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giovedì 8 novembre 2018

Ma come sarà fatto il Signor Qfwfq?


Un po’ di tempo fa ho pubblicato quattro articoli sul problema del linguaggio nella fantascienza: quella serie di scritti non voleva essere né esaustivo né aver la pretesa di sapere come comunicano gli omini verdi, i rettiliani o i grigi (o quel che sono). Quell’esercizio è stato utile, in realtà, per rendersi conto che uno scrittore - con poche eccezioni – è costretto a ricorrere ad alcuni espedienti per poter portare avanti un romanzo in cui umani e non umani devono trovare un terreno comune su cui comunicare. Questa volta il divertimento sta nel prendere in considerazione l’aspetto che potrebbe avere un alieno.
Attenzione: se uno fa qualche ricerca in Rete di materiale ne trova, ma alcuni titoli sono la pedissequa copia di altri e in molti ci si affida più alla fantasia che a un qualche ragionamento (più o meno) valido…sperando che i ragionamenti che sto facendo appartengano alla categoria di quelli validi.
Anche in questo caso si tratta di un esercizio che va preso - vorrei dire ‘naturalmente!  - alla lontana e non solo perché non abbiamo in realtà prove, ma soprattutto perché qualsiasi volo di fantasia si rivelerebbe probabilmente sbagliato…una volta che davvero scoprissimo davvero forme di vita aliene.



Lasciando perdere forme di vita incorporee o sotto forma di campi magnetici o buchi neri (eh già…Gregory Benford, nel suo “Il divoratore di mondi”, tra l’altro un buon romanzo, ha immaginato anche questo); trascurando i Kloro immaginati da Isaac Asimov (ovviamente con una chimica basata sul cloro); mettendo da parte organismi basati sul silicio (e qualcuno ha detto che andando al gabinetto produrrebbero qualcosa di simile a mattoncini o pietruzze!); mettendo da parte insomma le forme di vita immaginate nei modi più improbabili, mi baserei invece sull’evidenza che i radiotelescopi, fin dall’inizio della loro attività, hanno trovato nello spazio interstellare quasi tutte molecole che fanno parte di quella che viene chiamata “chimica del carbonio”.
Ne sono state identificate oltre duecento e, di queste, 140 circa contengono carbonio, in particolare nelle molecole più “lunghe”.
Diciamo che mi pare più probabile un organismo che in linea di principio funzioni come gli organismi terrestri, piuttosto che qualcosa d’altro (ma potrei venire smentito in qualunque momento).
Forse nulla vieta che un organismo al posto del sangue abbia un po’ di CH3CH2OH (alcol etilico) o i cui muscoli contengano anche una certa dose di C60 (buckminsterfullerene) e magari NH3 (ammoniaca), non si mai, ma aspetto conferma… 

In mancanza di altri metri di paragone siamo costretti – se vogliamo rimanere il più possibile con i piedi per terra – ad assumere che le tappe che hanno portato dalla materia inerte alle creature che oggi popolano il pianeta siano grosso modo tipiche e generalizzando:
- abbiamo avuto un periodo molto lungo in cui la vita esisteva sotto forma di organismi unicellulari
- prima senza nucleo e poi col nucleo
- poi la comparsa di organismi composti da più cellule, ognuna con la sua funzione particolare
- il passaggio dalla vita acquatica a quella terrestre
- un aumento delle dimensioni e delle funzioni del cervello che infine ci ha portato al punto in cui siamo
In ogni caso si tratta del superamento di ostacoli formidabili, che forse in altri mondi non sono mai stati risolti.


