il delfino vi sorrida con espressione simpatica: è la nostra tendenza a vedere cose che ci sono familiari anche senza reale motivo. Si chiama pareidoliaIl delfino semplicemente non può sorridere. Non può materialmente farlo. Non possiede i muscoli adatti.
 
Nella fantascienza: consiglio – ma purtroppo ormai lo trovate solo alle fiere o ai mercatini dell’usato – il bellissimo “Le maree di Kithrup” di David Brin, edito da Nord nel 1985: in quel libro i delfini sono protagonisti assoluti, dotati di intelligenza e linguaggio. A mio parere una lettura imperdibile: se riuscite a procurarvelo leggetelo, ne vale la pena. Perdonate il linguaggio da scaricatore di porto, ma quel libro è una vera figata.
Nota: “figata” è da considerarsi parola italiana, visto che il correttore ortografico l’ha presa per buona. Quindi forse non è linguaggio da scaricatore di porto (non me ne voglia il sindacato degli scaricatori).

- insetti
Piccolo ripasso di tassonomia casereccia: su questo pianeta tutti gli insetti alati hanno 4 ali (se ne vedete due significa che le altre due sono atrofizzate - ma comunque presenti - o hanno funzione di elitre o bilancieri); tutti gli insetti hanno 6 zampe (se ne vedete otto non è un insetto, è un chelicerato, se ne vedete di più è un artropode, anche se in senso stretto lo sarebbero anche gli insetti, se ne vedete di meno qualche predatore si è divertito a mangiargliene una o due); tutti gli insetti respirano tramite invaginazioni e aperture che portano l’ossigeno all’interno dell’organismo (non hanno polmoni o branchie, se hanno qualcosa di simile non sono insetti); hanno occhi compositi (e infatti i ragni – che sono chelicerati – non hanno occhi compositi).
Quel che non hanno: corde vocali, antri in cui far risuonare l’aria. Arti in grado di “scrivere” qualcosa.
Come potrebbero comunicare: stridii, sibili, movimenti particolari del corpo.
E se ci pensate un attimo sarete quasi tutti d’accordo che gli  insetti (e i chelicerati non sono da meno) sono il gruppo di creature terrestri che avvertiamo come più aliene, in tutti i sensi. Pensate solo a quando vi avvicinate a una locusta, quando gira la testa verso di voi e vi guarda. Che effetto vi fa? Brrrrr!!!
Queste brevi note solo per sottolineare le spaventose differenze fra gli insetti e il resto del mondo (in realtà non è vero: ci sono molte altre creature che popolano la Terra che sono terribilmente diverse, ma questo è un buon esempio sotto gli occhi di tutti).
In realtà il sistema nervoso degli insetti è tutt’altro che semplice (guardate qui) e certamente sono in grado di capire – a mio parere a livello estremamente viscerale – se si trovano in pericolo e come comportarsi in questo caso, come trovare il cibo e così via. Secondo alcuni (vedi su Focus sarebbero dotati di autocoscienza. Qualunque sia il significato che uno vuole dare alla parola, fermo restando che è del tutto impossibile per noi mettersi nei panni di un insetto.
A meno che non riusciate a immaginare come dev’essere avere 4 ali e 6 zampe e avere gli occhi compositi, eccetera.
Come sempre, in assenza di dimostrazioni valide, possiamo solo esprimere una personale opinione, e la mia è questa: il linguaggio presuppone per forza di cose l’apprendimento e di conseguenza individui che insegnino ad altri individui i rudimenti del linguaggio (di qualunque genere sia, non necessariamente come il nostro) e ne osservino la messa in pratica da parte degli “studenti”, correggendoli fino alla completa comprensione e al corretto uso del linguaggio stesso.
Il linguaggio non è innato. Se quel comportamento che osserviamo è innato – e nel caso degli insetti possiamo stare certi che lo è – si tratta allora di qualcosa scritto nel loro DNA.
Già questo è straordinario e certi comportamenti – come ad esempio la danza delle api – lo sono ancor di più.
Ma dubito che si possa parlare di linguaggio. Tra l’altro in generale la vita degli insetti, anche quelli sociali, è terribilmente breve e non abbiamo alcun tipo di dimostrazione di un “linguaggio” (le virgolette non vanno intese in senso spregiativo) acquisito e condiviso che non sia infine riconducibile a un comportamento istintivo.
Nella fantascienza: mi viene in mente “La piaga Efesto” edito da Mondadori nella collana Urania n. 664, nel 1975. Considera la possibilità di comunicazione con gli insetti, anche se in modo non proprio indolore. Romanzo non eccezionale, ma interessante. Ne hanno fatto anche il film, ma non è un granché. Il libro è migliore.


