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lunedì 30 aprile 2018

Recensione libro: "Il futuro dell'umanità"

Michio Kaku non è certo l’ultimo arrivato nel mondo della divulgazione scientifica: avevo già letto il suo “Fisica del futuro”, che ho trovato non solo di estremo interesse, ma anche pieno di ottimismo e di buon senso. Le sue - chiamiamole così – anticipazioni sono un misto fra la fantascienza e il rigore scientifico, per quanto il termine “rigore” possa a volte essere un po’ esagerato, visto che a volte il confine fra scienza e fantascienza tende a sfumare.
Naturale, quindi, che il suo ultimo libro “Il futuro dell’umanità” rappresentasse per me qualcosa di simile al richiamo delle sirene. Non potevo non comprarlo.
 
 
Il tema principale del libro si rifà al concetto di “necessità”: vale a dire l’idea che in prossimo futuro sarà indispensabile per l’umanità lasciare questo Sistema Solare e approdare – come dire - alle rive di altri mari (nota 1).
Il fatto che questa sia anche la mia  -  e non solo mia – opinione è naturalmente un incentivo in più per informarmi il più possibile sulle novità in materia.
Come sempre il modo in cui Kaku si rapporta al lettore è quello di una bella chiacchierata: il modo di esprimersi è sempre molto colloquiale - con tanto di cappello ai bravissimi traduttori – e mai pesante, neppure nei passaggi che per loro natura potrebbero esserlo.
Come sempre Kaku non sale in cattedra ad insegnare con l’indice ammonitore rivolto al pubblico, ma accompagna ogni suo passo. E’ una cosa che apprezzo molto.
Il tragitto ideale di questo suo libro di svolge in pochi ma importanti filoni principali:
- lasciare la Terra. Sostanzialmente verso Marte, che rappresenta il candidato ideale verso cui iniziare una prima migrazione, considerando inoltre le possibilità di rendere il pianeta – per quanto possibile – simile alla Terra;
- il viaggio interstellare. In questa sezione l’autore analizza quali sono le conoscenze e le tecniche possibili per effettuare il grande balzo verso le stelle, al tempo stesso mantenendo un ottimo spirito critico sulle possibilità che la tecnologia ci offre al momento;
- la vita nell’universo. Non esclusa la possibilità – a dire il vero per adesso davvero remota – di poter viaggiare fra le stelle alla velocità della luce…trasferendo “noi stessi” sotto forma di pura informazione.
Non nego che le prospettive presentate da Michio Kaku possano sembrare – e a dirla tutta lo sono – estreme e incredibilmente costose sotto qualunque aspetto, sia economico che sociale, ma costose (e forse qui sfioriamo l’utopia) anche sotto l’aspetto della convinzione che l’intera umanità deve far sue queste idee per procedere in questa direzione.
Stante che in un tempo - secondo gli autori consultati – variabile da alcuni milioni fino a miliardi di anni, la Terra sarà ridotta a nient’altro che un tizzone ardente in orbita attorno al Sole o comunque a una palla di pietra inabitabile, la spinta verso nuovi lidi dovrà per forza di cose assumere una dimensione globale.
La cosa è perlomeno discutibile, nel senso che ci sono molti possibili ostacoli a una visione di esodo planetario, non solo per la necessità di risolvere i grandissimi problemi che attualmente assillano buona parte del genere umano e che richiedono enormi risorse per sperare in una loro soluzione, ma anche per problemi di ordine religioso o etico.
Kaku non si sottrae a un esame di queste possibilità contrarie e che rivestono un ‘importanza da non sottovalutare, ma rimane, nonostante tutto, molto ottimista al riguardo.
Forse fin troppo…
Come sua consuetudine, il libro è il risultato anche di un gran numero di interviste fatte ai maggiori rappresentanti delle scienze fisiche e astronautiche e rappresenta di fatto lo stato dell’arte delle conoscenze e delle prospettive sugli argomenti presentati.      
Si tratta per questi motivi di un testo non solo molto accessibile al grande pubblico – e questo è un grande merito dell’autore – ma anche di un’analisi svolta al meglio delle conoscenze attuali, sempre tenendo presente che – quando si parla di scienza – da un giorno all’altro potrebbe capitare qualcosa che rimescola le carte e richiede nuove spiegazioni o pone nuovi interrogativi.
E non a caso Kaku affida la conclusione del suo libro con una frase di Harriet Tubman


 
In definitiva un ottimo testo di divulgazione adatto a tutti e che secondo me si merita un bel 8,5 / 10 (guardate che per i miei standard è un punteggio davvero molto alto).
 