In estrema sintesi le tempistiche sono state:
- formazione della Terra 4,5 miliardi anni fa (per quel che se ne sa la vita è apparsa molto presto)
- organismi eucarioti 2 miliardi di anni fa (intervallo di circa 2,5 miliardi d’anni per arrivare a cellule con nucleo)
- organismi pluricellulari 600 milioni di anni fa (intervallo di circa 1,4 miliardi d’anni)
- organismi terricoli circa 400 milioni di anni fa (intervallo di circa 200 milioni d’anni)
- antenati umani circa 6 milioni di anni fa (intervallo più lungo, ma con nel mezzo un paio d’estinzioni di massa che hanno dato una micidiale sfoltita a tutte le forme di vita del pianeta seguite da una veloce evoluzione dei mammiferi negli ultimi 65 milioni d’anni) 

Tralasciando i misteri che ancora avvolgono l’origine e le funzioni di un organo incredibile come il cervello (a qualunque organismo appartenga) (Nota 1), rimane il fatto che sono stati necessari miliardi d’anni per arrivare fin qui, a scrivere scemenze su una tastiera e a sparare qualche razzo sulla Luna!
E quindi la prima domanda è: 

Sono davvero necessari miliardi d’anni per arrivare a una civiltà con tecnologia paragonabile almeno alla nostra? 

La risposta più onesta a questo quesito sarebbe un bel “non lo so!”.
Potrebbe essere che l’evoluzione sulla Terra – per motivi che non conosciamo – sia stata particolarmente lenta e che la normalità nel resto dell’universo sia l’evoluzione in un tempo molto minore.
In questo caso, però, è chiaro che dall’origine dell’universo dovrebbero essersi formate un numero enorme di Civiltà In Grado Di Comunicare (per farla breve nel seguito le chiamerò CIGDC) e a maggior ragione dovrebbero essere molto più avanti di noi dal punto di vista tecnologico, oltre che molto numerose e quindi mediamente vicine e più facilmente rilevabili. (Nota 2.)
Nel caso contrario, cioè che sulla Terra - sempre per motivi sconosciuti – sia progredita più velocemente, dovremmo pensare a una notevole rarità di CIGDC. Ma non solo: significherebbe anche che sarebbero enormemente distanti nello spazio e potrebbe non essere lontano dal vero pensare che potremmo essere l’unica CIGDC nella Galassia! 

Quindi mi pare ragionevole pensare che o quel che è accaduto qui sia la regola o che noi siamo progrediti molto in fretta.
In entrambi i casi mi aspetterei che la regola per gli altri pianeti abitati al momento sia l’esistenza di organismi primitivi (passatemi il termine) e tutt’altro che CIGDC, più probabilmente qualcosa di simile alle prime forme di vita sulla Terra, o l’equivalente di piante e animali. Personalmente non credo che esistano molte CIGDC. 

Siamo sicuri che troveremo organismi terricoli? 

Se si tratta di CIGDC penso proprio di sì: per quanto molti autori abbiano immaginato civiltà sottomarine o perfino aeree, si tratta sempre di utilizzare tecniche e conoscenze di chimica, metallurgia, eccetera che di necessità richiedono il loro studio e la loro trasformazione in strumenti fuori da un ambiente acquatico.
In altre parole: se trovassimo forme di vita acquatiche – o anche anfibie – non potrebbero essere CIGDC. Se parliamo di CIGDC parliamo di strumenti come le radio o i telescopi: tutti manufatti che richiedono un’attività di estrazione del materiale, la sua lavorazione, un sacco di conoscenze teoriche applicate alla loro creazione ma, in particolare, della piena padronanza del fuoco e della chimica, possibili in un ambiente non acquatico.



Sei sicuro di non dire fanfaluche? Voglio dire: potrebbe essere che esista una CIGDC che vive nel mare? 

Non possiamo essere sicuri di niente, allo stato attuale delle cose: potrebbe anche essere. Tuttavia, aspetto che qualcuno indichi un modo per estrarre il materiale, lavorarlo e far funzionare qualcosa come una radio – per quanto semplice – o un laser o qualcosa del genere agendo esclusivamente in ambiente marino.
Per carità, la nostra CIGDC potrebbe aver trovato il modo di costruire tute o scafandri tali da consentire la sopravvivenza fuori dall’acqua (tralascio il grave problema della gravità e degli spostamenti sul terreno) e quindi aver costruito uno strumento in grado di far capire che loro ci sono e vogliono comunicare (o anche solo ricevere), ma la vedo dura. 