-scimmie e primati in generale
Qui la cosa si fa un po’ più complicata, nel senso che sono stati in effetti osservati comportamenti e vocalizzi che mostrano come si possa parlare di “linguaggio”, sempre con i dovuti distinguo.
Diciamo che le somiglianze fra noi e gli altri primati sono notevoli, ma pure le differenze.
Un esempio può essere questo articolo apparso su  Focus.
Questo, pubblicato su "Le Scienze", pur essendo stringato, riesce in poche righe a fare il punto della situazione, lasciando capire che per molti versi siamo ancora in alto mare per quel che riguarda la comprensione dell’argomento.
Le differenze fra umani e altri primati potranno essere quel poco percento di DNA diverso, ma sono sostanziali.
Il dibattito non è nuovo e le critiche sono ancora molte. Quel che mi sembra chiaro è che anche in caso di apprendimento di qualche tipo di linguaggio, nel caso delle scimmie che hanno appreso qualche rudimento di linguaggio dei segni (e secondo me la cosa è stata ingigantita) si tratta di qualcosa che viene appreso dall’esterno, non di una struttura linguistica di una certa complessità che fa parte del bagaglio culturale della specie stessa.
A conferma che il linguaggio – o comunque una qualsiasi forma di comunicazione – è appreso e non innato, ricordo i casi di bambini che per fortuite circostanze si sono trovati a convivere con animali nei primissimi anni di vita: in nessun caso gli animali hanno appreso linguaggio umano. Anzi, in tutti i casi i bambini si comportavano come gli animali, anche nelle vocalizzazioni.  

Nella fantascienza: basta ricordare tutti i libri e film della serie “Il pianeta delle scimmie” e annessi.
Ma anche il già citato David Brin ci ha scritto “I signori di Garth” e si è scatenato con gli scimpanzé intelligenti. Edito da Nord nel 1988, anch’esso – come il precedente “Le maree di Kithrup” - ha vinto il Premio Hugo, il più alto riconoscimento in campo fantascientifico.
Ad ogni modo, Tarzan è un soggetto a parte.

Secondo me il difetto principale nell’approccio al linguaggio da parte degli esseri umani è che spesso e volentieri si tende a considerare gli animali come entità simili a noi.
Abbiamo di certo molti punti in comune, ma non lo sono.
Mi spiego: a cosa pensate quando sentite la parola “animale”?
La naturale tendenza, direi, porta a pensare al cane, al gatto, all’elefante, al passero e via dicendo. Vale a dire che di solito si pensa sul momento a creature che possiedono normalmente quattro arti, due occhi, e magari sono pelosini e morbidini. Se fanno “bau” o “miao” meglio ancora.
Ma non si pensa al calamaro, alla murena, al proteo, alla (orrore!) scolopendra, alla salmonella, alla tenia, al cetriolo di mare. Eccetera.
Già è difficile pensare a una comunicazione con gli animali più comuni e più amati (non si può dire he i cani eccellano nel linguaggio, al massimo possono apprendere qualche comando o poco più), a maggior ragione con creature che fanno parte del nostro stesso pianeta ma che ci appaiono come assolutamente altro.
E’ questione di intelligenza?
Forse, ma anche l’intelligenza al massimo livello può far poco se non dispone di mezzi adeguati per comunicare.
Ma - chiediamoci - il cane è intelligente?

Sì, lo è, nel modo in cui lo può essere un cane e con i fortissimi limiti dell’essere un cane, con capacità molto limitate di far conoscere le sue emozioni, con la capacità di apprendere comandi semplici e di venire addestrato per i compiti che ben conosciamo (e per fortuna esistono i cani guida per i ciechi, i cani da valanghe, i cani antidroga).
Ma possiamo parlare davvero di linguaggio?
Probabilmente – ma ad un livello estremamente elementare, e sto peccando per eccesso – si potrebbe dire di sì. Ma in qualunque caso NON si tratta di un linguaggio tale da poter affermare che il nostro cane sta dicendo che gli fa male la pancia in basso a destra da circa mezz’ora e pensa di avere l’appendicite. Questo va enormemente oltre le possibilità di una creatura come il cane, che pure se la cava egregiamente in confronto alla maggior parte degli animali.
Quando parliamo di linguaggio non intendiamo questo: intendiamo la capacità di poter dire qualcosa del tipo “Potrò essere a casa tua fra mezz’ora circa se prendo l’autobus”; oppure “Mescolare tre parti di prosecco, due parti di Aperol e guarnire con fettina d’arancia”; o ancora “La somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa”.
Concepire, cioè, concetti astratti, unità di tempo, capacità di descrivere luoghi e colori e così via.
Potrebbe anche essere che ogni cane (o altro animale a piacere) sia in realtà un fine filosofo che ha compreso lo scopo della vita e sa quale sarà il destino dell’universo. Magari ha concettualizzato forme di pensiero per noi nuove o qualunque altra cosa possiamo immaginare (sebbene ne dubiti), ma non potrà mai farcelo sapere. Sotto questo aspetto, e per quanto forti possano essere le personali inclinazioni al riguardo, non c’è alcuna differenza fra un cane che può fare tutto questo e uno che non può.
E’ evidente che - con tutto l’affetto che uno può avere per il suo animale e per quanto quest’animale se la cavi bene - un cane non sarà mai in grado di usare un linguaggio in grado di comunicare qualcosa di diverso da quel che già fa.
Mi sono fissato sul cane a motivo della sua diffusione fra noi e della considerazione che la nostra cultura mostra nei suoi confronti, quindi con un soggetto familiare e che conosciamo bene.
Nella fantascienza: “Sirius” di Olaf Stapledon. Bellissimo e struggente. Magnifico. Difficile da dimenticare. Da leggere anche se non amate i cani.
Edito da Nord nel 2002 nella collana Cosmo Oro.