Nota 1: la frase non è mia: si rifà al titolo di un libro di fantascienza scritto da Chad Oliver e intitolato “Le rive di un altro mare”. Un romanzo un po’ diverso dal solito, ma non malaccio.
Faceva parte della collana Urania n. 599 del 20/08/1972. Al tempo costava 300 lire…15 centesimi attuali!
"E se per caso approderete alle rive di un altro mare, in un paese remoto abitato da selvaggi e da barbari, tenete bene a mente che il più grande pericolo e la più sicura speranza stanno nell'incontro tra i diversi cuori degli uomini, e non nel confronto tra le loro frecce e il vostro fuoco."

lunedì 23 aprile 2018

Blog Tour "Come un dio immortale" - intervista a Maria Teresa Steri



Ho risposto con piacere all’invito di Maria Teresa Steri (da qui in avanti semplicemente MT) a partecipare al suo blog tour con riferimento al suo ultimo romanzo “Come un dio immortale”.
Il tema del romanzo è abbastanza inusuale, nel senso che spesso un argomento simile sconfina se non nell’horror, almeno nel romanzo o nel film che fa del truculento la sua arma migliore.
Nulla di tutto questo nel romanzo di MT, che – a dir la verità in modo abbastanza pudico – evita descrizioni troppo accurate in fatto di scene forti.
A dirla tutta avevo pensato all’inizio di impostare questo intervento sulla base delle differenze o delle somiglianze dei due mondi che io e MT  - dal punto di vista dei nostri scritti – rappresentiamo.
Vale a dire: da una parte il mio filone preferito, la fantascienza, con viaggi, paesaggi, situazioni lontane nel tempo e nello spazio; ipotesi sul come il mondo potrebbe essere o avrebbe potuto essere; sui possibili futuri e così via.
Dall’altra un aspetto della realtà umana che sia pure molto presente – e non a caso “Come un dio immortale” è ambientato ai giorni nostri -  viene spesso trascurata per vari motivi.
In realtà non ho trovato punti di contatto fra queste due visioni letterarie se un debole punto in comune col filone fantasy, più che con quello fantascientifico: se infatti fino a qualche decennio fa la fantascienza aveva bisogno di ben poche spiegazioni e più o meno ‘tutto andava bene’ ora la fantascienza stessa si pone come una seria e a volte perfino ardita estrapolazione di ciò che avrebbe potuto essere o che potrebbe essere, con fortissimi agganci alla realtà e alle certezze che la scienza e la tecnologia ci possono dare.
Nel fantasy, invece, non esiste un perché o un percome a cose come la magia o i poteri dei personaggi: ci sono e basta, fanno parte di quel mondo e se ci sono leggi che li governano beh…queste leggi sono inconoscibili e il tutto va accettato come atto di fede.
Tutto questo diviene necessario in un romanzo a sfondo esoterico, dove le misurazioni oggettive vengono meno e dove il mondo interiore la fa da padrone. Cioè tutto quel mondo che avvertiamo e che viviamo, ma che non è soggetto a essere rappresentato con misure, fotografie, grafici. Solo al nostro sentire, sperare, desiderare con forza. 
Dove non puoi chiederti da dove vengono certe cose: ci sono e basta.
E’ chiarissimo a tutti, credo, che l’addentrarsi in un territorio simile, non solo pieno di sfaccettature diverse da persona a persona, ma che va a scavare in quel che di più intimo rappresenta l’uomo può essere un compito davvero difficile.
Non molti fra gli autori che ho letto si sono addentrati in profondità in questo argomento (fra i migliori – sia pure in modo a volte discutibile – ricordo P.J. Farmer) e la stessa MT a volte preferisce fare snorkeling piuttosto che andare a profondità tali da richiedere una decompressione prima di risalire in superficie, al mondo che conosciamo (passatemi la similitudine).
Questo non è un punto a sfavore, sia chiaro: ognuno secondo la propria sensibilità e il proprio desiderio di parlarne.
 