Bel discorso! Ma chi ti dice che da qualche parte non si siano evolute creature magari con DNA diverso o anche senza DNA, o addirittura organizzati in modo diverso da cellule?  

Nessuno, a dire il vero. Ma se è vero che la potenzialità sono infinite, qualcuno dovrebbe immaginare un organismo funzionante senza DNA (o altro che serva allo scopo, anche se non necessariamente uguale) e che non sia composto da cellule (o altro di paragonabile per poter contenere l’organismo). Che poi la Natura ci sbalordisca spesso e volentieri, d’accordo, ma se qualche biologo che legge queste righe volesse dire la sua sarebbe un bel contributo! 

Ma perché ti sei impuntato sulla comunicazione? Non stiamo parlando dell’aspetto che potrebbero avere? 

Verissimo, ma o così (e quindi abbiamo la possibilità di sapere qual è il loro aspetto anche senza incontrarli di persona…sempre che vogliano dircelo) o ci tocca visitare i pianeti delle altre stelle finché troviamo qualcosa.

Ora, nel secondo caso il problema non si pone perché potremmo trovare di tutto e di più e non necessariamente una CIGDC, che è poi ciò che ci interessa.  Ad ogni modo il discorso di base non cambia di molto e se ti va possiamo andare avanti col nostro ragionamento. 

E va bene, mi hai convinto (non è vero ma te l’ho detto lo stesso per farti contento): che sembianze potrebbero avere questi misteriosi alieni? 

Se non vi dispiace passerei in rassegna punto per punto quel che mi pare importante, almeno in prima battuta, ribadendo che assumo che l’organismo non sia acquatico.


- vista
Sappiamo che non possiamo vedere niente che abbia dimensioni minori della lunghezza d’onda alla quale osserviamo. Per dire: se per vedere usiamo uno strumento - poniamo un radar – che opera alla lunghezza d’onda di un metro, non possiamo vedere niente che abbia dimensioni inferiori. In questo esempio l’onda “scavalcherebbe” l’ostacolo e non avremmo un eco di ritorno che ce ne rivelerebbe l’esistenza.
Ora qualunque sia l’organo della vista, di necessità deve essere in grado di vedere gli oggetti più piccoli possibile: questo per poter permettere la visione e la manipolazione / costruzione di strumenti adatti.
Se parliamo di occhi in qualche modo simili a quelli apparsi sulla Terra sostanzialmente ne abbiamo di due tipi:
a specchio à tipici degli insetti (Nota 3). Possono vedere nell’ultravioletto.
a lente à come i nostri, che sono di fatto inutili nell’infrarosso e nell’ultravioletto.
Molto poi dipenderebbe dal tipo di stella che illumina il pianeta: ci possiamo aspettare che nei pressi di una stella rossiccia l’occhio si adatti a vedere a lunghezze d’onda maggiori – infrarosso compreso - e non considero il caso contrario in quanto le stelle più calde e azzurre – e che in linea di principio favorirebbero lo sviluppo di occhi specializzati per l’ultravioletto – hanno di solito vita un po’ troppo breve. Tra l’altro una forte radiazione ultravioletta non è l’ideale per mantenere intatta una molecola.
A noi va anche bene che il buco nello strato di ozono non pare più troppo preoccupante.
Per avere una visione tale da poter apprezzare la profondità e la distanza penso che dovrebbero essere almeno un paio, magari anche di più. Potrebbe anche bastarne uno, magari con qualche accorgimento – magari tipo ecolocazione – utile a determinare la distanza di ciò che si guarda.
Riguardo le sue dimensioni…non si può dire.
Nel suo “Le guide del tramonto” A.C. Clarke immagina un occhio di dimensioni che si misurano in decine di metri, presente in un museo nel pianeta natale dei Superni (non potendo trasportare l’intero organismo era stato preso solo l’occhio…)(Nota 4)
Qui sulla Terra – per quel che riguarda un occhio fatto più o meno come i nostri - arriviamo ai 25 cm e passa del calamaro gigante, che è una dimensione di tutto rispetto.
Per gli occhi a specchio potremmo pensare a qualcosa come quelli degli insetti.
Di sicuro occorrono delle aperture da cui la luce può entrare (pupille, per esempio); una superficie che raccolga quella luce (la retina nel nostro caso, gli elementi a specchio nel caso degli insetti); un modo per portare l’informazione (per noi il nervo ottico) al luogo in cui dovrà essere elaborata e percepita (il cervello).
Non necessariamente si potrebbe trattare di organi distinti: queste funzioni potrebbero coesistere anche in un unico organo.
Per quel che ci riguarda, l’occhio umano ha una limitatissima capacità di vedere nell’ultravioletto e nell’infrarosso, ma con l’uso di filtri. Ad ogni modo, per vederli a dovere, sarebbe richiesto uno spostamento della retina avanti o indietro per mettere a fuoco l’immagine e quindi in realtà possiamo vedere tutto sfocato, senza tener conto che non possiamo parlare di vero e proprio colore, ma piuttosto di un grigio. 

