Informativa sulla privacy e contatti

Questo sito utilizza i cookie per migliorare i servizi e l'esperienza dei lettori, secondo la normativa europea sulla privacy.
Se decidi di continuare la navigazione, consideriamo che accetti il loro uso.
Ulteriori dettagli sono reperibili alla pagina "Presentazione e avvisi".


Per eventuali contatti potete fare riferimento all'indirizzo email presente nella pagina "Presentazioni e avvisi"




venerdì 22 dicembre 2017

Haiku d'inverno


Finora dalle mie parti c’è stata una sola nevicata (e neppure tanto intensa) e a parte la temperatura non pare proprio che sia arrivato l’inverno.
Stagione che  - a parte l’opinione degli amanti del mare estivo all’ombra di palme e con dotazione di chili e chili di creme solari – un suo fascino ce l’ha.
Sarà anche perché adoro camminare nei boschi in mezzo alla neve, con o senza ciaspole; fare foto in mezzo al bianco e al silenzio (beh, non proprio, a volte i fracassoni si trovano dove meno te li aspetti); o magari perché in posti come quelli riesco veramente a staccare la spina…
Ad ogni modo vengo al dunque: fra le forme poetiche più incomprensibili (seppure dotate di loro regole, e nemmeno tanto semplici) ma che allo stesso tempo, e per motivi che non ho voglia d’investigare, smuovono qualcosa in chi legge o ascolta, l’haiku credo occupi un posto molto particolare.


 
 

E così ho cercato qualche haiku che parlasse dell’inverno. Non che se ne trovino molti e del resto gli autori citati sono sempre i soliti: Matsuo Basho (1644 – 1694), Kobayashi Issa (1763 – 1827) e non molti altri.
Pare che anche nel mondo occidentale alcuni autori, tra i quali Kerouac e Borges, si siano cimentati in questa forma poetica ma, almeno per i miei gusti, non c’è storia se confrontati agli originali giapponesi.
Propongo qui alcune composizioni “invernali”: buona lettura a tutti!

 
C'ero soltanto.
C'ero. Intorno
cadeva la neve.

(Kobayashi Issa)


Luna di Bambù
mentre accarezza il suolo
della prima neve

(Yosa Buson)


      Languore d'inverno:
  nel mondo di un solo colore
     il suono del vento .

(Matsuo Basho)


L'allodola
canta per tutto il giorno,
ed il giorno non è lungo abbastanza.

(Matsuo Basho)

                 La prima neve.                    
        Le foglie dei narcisi            
  piegano in basso.

(Matsuo Basho)

 

lunedì 11 dicembre 2017

Ho fatto una Dickata


Qualche  post fa   avevo accennato al fatto che i pochi (tre per l’esattezza) libri di Philip Dick che avevo letto erano stati ben poco soddisfacenti. Sto peccando per eccesso.
Si tratta in pratica dei tre romanzi comparsi nella collana Urania Millemondi Inverno del 1975 e che comprendeva i romanzi “Cronache del dopobomba", "La città sostituita", "L'uomo dei giochi a premio”.
E tuttavia Fanucci Editore si ostina a ristampare tutti i suoi scritti. Magari ha anche ragione.
Vabbè, mi dico, vuoi vedere che per colmo di scalogna ho beccato tre romanzi che - può sempre capitare – non riescono a far presa sul sottoscritto?
Magari mi sbaglio e quindi decido di acquistare il celeberrimo “La svastica sul Sole” del 1962, Premio Hugo 1963. Chissà che magari non mi faccia cambiare idea!
L’ho letto.

 
Rimango dell’opinione che Dick sia un caso di eccezionale e perversa sovrastima del personaggio e delle sue opere: a dispetto dell’entusiastica prefazione al testo devo dire che “La svastica sul Sole” non ha in definitiva una trama. Sono alla fine episodi legati fra loro da un filo sottilissimo e in modo forzato, dove l’introspezione viene spinta all’estremo in modo esagerato (leggi inutile) e i dialoghi al novanta per cento mi sembrano fatti per riempire pagine.
Non ho trovato tensione, non ho trovato meraviglia, né smarrimento o colpi di scena. Niente.
Ma quel che non ho proprio sopportato è che - oltre a non avere una trama – per trecento pagine non succede assolutamente niente, tranne che a pagina 243 (pochi colpi di pistola) e a pagina 259 (ZAC! Juliana taglia la gola a Joe, il tutto definito dalle tre lettere ZAC + punto esclamativo).
Notate il numero di pagina in cui succede qualcosa. 243 e 259.

Non solo non c’è azione, ma ho trovato quella che mi è parsa semplicemente una proiezione delle pare mentali dell’autore.
Se i testi di Dick fossero davvero visionari me li leggerei tutti d’un fiato (adoro i romanzi visionari, se  son fatti bene), ma non lo sono. Da parte mia li vedo solo come proiezioni di una mente che non sa dove aggrapparsi, che non ha più punti di riferimento nel mondo reale. Argomento da psicoterapeuta, per dirla in soldoni.  
Rinuncio a capire quale sia il criterio di attribuzione del Premio Hugo (che, intendiamoci, spesso e volentieri premia dei veri capolavori) ma che, nel caso specifico, mi pare fuori luogo.
A discolpa della giuria che gli ha aggiudicato il Premio, osservo che il romanzo data ormai cinquantacinque anni e i criteri con cui è stato al tempo valutato ora hanno ben poco motivo d’essere.
Dal mio punto di vista di lettore chiedo che il cantastorie mi presenti una bella storia, anche incredibile, perfino assurda, se vogliamo, ma che racconti una storia.
Questo in Dick non l’ho trovato e quindi…beh…Fanucci non potrà più contare sul mio contributo all’innalzamento delle vendite.
Addio Philip Dick, non è stato intenso e nemmeno bello.