Di conseguenza ho fatto alcune cose e non ne ho fatte delle altre.
Fra le cose che NON ho fatto: leggere gli interventi sugli estratti da “Come un dio immortale”. Questo per avere una visione delle cose - e per scrivere questo intervento - in modo da non essere più o meno condizionato dai vari pareri che i lettori esprimono.
E NON ho letto alcuna recensione (quelle su Anobii o Amazon, tanto per intenderci) per lo stesso motivo.
Il che comporta che qui sto scrivendo senza filtri.
Fra le cose ho fatto (sto facendo) è cambiare del tutto l’approccio a questo mio intervento, che pongo a MT in forma di intervista, non perché la cosa sia nuova, ma perché penso che gli argomenti trattati meritino un approfondimento che va al di là della semplice opinione o recensione.
E per questi motivi comincio con la prima domanda:
 
D: Ciao MT! Il fatto che tu abbia deciso di dedicarti a un filone così inusuale mi fa pensare che da molto tempo – magari fin da piccola – tu avvertissi il bisogno di mettere  certi argomenti in forma scritta.
R: Ciao Gabriele, prima di tutto grazie per avermi accolta nel tuo blog.
L’esigenza di raccontare storie è nata molti anni fa, direi proprio fin da piccola, invece ho scoperto tardi quale genere fosse nelle mie corde. I  racconti e il mio primo romanzo breve avevano un’impronta diversa,  incentrata sulla psicologia dei personaggi, con una vena gialla. Man mano che ho cominciato a interessarmi di filosofia ed esoterismo, ho sentito il bisogno di inserire nelle storie degli elementi soprannaturali. È stato quindi un processo graduale.
 
D: E quali sono i motivi?
R: Difficile dirlo! L’ispirazione segue delle regole che quasi mai sono razionalizzabili. Però scoprire quale fosse il genere a cui volevo dare voce è stata una grande svolta per me. All’inizio ero titubante, temevo che certi temi potessero risultare indigesti, solo con il tempo sono diventata più coraggiosa. E ho capito che i lettori sono più smaliziati di quanto si pensi.
Ma forse il motivo più importante è un altro. Mi piace l’idea di poter trasmettere qualcosa di più profondo con le mie storie rispetto al fare del semplice intrattenimento. Mi stuzzica l’idea di mettere una pulce nell’orecchio in chi legge. Ovviamente sta poi al lettore se accogliere o meno.
 
D: nel tuo romanzo, sono in pratica assenti persone che a priori scartano l’idea di un mondo spirituale, anzi, l’impressione è che dopo un attimo di iniziale smarrimento ognuna di loro sia disposta a prenderne atto. Questo mi fa pensare che sei dell’idea che tutti in realtà riflettono a lungo su questi aspetti della loro vita.
R: In realtà sono solo i personaggi principali quelli che entrano in contatto con queste idee e reagiscono poi in vari modi. Ci sono diversi personaggi secondari che nel corso della storia resteranno nel loro scetticismo o nelle loro credenze, come i genitori di Flavio, quelli di Milena, la sorella di Carla, don Franco, gli amici di Flavio, ecc.
Ma la tua osservazione è giusta, perché ho voluto dare rilevanza a chi al contrario è disposto a mettere in discussione la sua visione della realtà. Non credo affatto che tutti riflettano sul senso della vita, anzi. La massa vive in una totale inconsapevolezza, gioisce o soffre senza mai chiedersi se gli eventi che li colpiscono abbiano un valore, né si domandano se oltre il visibile ci sia altro. Farsi domande non è da tutti. Purtroppo.
 
D: per certi versi questa visione del mondo permeata di spiritualità è in profondo contrasto con alcune teorie (al momento non dimostrate e che secondo la mia opinione saranno difficilmente dimostrabili) secondo le quali non ci sarebbe alcun bisogno di invocare entità o divinità per spiegare l’esistenza dell’universo e dell’uomo: posso chiederti se hai una posizione a questo riguardo?  
R: Io penso che le teorie che escludono l’elemento spirituale possano arrivare fino a un certo punto, ovvero si fermano là dove arrivano gli strumenti che hanno a disposizione per indagare. E questi strumenti, tra l’altro, variano di epoca in epoca. Ci sono molte cose invisibili in cui  crediamo. Le emozioni, i sentimenti o pensieri per esempio non possiamo toccarli con mano, non ci sono strumenti in grado di analizzarli, però sappiamo che esistono. Anche la vita (umana, animale o vegetale) non ha spiegazioni, se ci basiamo solo sulla scienza. Con ciò non voglio dire che la scienza sia inutile, anzi. Però ha dei limiti e bisogna prenderne atto.
 