Ma non potrebbero essere senza occhi? 

Naturalmente, potrebbero; ma ricorda che stiamo discutendo di creature in grado di produrre manufatti adatti a comunicare con noi e le onde radio – tanto per dire - non sono l’ideale per vederci bene. Fino a prova contraria per costruire qualcosa di un certo livello devi vederci proprio bene. Lo strumento migliore inventato finora dall’evoluzione a questo scopo è l’occhio. Se c’è dell’altro dovremmo scoprirlo. 

- olfatto
Non penso sia indispensabile, ma senz’altro utile (e se non per i profumi che sentiamo in cucina, almeno per capire se c’è una fuga di gas, oltre che per il gusto di usare Chanel n.5).

Quale possa essere il ruolo dell’olfatto per una ipotetica CIGDC possiamo solo azzardarlo, ma se l’avessero non necessariamente potrebbero avere qualcosa di simile a un naso.
Magari potrebbero avvertire gli odori su particolari superfici del corpo, senza necessità di avere un organo simile al nostro naso. 

- udito
Per parte mia credo che sia necessario possedere le orecchie o qualcosa di equivalente: sebbene sia possibile ipotizzare forme di comunicazione alternative, la trasmissione del suono rimane il mezzo più veloce ed efficiente, almeno dalle nostre parti.
Ma attenzione: l’efficacia della comunicazione dipende anche dalla densità dell’atmosfera, e se la nostra CIGDC si trovasse su di un pianeta con un’atmosfera più rarefatta della nostra il suono non si propagherebbe in modo del tutto efficiente e dovremmo pensare a qualche mezzo più o meno complementare per lo scambio di informazioni. 

- tatto
In definitiva non esiste organismo qui sulla Terra che non possieda la capacità di capire se sta o no toccando qualcosa e se questo qualcosa può essere o no pericoloso.
Perfino un’ameba capisce se quel che tocca è una preda o no e se le conviene allontanarsi; penso quindi che si tratti di un must per la nostra CIGDC.
Anche qui abbiamo l’imbarazzo della scelta: recettori simili ai nostri, peli, vibrisse…magari non è nemmeno necessario che questi organi siano distribuiti sull’intera superficie corporea, ma penso che questo senso debba essere presente. 

- gusto
A meno che gli alieni non si lecchino a vicenda per riconoscersi o per sapere con cosa hanno a che fare (ma possiamo immaginare anche questo) e che non siano troppo dediti ai piaceri della buona tavola, direi che non si tratta di un senso indispensabile (anche se per me lo è: come potrei stare senza il gusto della birra o di un buon piatto di pasta alla carbonara?). 

