"Il primo uomo" e "Diario di un'apprendista astronauta"


Quest’anno, a luglio, ricorrerà il cinquantesimo anniversario del primo sbarco sulla Luna.
Ho un ricordo vaghissimo dell’evento, ma confermo che qualcosa alla tv l’ho visto: immagini sbiadite e sgranate – complice la memoria di fatti accaduti quand’ero piccolo – e che non hanno suscitato in me l’incredulità che in quei giorni ha accompagnato l’evento.
L’incredulità era roba che apparteneva ai grandi, quelle entità così alte e inconoscibili che al tempo tutto sapevano e tutto sapevano giudicare.
Da bambino qual ero, ho invece preso tutto con la massima naturalezza, archiviando il fatto come qualcosa che faceva parte dell’ordine normale delle cose, senza rendermi conto di che significasse in realtà.
Da quel 1969 e per molti anni a seguire è stato un rincorrersi di immaginazione, speculazioni e voli di fantasia su un futuro che – al tempo – pareva promettere il raggiungimento delle più incredibili mete, già pensando a colonie sulla Luna e su Marte, e con previsioni e sogni di poter raggiungere perfino le stelle.
A questo punto devo usare una parola che non mi piace: “purtroppo”.
Purtroppo, non solo quei sogni si sono ridimensionati, ma penso che ormai siano da considerare defunti a tempo indeterminato. Di che cosa sono morti, quei sogni?
Di morte naturale.
Di restrizioni di bilancio e di incidenti mortali (Challenger e Columbia, per dirne un paio).
Di rogne da risolvere in casa senza scomodare le stelle, se non per l’oroscopo (ma io non ci credo: lo sanno tutti che i nati sotto il segno del Toro non credono all’oroscopo…).
Di miliardi di dollari/euro spesi per un qualcosa di cui non si vede un tornaconto utile e immediato all’umanità (mantra ripetuto fino alla nausea, argomento non del tutto fuori luogo, ma che di suo mi pare mettere fine ogni desiderio di progresso).
In definitiva sarà stato - e lo è stato veramente – un grande passo per l’umanità ma…peccato sia stato l’unico!
Almeno finora.



Sulla base di queste poche considerazioni e ricordi fumosi, propongo un confronto fra l’essere astronauta ora e allora: mi riferisco a due ottimi testi sull’argomento.
Il primo è “The first man” di James Hansen. Si tratta della biografia di Neil Armstrong, il primo uomo, appunto, a mettere piede sul nostro satellite.



Il libro è scritto bene, scorre via che è un piacere e mostra con abbondanza di dettagli non solo la vita di Neil Armstrong, ma il modo di vita e l’addestramento necessari già al tempo per portare a termine un’impresa di tal genere.
Se una pecca ci dev’essere, credo che sia da ricercare nel tono usato, che a volte (volevo dire “spesso”) sconfina in una specie di agiografia dove l’astronauta – e Armstrong in particolare – viene assimilato a un superuomo per certi versi scollegato dalla vita del resto dell’umanità. In questo senso il carattere di Armstrong – a volte difficile da decifrare e sempre rivolto all’essenziale, addirittura laconico sia nel parlare che nel comportamento – aiuta a coltivare questa visione dell’uomo che era.
Per il resto non ho trovato nulla da eccepire: è un libro da leggere, nonostante qualche pagina un po’ tecnica (il che non è però fuori luogo e tutt’altro che di difficile comprensione) e se uno dimentica che si tratta di una biografia si potrebbe considerare come un romanzo di ottima fattura.


A fare da contraltare a questa storia sull’astronautica dei primi tempi troviamo “Diario di un’apprendista astronauta” di Samantha Cristoforetti.