D: leggo nella tua biografia alla fine del romanzo, che hai studiato Filosofia e che le idee di R. Steiner attraggono il tuo interesse. In che misura l’una e l’altra influenzano i tuoi scritti?
R: L’hanno influenzata moltissimo. “Come un dio immortale” si è nutrito di varie idee, inizialmente quelle che si trovano nei libri di Carlos Castaneda e più di recente ho attinto molto all’antroposofia di Rudolf Steiner. Però queste suggestioni si sono mescolate anche alla fantasia, che mi ha portato a coniare una terminologia che non esiste in nessun libro e anche a romanzare alcuni concetti adattandoli alla narrazione.
 
D:  Qual è la tua posizione sull’esistenza di creature incorporee che possono influire sulla nostra vita?
R: Nel romanzo, come hai letto, le creature incorporee hanno una grande importanza. Si parla di un mondo spirituale e degli esseri che ne fanno parte. Visto che si tratta del cuore della storia, non farò troppe anticipazioni, ma posso dirti che io credo nella loro esistenza e nel fatto che siano in grado di agire su di noi, anche se non sulla nostra parte fisica. Però non si tratta sempre di un’influenza benevola. Noi esseri umani siamo molto vulnerabili e pronti ad accogliere il male piuttosto che il bene. Un’idea che tra l’altro trova riscontri non solo in testi esoterici, ma anche in molte tradizioni religiose.
 
D: mi rendo conto che queste domande non sono facili e riguardano aspetti che moltissimi ritengono molto intimi e non amano parlarne, forse anche per il timore di come potrebbero venire considerati dal resto del mondo; una cosa che tutti noi abbiamo sperimentato a volte in modo molto spiacevole.
Vuoi dire qualcos’altro su questo argomento?
R: C’è molta diffidenza verso questi temi, è vero. Dopo la pubblicazione di questo romanzo, però molte persone mi hanno scritto confidandomi il loro interesse per una spiritualità non ancorata a un credo religioso o in generale per una realtà soprannaturale. Da queste confidenze ho capito che non è facile esporsi, parlarne in pubblico. Io stessa provo inadeguatezza e imbarazzo, perché come hai detto concernono una sfera molto interiore di noi. Però trovare un punto di incontro su queste esigenze interiori è stata una bella scoperta per me, mi incoraggia a scrivere altro su questi temi.
 
Per concludere, un grandissimo “graaaazie!” a MT che ha sopportato anche questa nuova  - e penso strana – intervista.
Per quel che riguarda le mie idee…mi piace pensare che il compianto Stephen Hawking, al di là delle sue legittime convinzioni, si trovi ora a fare quattro chiacchiere con Qualcuno che gli sta dicendo: “Vedi Stephen, non è che le tue teorie fossero così strampalate, ma c’è qualcosa che forse non avevi ben capito…
E Qualcuno glielo spiega.
 
Che bella immagine, Gabriele! Un enorme grazie va a te che hai letto il romanzo (in un tempo record, aggiungo) e ti sei reso disponibile per questi approfondimenti.
 
 
La trama del romanzo
Aggredito in un parco cittadino, Flavio si risveglia nella baracca di una giovane senzatetto, Lyra. Dopo essersi presa cura di lui per tre giorni, la donna lo manda via in modo brusco.
Tornato a casa, per Flavio nulla è più come prima. Il rapporto con la fidanzata va a rotoli, mentre crescono la passione e l'ossessione per la misteriosa Lyra. Indagando, Flavio apprende che a sei anni è scomparsa da casa senza lasciare tracce. Il suo caso però non è l’unico in città. Negli ultimi vent’anni, altre sei persone sono sparite nel nulla, e tutte erano collegate a un noto scrittore dell’occulto.
Convinto che Lyra sia scappata da una setta, Flavio è deciso a liberarla dal suo oscuro passato. Ma quando scopre che dietro la sua storia si cela una verità del tutto diversa, comincia a capire di essere anche lui una pedina di un gioco più grande, iniziato cinquant’anni prima. Un gioco che si fa sempre più pericoloso e che lo costringerà a mettere in dubbio tutto ciò che sa della sua vita e della realtà che lo circonda.
Disponibile su Amazon in versione cartacea o ebook: qui
GRATIS con Kindle Unlimited
I primi capitoli sono liberamente scaricabili da qui
Tappe precedenti del blog tour:
- 10 aprile Myrtilla's house di Patricia Moll - Presentazione del romanzo
- 15 aprile Liberamente Giulia di Giulia Mancini - I personaggi del romanzo
- 20 aprile Mite Ink di Renato Mite -  Dialogo sul romanzo 
 