Quindi la domanda è: se dalle nostre parti (inteso come pianeta Terra / sistema solare / Bolla Locale / Sperone di Orione / Via Lattea / Gruppo Locale / Superammasso della Vergine / Laniakea / Universo) la situazione è questa, come potremmo comunicare con creature di altri mondi?
Dopo tutto questo discorso – che mi ha lasciato il fiatone e mi sa tanto anche a voi - mi rendo conto della necessità di una terza parte (o forse anche di una quarta).
Mah, vedremo come andranno le cose.

Stavo per dimenticare la colonna sonora del post: si tratta di “Tales from the Maidan” di Mark Isham, dall’album “Castalia” del 1988.

lunedì 6 novembre 2017

3 novembre 2017, Angelo Branduardi al Teatro Geox Padova


Come annunciato qualche post fa, avevo acquistato il biglietto per il concerto di Angelo Branduardi. Comprato  addirittura in agosto per un concerto in novembre, pur di trovare un buon posto.
L’ho trovato in terza fila, ed ecco le mie impressioni.
Anzitutto occorre dire che un suo concerto a Padova è da considerare un po’ come il ritorno del figliol prodigo: infatti erano ben 9 anni che non passava da queste parti, dai tempi del concerto in Piazza del Santo.
La risposta del pubblico è stata – come sempre – molto partecipata e sentita: più di qualcuno cantava i testi senza curarsi del vicino e il battimani a tempo di musica era la regola. In effetti sono stato tentato a più riprese di voltarmi e dire alla signora della fila dietro la mia che avevo pagato il biglietto per sentire Branduardi e non lei ma…considerato che la mia dolce metà faceva la stessa cosa (tra l’altro inframmezzando fra un applauso e l’altro degli urli di apprezzamento da far accapponare la pelle, in stile ‘il ritorno dei morti viventi’), ho dovuto soprassedere.
Un po’ sottotono l’Angelo, per via di una tracheite che l’ha molto limitato, al punto di dover a tratti improvvisare la melodia vocale pur di proseguire, e in diverse occasioni ha davvero faticato per toccare le note più alte.
In quelle condizioni ha compiuto tuttavia un piccolo miracolo: perfino Phil Collins, in un concerto con i Genesis dovette gettare la spugna per un disturbo simile dopo appena tre canzoni, annullando il concerto. Si racconta che il pubblico quella sera era inferocito.
Ma a Branduardi si perdona tutto, anche che si assenti per mezzo minuto dal palco per…legarsi i pantaloni che gli stavano per cadere!
Come sempre, superlative le prestazioni al violino e alla chitarra e diversi gli aneddoti raccontati durante lo spettacolo.
Ad accompagnarlo una band dal tiro altissimo e ben rodata, affiatata e del tutto all’altezza.
Divertente anche un disegno portato da un piccolo fan, che Branduardi ha messo in bella vista accanto al suo posto sul palco.
I brani proposti sono gli stessi portati in tour negli spettacoli precedenti, il che mi conferma che il buon Angelo non ha esaudito le mie (e non solo mie!) richieste di suonare anche altro oltre ai classici.
La scaletta ha indugiato in modo particolare sui brani dai primi dischi, con poche incursioni nella sua storia discografica recente (qui la scaletta ). Anche nel sito linkato si fa notare come diverse canzoni siano state cantate in tono più basso.
Se sono rimasto soddisfatto?
Assolutamente sì!
Al di là dei miei desideri o delle mie critiche (ma anche diversi spettatori hanno richiesto altri brani che ovviamente non sono stati suonati) vedere un concerto di Branduardi è sempre un piacere, una manifestazione di professionalità, bravura e raro contatto col  pubblico.
Unico neo del concerto è che tutti avrebbero desiderato che durasse di più, anche se nelle sue condizioni è già tanto che Angelo sia riuscito ad arrivare alla fine. Purtroppo inutile l’attesa nel post concerto per autografi e foto con l’autore, per via del suo malessere.    
Un solo altro commento: speriamo che ripassi di qua!
 
Qui di seguito alcune foto riprese con la mia nuovafedelissima FZ200, che ha sostituito l’ormai vetusta FZ50.