Non spendo parole sul personaggio, visto che si tratta di una persona arcinota ormai a livello mondiale e delle quale – nelle apparizioni pubbliche – ho avuto l’impressione che non si trovasse del tutto a suo agio nello stare sotto i riflettori, ma…se ti tocca, ti tocca!
Anche in questo caso il lettore ha disposizione centinaia di pagine - anche qui ce ne sono alcune un po’ tecniche – che raccontano la vita, l’addestramento, le conoscenze e le competenze che deve possedere un astronauta ai tempi attuali.
Com’è spiegato nella nota iniziale, alcuni aspetti della vita personale sono tralasciati, come è giusto che sia: non si tratta di una biografia – almeno non in senso stretto – ma del cammino che una persona ha fatto per arrivare a coronare il sogno di una vita.
In effetti fin da giovanissima questo era l’obiettivo di Cristoforetti, che si è impegnata al massimo, fino a raggiungerlo. Dimostrazione che con un po’ di fortuna e tanta, tanta passione e impegno è possibile raggiungere obiettivi che potrebbero apparire riservati a pochissimi.
Il che in effetti è vero, ma solo per la natura particolare del lavoro che Samantha ha scelto: le competenze per diventare astronauta sono elevatissime e anche necessarie (checchè ne dicano alcuni); dalla conoscenza di più lingue a quelle in ingegneria, passando per le capacità personali quali l’attitudine al lavoro di gruppo, alla gestione dello stress, tanto per dirne alcune.
Quel che colpisce, a volte, è la quantità di cose che possono andare male facendo il mestiere dell’astronauta, tant’è che buona parte dell’addestramento ha per oggetto i comportamenti da seguire se qualcosa va storto e i modi per farvi fronte (non escluso corso di sopravvivenza all’aperto, della durata di alcuni giorni).
Se qualcuno pensa che della gente viene sparata a 400 km da Terra per restarci a far niente durante i mesi di missione, beh…che cambi idea: leggendo il libro ci si rende conto che in realtà gli esperimenti che si svolgono nello spazio sono tutt’altro che banali e possono avere un impatto importante per il nostro futuro.
Anche qui, come per “Il primo uomo” non intendo dare anticipazioni e svelare dettagli: avendoli letti entrambi posso dire che li raccomando caldamente quali che siano le inclinazioni del lettore.
In entrambi i casi la lezione che viene trasmessa è trasparente e chiarissima: è possibile raggiungere i propri obiettivi e i propri sogni, anche i più difficili, se non ci si lascia andare di fronte alle difficoltà e allo scoramento, senza mollare.


Dicevo prima di confronto fra l’essere astronauta nei due libri: c’è qualche differenza?
Qualcosa sì, essenzialmente nell’evoluzione e nell’aumento della complessità nelle tecniche, nell’addestramento, nelle prestazioni e nelle competenze che il mestiere di astronauta richiede.
Ma non solo questo: nel 1969 con Apollo 11 eravamo nella fase pionieristica del volo spaziale e per certi versi anche gli astronauti stessi vivevano il periodo come novità assoluta, alla ricerca del modo per mandare qualcuno nello spazio facendolo ritornare vivo e intero vista come unica priorità dal punto di vista pratico.




Non che oggi quest’aspetto sia trascurato, ma quel che è cambiato è l’approccio in un’ottica proiettata al futuro, al non vederlo più come un attività da pioniere, ma come un mestiere; al non rappresentare più il mezzo per portare avanti una lotta politica o venire considerato simbolo di supremazia, ma come cooperazione fra stati e fra nazioni che in precedenza potevano considerarsi perfino nemiche; non come pura impresa ingegneristica ma come pianificazione di attività e sperimentazioni in vista di benefici che – sebbene avanti nel tempo – arriveranno anche per merito di quello che si sta facendo a bordo della ISS.




In questo senso la differenza fra i due testi è stridente, come lo è l’atmosfera di sottofondo dei racconti - come dicevo prima – quasi agiografica nel primo posto a confronto col tono a volte dimesso del secondo.
Non si tratta di un difetto: si tratta della naturale evoluzione nell’astronautica cui abbiamo assistito nei decenni e che ha decretato infine la riuscita del progetto di cooperazione fra Europa, Stati Uniti e Russia (la Cina, invece, se ne sta andando più o meno per conto suo).
Nota di merito per “Diario di un’apprendista astronauta” è che l’intero ricavato delle vendite andrà in beneficenza.

  


Commenti

Post popolari in questo blog

Philip José Farmer, il fabbricante di universi

Recensione libro: “Le guarigioni del cervello” di Norman Doidge

Blog Tour "Come un dio immortale" - intervista a Maria Teresa Steri