Il prossimo appuntamento è fissato per il 27 aprile su Drama Queen di Elisa Elena Carollo - Lettura del capitolo 3 sul suo blog
 

domenica 15 aprile 2018

Viaggio nel Mistero a Padova


Sulla base di una dritta trovata sul blog di Myrò (link) ho appreso della serie di incontri organizzati dal CICAP nella mia (ex) città (Nota 1). Qui il link .
Cosa sia il CICAP non ve lo sto a dire: sarebbe come chiedere a qualcuno se sa cos’è pane e salame.
Quindi, lo sapete tutti.
Ad ogni modo, ho partecipato ai primi due incontri: il primo trattava delle esperienze di pre morte: il secondo degli antichi astronauti.
 
 
Per quel che riguarda il primo incontro (per i dettagli e i relatori vi rinvio al sito del CICAP) mi aspettavo un atteggiamento non dico ‘aggressivo’ ma fortemente polemico, conoscendo per fama – e non ancora per esperienza diretta – l’atteggiamento molto scientifico del Comitato su taluni argomenti.
Sono invece rimasto molto favorevolmente colpito dal tono rispettoso e a volte dimesso che ha preso l’incontro: come chiaramente spiegato dalla relatrice Marta Annunziata, il CICAP si ferma fino al punto in cui il fatto è spiegabile con quello che la ragione e la scienza ci possono dire e non interviene in ciò in cui crede il singolo e men che meno nell’ambito della fede in qualcosa. Il tutto nel massimo rispetto delle personali opinioni.
E’ stato un bel biglietto da visita, che mi ha invogliato a seguire con interesse la dissertazione.
L’esposizione è stata chiara e bene argomentata, pur riconoscendo che ci possono essere casi non ancora spiegati, ma con la fiducia che il progresso nella conoscenza ci porterà a comprendere anche gli aspetti al momento non spiegabili del fenomeno.
Penso che si tratti di un atteggiamento senz’altro positivo, a patto di non cadere nell’eccesso opposto, vale a dire una sorta di fideismo nei confronti della scienza. Cambierebbe l’oggetto sul quale si pone fede ma non l’atteggiamento.
Gli argomenti trattati sono stati pressappoco quelli che conoscevo, letti su diverse pubblicazioni (un paio delle quali recensite anche in “Storie e Fantasia”), e sono rimasto un po’ sorpreso dalla quasi totale mancanza di interventi da parte del pubblico, vista l’importanza dell’argomento.
Dico ‘importanza’ perché si tratta di qualcosa che - chi prima chi dopo – ci riguarderà tutti, ma non saprei dire se l’atteggiamento del pubblico sia da attribuire a curiosità poco soddisfatta, o al fatto che magari molti erano già ferrati in materia e non hanno trovato niente da dire o da chiedere, o che altro.
Posso dire però di aver notato grosso modo due atteggiamenti prevalenti: da una parte chi era fermamente convinto che il fenomeno sia spiegabile completamente su base scientifica (quelli che annuivano continuamente una frase sì e una no) e gli altri, che però mi sono sembrati - non dico apatici – ma scarsamente interessati alle spiegazioni esposte (ma magari mi sbaglio).
Per parte mia alla fine dell’incontro, ho avuto un breve scambio di battute con la relatrice, che mi ha confermato l’ottima impressione che già ne avevo.  
Ad ogni modo la prima esperienza, visto com’è andata, mi ha fatto venir voglia di assistere anche alla seconda.
 