- altri sensi
E ce ne potrebbero essere altri, visto che dalle nostre parti Madre Natura ha, per esempio, provvisto i pesci della linea laterale, che è adatta a percepire le vibrazioni e la direzione di provenienza con grande precisione ed è utilissima per la sopravvivenza.
L’elettrolocalizzazione è un altro senso di cui noi siamo sprovvisti: ne sono dotate alcune specie di pesci; fra i mammiferi abbiamo l’echidna, l’ornitorinco e – pare - i delfini.
Probabilmente anche le api.
Sembra pure che esista una specie di elettrocomunicazione usata da alcune specie di pesci per riconoscersi (o almeno riconoscere gli esemplari di sesso opposto, quindi si suppone con funzioni riproduttive).
Un discorso a parte per il senso dell’equilibrio, che noi abbiamo incluso nell’orecchio ma che la CIGDC potrebbe avere in qualche organo a parte.
Abbiamo esempi anche di ecolocazione (pipistrelli e cetacei) sulla quale non mi dilungo. 

Non possiamo quindi escludere che gli appartenenti alla nostra CIGDC vivano in un mondo sensoriale enormemente più ricco e interessante di quello cui siamo abituati, vuoi per i sensi che noi non abbiamo (perlomeno quelli appena considerati), vuoi per la possibilità di percepire colori che noi non possiamo vedere (se per loro è possibile vedere - oltre ai nostri colori – anche l’infrarosso o l’ultravioletto o addirittura le onde radio). 

- arti
Qui non ci piove: che si tratti di arti simili ai nostri o di tentacoli o chissà che altro, qualcosa per maneggiare l’ambiente e per spostarsi lo devono pure avere!
Il mezzo di maggior successo per spostarsi sul terreno rimane la zampa o la gamba (direi che almeno un paio ci vogliono, a meno che non pensiamo a un organismo saltellante su un solo arto); escluderei qualcosa di simile al piede della lumaca o al modo in cui si spostano i lombrichi, non essendo proprio il massimo in fatto di rapidità ed efficienza (ma non si può escludere nemmeno questo).
Quanti siano, come siano fatti…sarà l’evoluzione a determinarlo. 

- ali
…e nulla esclude che siano pure dotati di ali!
Le soluzioni escogitate dall’evoluzione sulla Terra hanno portato in sostanza a tre casi:
- ali sul tipo di quelle degli insetti: organi non derivati da altri, ma formati a questo scopo.
Diciamo che si tratta di ali nel senso vero della parola
- ali membranose tipo quelle dei pipistrelli: in pratica braccia con membrana che le rendono adatte al volo
- ali come quelle degli uccelli: arti modificati che hanno assunto una funzione del tutto diversa 

Sulla Terra tipicamente le ali derivanti da arti modificati sono sempre due, trattandosi dei corrispettivi degli arti superiori; nel caso di animali con ali vere e proprie (in definitiva solo gli insetti) le ali sono sempre quattro.
Accade che un paio abbia cambiato funzione sotto forma di bilancieri o elitre, ma sempre quattro sono.
Quante ali avranno – se le hanno - gli appartenenti alla CIGDC?
Almeno un paio, direi.

Ma non potrebbero averne una sola? 

Per quanto si può dire al momento, no.
Dovremmo pensare a un movimento simile a quello dell’elica di un elicottero, ma faremmo a pugni col problema – almeno qui sulla Terra insormontabile – di un organo con movimento circolare.
Un discorso a parte potrebbe essere fatto per il movimento dei flagelli di alcuni microrganismi, ma si tratta di qualcosa di profondamente diverso ed efficace solo per organismi di quel tipo. 

- le dimensioni
In prima battuta si potrebbe pensare che dipendano dalla gravità del pianeta: si tenderebbe a dire “bassi e tozzi” per un pianeta a gravità alta e viceversa nel caso di gravità bassa ma…penso non sia vero.
La gravità sulla Terra è uguale per tutti, ma infine sono state le necessità e l’evoluzione a plasmare creature alte, basse, più o meno tozze, eccetera.
Non esiste una regola qui sulla Terra, e a maggior ragione penso che non ne esistano altrove, per quel che riguarda questa caratteristica. 

