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lunedì 20 marzo 2017

Sui propri errori e sulle domande che scaturiscono dalla lettura- parte prima?


Ogni tanto è necessario ammettere i propri errori e riconoscere di aver dato dei giudizi sbagliati…
Qualche post fa scrissi di non aver letto nulla di Stephen King, al tempo stesso meravigliandomi di come riuscisse a scrivere libri di lunghezza tendente a infinito a un ritmo spaventoso.
Beh, il fatto è che in effetti ho letto almeno un libro di King!

Per alcuni dei suoi romanzi ha usato lo pseudonimo di Richard Bachman e come minimo un paio dei suoi romanzi scritti sotto questo nome è stato pubblicato sulla collana Urania.
In particolare mi riferisco al numero 962 del 22 gennaio 1984 (prezzo Lire 2200, quando i libri costavano poco): si tratta de “L’uomo in fuga”, titolo originale “The running man”, che poi significa la stessa cosa. Caso raro di titolo mantenuto come nell’originale: ho letto che il buon Robert Sawyer una volta rimase a bocca aperta a causa del fatto che il titolo di un suo romanzo (“The terminal experiment” del 1995) in italiano fosse diventato “Killer on-line”, cosa giustificata col fatto che per i lettori del Bel Paese un titolo in inglese fa più figo! Inutile dire che Sawyer ne rimase sorpreso.
Ad ogni modo devo devo dire che il romanzo mi è proprio piaciuto (quello di King, beninteso, che quello di Sawyer non l’ho ancora letto!).


mercoledì 1 marzo 2017

Recensione libro: "Preghiera per Chernobyl"


E’ opinione comune che in un libro, qualunque sia il genere cui appartiene, l’autore ci metta qualcosa di suo, non necessariamente legato alle sue vicende personali, ma magari alle sue esperienze lavorative o a un periodo passato in qualche luogo esotico, o a qualche fatto che in modo particolare lo ha segnato / arricchito / disilluso. Con combinazioni dei casi appena citati.
A volte il libro può essere un modo per mettere nero su bianco le proprie opinioni o le proprie visioni del mondo (e a volte può dare origine a un “Mein kampf” o cose simili).
Il sottoscritto non rappresenta un’eccezione, non fosse altro per il fatto che spesso e volentieri nei miei scritti le intelligenze artificiali o la programmazione di computer fanno la loro bella comparsata: un tipico caso in cui le vicende professionali influenzano la scrittura.
E, per fare degli esempi, John Grisham, laureato in Legge, scrive romanzi a sfondo giudiziario; Greg Bear – fisico e matematico – spande a piene mani i risultati della sua formazione in ogni romanzo; non ultimo il buon Terry Brooks, avvocato, che nel Ciclo di Landover mette come protagonista…un avvocato desideroso di dare una svolta alla sua vita. E via dicendo.     
Niente di nuovo sotto il sole, quindi?
Non proprio: il testo su cui vorrei dire due parole sfugge a questa regola. Un libro che trae la sua origine da un certo fatto accaduto il giorno del mio compleanno del 1986, in un luogo piuttosto lontano dal Bel Paese.