 
Il secondo incontro - come dicevo sopra – era centrato sui miti degli antichi astronauti (nota 2) e presentato da Marco Ciardi che, in modo inaspettato e per me davvero interessante, ne ha parlato sotto l’aspetto storico, partendo cioè dalle prime pubblicazioni sull’argomento e passando poi per le filosofie che hanno dato origine al filone, per i film, i romanzi e così via.
Devo dire che non avrei pensato che questo mito – dal punto di vista letterario – potesse risalire all’indietro fino al diciottesimo secolo (in realtà anche molto prima), e i legami fra i vari aspetti sono stati secondo me molto bene evidenziati.
Non sono mancati i riferimenti alle piramidi – egizie e non – alle piste di Nazca, all’astronauta di Palenque. Tutti argomenti spiegabili alla perfezione nel contesto culturale delle epoche considerate.
Purtroppo il buon Ciardi ha scelto un argomento che – per sua natura – avrebbe richiesto un incontro della durata di diverse ore e non dell’ora o poco più cui era costretto.
E’ stato un peccato, perché avrei preferito una ‘Maratona Sugli Antichi Astronauti Fino Allo Sfinimento’ piuttosto che la ‘toccata e fuga’ che c’è stata, ma non è colpa sua se i limiti di tempo erano stringenti.
Un po’ più frequenti stavolta gli interventi del pubblico, dove ho notato qualcuno che durante la spiegazione, telefonino alla mano, si andava a cercare in Rete qualcosa sull’argomento.  
Credo che all’incontro ci fossero anche alcune persone che non si aspettavano di sentirsi dire quel che hanno sentito e se ne sono andate durante la relazione. Magari non erano d’accordo.
Sono previsti altri quattro incontri e non so se potrò parteciparvi, ma se dalle vostre parti il CICAP dovesse organizzare qualcosa del genere penso che – quali che siano le vostre convinzioni – non ne rimarrete delusi.    
 
Nota 1: adesso vivo in un paesello di duemila anime o poco più non molto lontano da Padova: trovo la vita qui molto più sopportabile e a misura d’uomo – come si usa dire.
In città ci vado perché serve (per lavoro, per comprare qualcosa in un determinato negozio), ma appena posso sto lontano da quella che una volta consideravo una bella città.    
Nota 2: potrei dire che fin da ragazzo ero ferrato in materia, e mica per niente mi sono letto tutti i libri di Peter Kolosimo sui quali son riuscito a mettere le mani!  

sabato 7 aprile 2018

Recensione film: "Ready player one"


Non è che abbia visto il film due minuti fa, in verità sono andato a vederlo il giorno stesso dell’uscita, solo che finora non avevo trovato il tempo di buttar giù due righe.
Da buon fantascientofilo  posso consigliarvi il film per questi motivi:
- effetti speciali allo stato dell’arte, con immagini che è possibile apprezzare in pieno solo in uno schermo cinematografico o in un televisore da duecentocinquanta pollici;
- quasi nessun momento di stanca, nemmeno nei momenti più sdolcinati (pochi, eh!) che però servono solo per tirare il fiato fra una corsa e l’altra;
- azione, azione e ancora azione
- il necessario lieto fine dopo una corsa di due ore che ti lascia il fiatone anche se sei rimasto seduto a guardare.
 
 
I motivi per cui non dovete andare a vederlo:
- non ce ne sono, a meno che non abbiate fatto come il sottoscritto, e cioè

avete letto il libro

Ecco, se rientrate nella categoria non è che non possiate andare a vederlo: è un film godibilissimo e che vi soddisferà di sicuro, però…è ben poco fedele allo scritto. Ci sono un sacco di situazioni – e perfino fra quelle più importanti – in cui sembra che lo sceneggiatore abbia buttato alle ortiche il manoscritto.
Tanto per cominciare la corsa delle auto nel mondo virtuale nel libro non c’è; il capo della IOI è tutto fuorché un esemplare di testicolo umano (insomma, non è un coglione come te lo mostrano nel film, anzi); nel film nessuno tira le cuoia, mentre in realtà è l’esatto contrario.
Beh, non è vero nemmeno questo: in realtà l’esplosione nella baraccopoli l’hanno inserita, ma tutto il resto no.
E nel romanzo è Parzival che si infiltra nella IOI, e non Art3mis (e in un modo completamente diverso).
E non è che la password di Nolan Sorrento sia così facile da scoprire.
E così via.
Sto facendo spoiler? Sì? Beh, insomma, per una volta me ne frego.
E per un buon motivo: le differenze col libro sono tante e tali da far venire il voltastomaco: in pratica è come leggere un libro completamente diverso, il cui contenuto è stato fatto in modo da attirare torme di ragazzini (ancorché detti “nativi digitali”), o i “millennials” o anche i cerebrolesi cresciuti in un mondo costruito ad arte per loro da chi ha capito come sfruttarli a suon di giochi e telefonini o i nerd di turno con una spiccata propensione alla spielbergherizzazione.
Che significa questo termine?