- il colore
Dipende – proprio come qui sulla Terra – da fattori come la quantità e il tipo di radiazione ricevuta dalla stella e da esigenze di sopravvivenza. Per poter azzardare qualcosa sarebbe necessario stabilire che tipo di stella e di pianeta la CIGDC si trova ad abitare.
Senza contare che potrebbero cambiare colore in stile camaleonte o anche comunicare con codici basati sulla variazione di colore in certe parti del corpo (ipotesi presa in considerazione negli articoli relativi al linguaggio). 

- gli organi interni (o anche esterni!)
Per quel che riguarda gli organi interni, credo indispensabili - qualunque sia il modo in cui son fatti – i sistemi circolatorio, nervoso, respiratorio.
Ma anche qui ci possiamo sbizzarrire visto che, prendendo come esempio il solo apparato respiratorio di organismi che conosciamo, possiamo avere:
- organismi senza polmoni (come gli insetti, che respirano attraverso aperture nel corpo)
- organismi con branchie
- organismi con polmoni a libro (che non hanno a che fare con i nostri) che son tipici dei chelicerati
- organismi con polmoni veri e propri (il sottoscritto e anche voi)
- organismi che respirano attraverso l’intera superficie del corpo 

Lo stesso vale per il sistema circolatorio: quello degli insetti è diverso da quello dei pesci, che è diverso da quello dei crostacei, che è diverso dal nostro… 

Direi perciò che – pur considerando imprescindibile la loro esistenza – non possiamo avere idea precisa di come potrebbero apparirci i loro organi, né se la soluzione adottata dall’evoluzione ha portato a qualcosa di molto diverso da quel che conosciamo.
I princìpi di funzionamento dovrebbero però essere gli stessi: fino a prova contraria, le regole di fisica e chimica sono le stesse in ogni luogo dell’universo. Non mi aspetterei, per questo motivo, qualcosa di così diverso da quel che possiamo vedere sulla Terra da non poter essere riconoscibile.



E alla fine di tutta questa noiosa tiritera, a che conclusioni sei giunto? 

Nessuna: non possiamo trarre conclusioni, almeno non nel senso di fare predizioni che abbiano qualche reale probabilità di essere verificate; ma mi sentirei di azzardare che i rappresentanti di una CIGDC dovrebbero avere almeno un paio d’occhi (comunque li si intendano); almeno un paio d’arti per spostarsi e almeno un altro paio per manipolare oggetti; dimensioni adeguate a fare tutto ciò (e per come penso io, più o meno come le nostre).


Prendiamo tutto questo come un leggero esercizio mentale che potrebbe essere utile se dobbiamo scrivere un romanzo popolato da strane creature…(Nota 5) 



Nota 1: e non serve nemmeno un cervello per capire come cavarsela: anche gli organismi unicellulari comprendono dove si trova il pericolo e se ne allontanano o sanno come procurarsi il cibo.
Nota 2: capiamoci, mediamente vicine potrebbe significare che fra loro invece di distare 500 anni luce, ne distano 150. Che è ad ogni modo un bel po’ di strada!
Nota 3: tipici anche di animali estinti come i trilobiti; per altri organismi anche più antichi sappiamo che li avevano anche se non sempre è possibile dire se a specchio o meno. Nei fossili cambriani c’è evidenza di occhi, ma ben poco possiamo dire sulla loro struttura. Per gli organismi precambriani si può dire ancor meno, al momento.
Nota 4: significa “che stanno in alto”, “che stanno al di sopra”. Il termine viene utilizzato – nel romanzo – per indicare dove si trovano nella gerarchia delle civiltà.
Nota 5: in attesa, naturalmente, di poterli vedere di persona.


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