Che il film è stato fatto su misura per cose come
- lieto fine obbligatorio (c’è anche nel libro, ma viene conquistato a carissimo prezzo)
- i buoni stanno da una parte e i cattivi dall’altra (menzogna)
- la società è tendenzialmente buona, ma sono i cattivoni che inseguono il vile denaro a rovinare tutto (il che è vero, ma nel film si tralascia tutto il resto e ad ogni modo non è sempre vero che chi si dà da fare per una causa agisca giustamente, nemmeno dal punto di vista morale…qualunque sia la sua morale)
- la giustizia trionfa sempre (vallo a dire a Cappuccetto Rosso)
Insomma il solito film di Spielberg, di altissimissimo livello come sempre, ma intriso come al solito di pietismo, perbenismo, visione politically correct e la solita strizzatina d'occhio alle istituzioni. La sua visione di un mondo ideale che vuol far passare per reale.
Con disappunto devo far notare che l’autore, Ernest Cline, ha contribuito alla sceneggiatura, il che urta parecchio per il modo in cui si presenta il prodotto finale. Non che io abbia il coraggio di tirarmi indietro se Spielberg (incredibile! questo cognome non italiano è stato preso per buono dal correttore ortografico!) volesse fare un film su uno dei miei libri, sarei matto a rifiutare, ma qui lo ha completamente rifatto.      
Leggere il libro è una goduria assoluta, in particolare per i continui riferimenti alla musica e ai personaggi degli anni ’70 e ’80. Anche nel film c’è qualcosina, ma posso assicurarvi che quasi nessuno fra gli spettatori ha capito che c’erano (troppo giovani, e infatti nessuno ha capito i riferimenti ai Duran Duran o ai Rush, tanto per dirne un paio), così come nessuno c’ha capito una mazza sul motivo per cui vengono mostrati videogiochi che ora si trovano solo nei musei (potete giocarvi quel che volete che nessuno fra i miserrimi e ultracolti e strafighi quindicenni che vedono il film capisce l’un per cento di certe scene e di certi dialoghi).
Scommetto che l’apparizione della bambola assassina  - nella battaglia finale – il pubblico l’ha vista come una bella trovata, senza immaginare che si tratta si roba vecchia di trent’anni. Roba da far accapponare la pelle. La bambola assassina, intendo.
Aggiungo che la citazione da "Dark Crystal" mi è piaciuta un sacco: è un film adorabile!
Con riferimento ai Rush, per fortuna, verso la fine del film si vede un omaggio alla copertina di “2112” (che è del lontano ’76: cercate bene l’immagine con la stella e l’uomo che cerca di respingerla, si trova nella stanza di James Halliday adulto/bambino verso la fine del film); e mi pare che anche Lena Waithe indossi una maglietta con il logo dei Rush.
Almeno quello!
 
 
Non posso dire che i personaggi del film abbiano uno spessore superiore a quello di un foglio di carta, nemmeno il protagonista. L’unica che mi sembra un po’ superiore alla media (peraltro piuttosto bassa) è Olivia Cooke, nella parte di Art3mis. Non riescono a coinvolgere. Almeno non me. E certe soluzioni narrative lasciano molto a desiderare.
Quel che conta nel film (e vorrei vedere!) sono gli effetti e la realtà virtuale: gli umani alla fine ti chiedi che ci stanno a fare. La realtà nel film è quella virtuale.
Inquietante è il fatto che praticamente TUTTI hanno (avranno? avremo?) degli occhiali per realtà virtuale. Il modo perfetto per ottenere il potere perfetto.
O sono solo io che l’ho pensato?
Ad ogni modo: se avete visto il film non leggete il libro, conservate almeno quel bel ricordo; se avete letto il libro preparatevi a una grossa delusione sotto l’aspetto della fedeltà allo scritto, ma a una esperienza visiva straordinaria.
Sto andando a memoria e sapete che alla mia veneranda età può far cilecca, ma mi pare che fra i titoli di coda l’autore di “Ready player one” figuri anche come produttore.
Spero di sbagliarmi: se fosse vero mi scoccerebbe ancora di più.